#11 cerca il punto di rottura
Il conflitto non è un problema da evitare ma la condizione della crescita. Io sono Simona Sessini e questa è l'undicesima newsletter del 2026 de Il caffè del lunedì.
La ricerca lo conferma: la scrittura creativa migliora umore, stress e perfino alcuni indicatori di salute. Partiamo? Buon caffè.
Si parla sempre e troppo della fragilità degli studenti, come se venisse fuori dal nulla, colpa della società, dei cellulari e dell’IA.
Non si parla o non si vuole parlare della devastante fragilità che affligge i docenti e che osservo con crescente sconforto.
Persone che si agitano per un voto che ritengono di non meritare, che sentono il peso del fallimento come qualcosa di intollerabile, che fanno ricorso a tutti i tribunali al primo ostacolo, invece di fermarsi a capire cosa è successo.
Persone convinte, in fondo, che
le difficoltà siano un’anomalia, qualcosa che non dovrebbe capitare, che qualcuno avrebbe dovuto evitare.
Persone che hanno il ruolo di docenti: che cosa insegneranno ai propri studenti che protestano per un voto che non condividono, che hanno paura del fallimento, che si rivolgono agli avvocati invece che accettare le sfide, le fatiche, il conflitto?
Se vogliamo parlare seriamente di quello che significa insegnare, questo è secondo me un nodo nevralgico.
Di che conflitto parliamo
Robert McKee, nel suo Story, sostiene che nulla in una storia progredisce se non attraverso il conflitto. Secondo McKee, senza conflitto non c’è narrazione, come senza suono non c’è musica.
In questo contesto non stiamo parlando di litigi, scontri e tensioni.
È la distanza tra la realtà e quello che volevamo accadesse. Nel momento in cui qualcosa va storto, lo rifiuto, protesto, mi ribello, con violenza, se serve.
Il conflitto non è l’interruzione del percorso. È il percorso.

McKee lo spiega con una legge che vale per le storie e, se si ha il coraggio di guardarla, anche per la vita.
“La legge del conflitto è molto più di un semplice principio estetico: è l’anima della storia. La storia è una metafora di vita ed essere vivi significa essere perennemente in conflitto. Come ha affermato Jean Paul Sartre l’essenza della realtà è la scarsità, una penuria universale ed eterna. Per vivere non basta ciò che c’è in questo mondo: non basta il cibo, non basta l’amore, non basta la giustizia e non basta mai il tempo. (…) Vogliamo ben di più delle semplici comodità fisiche, vogliamo innanzitutto la felicità. E qui iniziano i conflitti della vita interiore1”.
McKee distingue tre livelli in cui il conflitto opera: quello interiore, quello personale e quello extrapersonale. Quando il protagonista, di un romanzo o di un film poco importa, è in conflitto con se stesso, con gli altri e con il mondo nello stesso momento, la capacità di coinvolgerci aumenta. Antagonismo, ambiguità morale e scontro di intenzioni attivano le reti neurali legate all’attenzione, al conflitto cognitivo e alla regolazione emotiva.
Le storie che ci restano addosso sono quasi sempre quelle in cui ci immedesimiamo. Anche quando lo sperimentiamo attraverso un personaggio, il conflitto è ciò che mette in moto una forma di cambiamento reale. E invece noi ci ostiniamo a considerarlo come un problema da risolvere, “da gestire”, il prima possibile, perché disturba e fa male, vorremmo che non ci fosse.
Anche io ho affrontato un concorso a cui tenevo. Non è andato. Ho visto cose che non mi sono piaciute, nella gestione, nell’organizzazione, in quello che succedeva intorno. Ma il mio primo pensiero non è stato che avessero sbagliato gli altri, che io avessi diritto ad ottenere di più, che un ricorso mi avrebbe restituito quello che mi spettava.
La delusione brucia. Ma potevo fare di più. Quando è arrivato il momento giusto, ci ho riprovato.
È quello di cui parla McKee: non una metafora letteraria, ma la struttura di ciò che capita quando scegli di non fermarti all’apparenza delle cose.
Il momento in cui tutto crolla
L’arco narrativo classico prevede che tutto inizi con un equilibrio che viene rotto da un incidente scatenante. Da lì, il protagonista attraversa una serie di prove che lo spingono sempre più lontano dalla sua zona di comfort, fino a un momento cruciale, è il punto preciso in cui la storia tocca il fondo, tutto crolla.
Nel momento più difficile, la sconfitta totale, il protagonista della storia si trova davanti a una scelta che non può rimandare, la posta in gioco diventa enorme, rischia tutto e non può più sfuggire. Ed è esattamente lì, in quel momento di massima vulnerabilità, che deve scegliere chi vuole essere.
Il conflitto insomma è la condizione necessaria per la trasformazione.
Joseph Campbell aveva capito questa struttura molto prima che diventasse un manuale di sceneggiatura. Nel suo studio sul monomito, il cosiddetto viaggio dell’eroe, Campbell riconobbe che in ogni cultura, in ogni epoca, le narrazioni fondative seguivano lo stesso schema: un protagonista vive nel suo mondo ordinario finché un evento di rottura non lo strappa dalla vita che conosce. Parte, attraversa prove, scende negli inferi, e se torna, torna trasformato come qualcuno di diverso, che porta con sé qualcosa di nuovo da offrire alla comunità. Ma lungo questo cammino, l’eroe deve più volte rischiare tutto.
“Il problema dell’eroe è quello di trafiggere se stesso (con lui il suo mondo) proprio in quel punto, di sciogliere e distruggere a quel nodo chiave della sua esistenza limitata (…) è quello di aprire la propria anima al terrore in modo tale essere in grado di comprendere in qual modo le dolorose e insane tragedie di questo vasto e spietato cosmo sono rese completamente valide nella maestà dell’Essere. L’eroe trascende la vita con il suo particolare potere e per un momento riesce a intravedere la fonte2”.
In sostanza, Campbell sostiene che nella struttura del monomito esiste il punto in cui il personaggio muore e deve rinascere come qualcosa di nuovo, cioè il culmine della sconfitta e della successiva trasformazione.

Uscirne diversi
Quello che la psicologia ha scoperto negli ultimi decenni è che questo schema non è solo una struttura narrativa. È anche un modello di come funziona la crescita umana dopo un trauma. Richard Tedeschi e Lawrence Calhoun, ricercatori dell’Università del North Carolina, hanno sviluppato a partire dagli anni Novanta il concetto di post-traumatic growth3: la crescita che emerge non nonostante il trauma, ma attraverso di esso.
La resilienza ci permette di ritornare al livello di prima, invece in questo caso si tratta di un cambiamento positivo e in aree che, prima del trauma, non erano mai state toccate.
Gli autori dicono esplicitamente che questi cambiamenti coesistono con il distress residuo, cioè che il trauma può continuare a generare sofferenza e che, in molti casi, “continuing personal distress and growth often coexist”, cioè la crescita non sostituisce il dolore ma ne scaturisce.
Non si tratta di “uscirne bene” ma di uscirne diversi, e in modo che sarebbe stato impensabile senza quella rottura4.
Nei modelli teorici della crescita post-traumatica, il lavoro narrativo, cioè rielaborare quello che è successo in forma di racconto, dare una struttura all’esperienza, è un componente centrale del processo. Chi riesce a costruire un racconto coerente della propria vita, includendo il momento della rottura, tende a riportare livelli più alti di crescita.
Studi sul narrative transport mostrano che, quando i lettori sono emotivamente immersi in un racconto di finzione, i punteggi di empatia aumentano anche a distanza di una settimana5. Se il coinvolgimento manca, l’effetto si inverte. È qualcosa di più di un beneficio generico: la qualità dell’immedesimazione cambia quello che siamo capaci di fare con le emozioni degli altri, e probabilmente anche con le nostre.
In gioco c’è la costruzione di una nuova narrazione di sé6.
Diventiamo adulti quando riusciamo a raccontare la nostra vita non come una serie di ingiustizie, ma come una storia con un senso.
Cosa c’entra tutto questo con noi
I nostri studenti hanno bisogno di incontrare adulti che sanno che la vita funziona così: che le difficoltà ci cambiano, se siamo disposti a lavorarci.
Non sappiamo più perdere.
E se non sappiamo perdere, non sappiamo neanche crescere.
E se non sappiamo crescere, non possiamo insegnare a crescere.
E questo è il punto: se chi insegna non ha imparato a stare dentro le difficoltà, se ogni ostacolo è uno scoglio insormontabile, se ogni cosa che non va diventa immediatamente qualcosa da cui difendersi, allora quello che gli studenti incontrano non è un modello di come si cresce.
È una conferma che la fragilità è normale, che il disagio va evitato, che la sconfitta è una colpa.
Ho pensato a questo leggendo le parole della professoressa che è stata accoltellata a Bergamo. Quello che ha detto dimostra che un evento terribile non è necessariamente la parola fine:
“Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi”.
Si può scegliere chi si vuole essere.
La domanda vera non è: perché la mia vita è così difficile?
Ma: sto vivendo la mia storia o sto cercando di evitarla?
Buon caffè ☕ e buona Pasqua (ci sta, no?)
Simona
McKee, R. (2010). Story. Contenuti, struttura, stile, principi per la sceneggiatura e per l’arte di scrivere storie. Trad. di Paolo Restuccia. Roma: Omero, pag. 199 e segg.
Campbell, J. (2012). L’eroe dai mille volti (F. Piazza trad.). Lindau, Torino, pag 176 e 177.
Tedeschi, R. G., & Calhoun, L. G. (2004). Posttraumatic growth: Conceptual foundations and empirical evidence. Psychological Inquiry, 15(1), 1–18. Tedeschi e Calhoun identificano cinque domini in cui questa crescita si manifesta: un rinnovato apprezzamento della vita, relazioni più profonde e autentiche, una percezione accresciuta della propria forza interiore, l’apertura a nuove possibilità esistenziali che prima non si erano nemmeno considerate, e trasformazioni nel senso del significato della vita, nei valori, nella dimensione spirituale o filosofica.
Tedeschi, R. G., & Calhoun, L. G. (2004). Posttraumatic growth: Conceptual foundations and empirical evidence. Psychological Inquiry, 15(1), 1–18. Gli autori definiscono la crescita post‑traumatica come cambiamento positivo nato dalla lotta col trauma, sottolineando il ruolo di processi cognitivi, supporto sociale e coesistenza con distress persistente.
Green, M. C., & Brock, Does Reading Fiction Boost Empathy? — https://www.cambridge.org/core/books/empathy-and-the-strangeness-of-fiction/does-reading-fiction-boost-empathy-psychological-approaches/369D790567846C64F759F0BE0F807FC6 e https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3559433/
Jirek, A. L. (2015). Narrative Reconstruction and Post-Traumatic Growth Among Trauma Survivors — https://www.semanticscholar.org/paper/Narrative-reconstruction-and-post-traumatic-growth-Jirek/7772c8c57e9ca1836d72ee1776175ec00a0fb4f8
