In quest’anno all’Ufficio Scolastico Regionale, il mio lavoro quotidiano prevedeva la stesura di relazioni difensive per i ricorsi, al TAR, al giudice del lavoro. Pagine tecniche, senza margine per l’approssimazione: ogni frase doveva reggere un’obiezione, ogni parola doveva poter essere difesa davanti a un giudice. In quel contesto, non potendo contare sugli studi giuridici, la grammatica, la mia cara vecchia insostituibile amica, è diventata il mio strumento di precisione, il mio salvagente.
Quella competenza, il capire come funziona la nostra lingua, non soltanto saperla usare, è tornata utile proprio come a scuola, con scopi completamente diversi. Lo strumento però resta identico: ascoltare una frase e chiedersi che cosa nasconde.
La materia più trasversale di tutte
Si sente parlare spesso della necessità di rendere le materie trasversali, di farle dialogare, di abbattere i confini disciplinari. Ma la trasversalità più radicale esiste già, ed è la lingua stessa: lo strumento con cui ogni disciplina viene pensata, spiegata, discussa, contestata.
Eppure proprio nelle parole di ogni giorno nascono incomprensioni, diffidenze, conflitti.
Un esempio: gli avverbi.
“Ovviamente ha chiamato me”, sospira uno studente. “Non ha risposto adeguatamente”, si lamenta un collega durante un consiglio di classe. “Sfortunatamente non possiamo farci nulla”, qualcuno chiosa davanti a un caffè. Frasi comuni, pronunciate e ascoltate senza il minimo sospetto. Meriterebbero invece un po’ più di curiosità.
Le parole non dicono soltanto quello che dicono
Nel 1975 Richard Bandler e John Grinder pubblicano La struttura della magia, testo fondativo della Programmazione Neuro-Linguistica, costruito osservando i pattern linguistici di terapeuti particolarmente efficaci come Fritz Perls e Virginia Satir.
La domanda di partenza era semplice: perché alcuni interventi funzionano meglio di altri? L’ipotesi: la differenza sta in una struttura linguistica riconoscibile e replicabile.
Gli autori distinguono tra struttura profonda, cioè la rappresentazione completa di un’esperienza, e struttura superficiale, che identifica invece la porzione che viene effettivamente comunicata. Nel passaggio dall’una all’altra, ogni essere umano applica tre filtri: generalizzazione, cancellazione, deformazione.
Tra le deformazioni compare una categoria precisa e sorprendentemente frequente: gli avverbi in “-mente” (in inglese Ly adverbs).
Sotto questo impianto tecnico riposa un presupposto più radicale, quasi mai dichiarato: il linguaggio non si limita a descrivere il mondo, lo interpreta e lo racconta. Non è un mezzo neutro che trasporta fatti già dati altrove.
È la lente attraverso cui i fatti prendono forma.

E se il linguaggio interpreta il mondo, intervenire sul linguaggio (e quindi cambiarlo, magari correggerlo, almeno interrogarlo) diventa un modo concreto per scegliere un mondo più vero, e un modo di parlare più aderente al proprio benessere.
«Ovvio» per chi?
La tecnica di analisi è semplice, e quando è semplice spiazza.
Basta prendere un avverbio come “ovviamente” e trasformarlo nella forma “è ovvio che…”:
“ovviamente i miei genitori non mi amano” diventa “è ovvio che i miei genitori non mi amano”. A questo punto emerge la domanda che smaschera tutto: ovvio per chi1?
“Sfortunatamente”, “chiaramente”, “obiettivamente” non descrivono un modo perché non dicono come accade qualcosa, ma presentano come fatto oggettivo un giudizio che nessuno ha mai dichiarato apertamente. Un’opinione travestita da descrizione insomma, capace di scivolare sotto la soglia dell’attenzione critica di chi ascolta.
A questo punto la faccenda smette di essere un vezzo da terapeuti della PNL (corrente in generale contestata nella psicologia scientifica mainstream), e comincia a toccare qualcosa di verificabile con altri strumenti: il rapporto tra linguaggio interiore e senso di efficacia personale.
Quando un avverbio diventa un verdetto
Albert Bandura ha indicato nella persuasione verbale una delle quattro fonti dell’autoefficacia, insieme a esperienze di padronanza, esperienze vicarie, stati fisiologico-affettivi.
Una ricerca2 condotta su 177 studenti universitari, basata sulla codifica di oltre mille risposte di self-talk (il discorso interiore che rivolgiamo a noi stessi), ha distinto un dialogo interiore costruttivo da uno disfunzionale, trovando il primo associato a soddisfazione, autoefficacia e rendimento accademico.
In ambito sportivo, una revisione3 che ha attraversato oltre cinquecento articoli pubblicati tra il 1978 e il 2020 collega il self-talk istruzionale e motivazionale a un aumento dell’autoefficacia e a una riduzione dell’ansia da prestazione.
Mai. Sempre. Assolutamente.
Non ho trovato uno studio che colleghi direttamente gli avverbi in “-mente” a misure validate di autoefficacia, tuttavia ho scoperto una ricerca interessante sulla correlazione tra alcuni tipi di avverbi e la depressione.
Uno studio4 del 2026, firmato Bauer e colleghi, ha seguito 144 persone (un terzo con diagnosi di disturbo depressivo maggiore, un terzo con sintomi sotto soglia, un terzo di controllo) registrando in tempo reale, tramite smartphone, campioni vocali nella vita quotidiana. Il risultato è che la frequenza di parole assolute (ad esempio avverbi come mai, sempre, completamente, assolutamente etc) cresce in modo lineare con la gravità dei sintomi, ed è un predittore significativo della sintomatologia misurata con scale cliniche validate.

Il sollievo di avere sempre ragione
Il dato più interessante, però, è un altro. Nell’immediato, generalizzare in termini assoluti sembra offrire un sollievo, una sensazione di controllo sulla complessità, per quanto illusoria. Ma a distanza di dodici-ventiquattro ore, lo stesso linguaggio predice un peggioramento dell’umore il giorno successivo. Il sollievo che il linguaggio assoluto procura oggi, insomma, si paga domani.
Dovremmo tenerci un promemoria per tutte le volte che ci accorgiamo di chiudere una giornata storta con un “tanto va sempre così”.
Il linguaggio non descrive soltanto la realtà, la costruisce.
Cosa cambia, allora, in un’aula o in una sala insegnanti? Non un elenco di buone maniere linguistiche. Piuttosto, un orecchio nuovo. “Sfortunatamente questa classe non impara”, “ovviamente con questi ragazzi non si può fare niente”: frasi che non descrivono un metodo fallito, ma stabiliscono un verdetto definitivo. E i verdetti, a differenza delle osservazioni, non lasciano spazio all’azione.
Vale anche al contrario, per lo studente che dichiara “ho sbagliato ovviamente il compito” prima ancora di leggere il voto, o per il collega che liquida un progetto con “tanto inevitabilmente andrà male”.
Fermarsi su quell’avverbio, chiedere, anche solo dentro di sé, “ovvio per chi? inevitabile secondo quale prova?” è un modo per riaprire uno spazio che la frase aveva già chiuso in partenza.
Non tutte le parole dure fanno male
Una piccola cautela merita spazio, prima di chiudere. Non tutto il linguaggio interiore “duro” è nemico dell’apprendimento. Una ricerca5 pubblicata su Scientific Reports nel 2021 ha messo a confronto, in un compito di intelligenza fluida, due gruppi impegnati in due tipi diversi di dialogo interiore tra una sessione e l’altra: chi praticava autocritica ha migliorato il punteggio in modo statisticamente significativo, chi praticava autostima no, e il ritmo di miglioramento è risultato nettamente superiore nel primo gruppo. A livello cerebrale, l’autocritica riduceva la connettività tra un’area legata alla ricompensa e una legata all'elaborazione sociale nello stato di riposo successivo al compito: un pattern che i ricercatori leggono come il correlato di una minore fiducia soggettiva, capace, paradossalmente, di alzare motivazione e attenzione. Gli stessi autori avvertono però che l’effetto compare solo nel breve periodo: un dialogo interiore negativo prolungato nel tempo resta, secondo altra letteratura, dannoso.
Se la persuasione verbale, tra le fonti dell’autoefficacia individuate da Bandura, resta quella con il potere predittivo più incostante, può rappresentare però la possibilità di fare esperienze di padronanza diretta. Le parole offrono un appiglio per varcare la soglia. E anche a scuola funziona così.

Un avverbio alla volta
Forse dovremmo cominciare ad ascoltare con più rigore, un avverbio alla volta. Non per pedanteria grammaticale, ma perché ogni frase corretta è, in piccolo, un mondo scelto al posto di un mondo subito, e un passo verso un linguaggio più aderente a ciò che davvero fa stare bene chi insegna e chi impara.
Qual è l’avverbio che ricorre più spesso quando parli della tua classe, o di te stesso/a come insegnante?
Lascia un commento e, se ti è piaciuta, condividila con altri colleghi.
Buon caffè ☕
Simona
Bandler R., Grinder J., La struttura della magia, 1981, Astrolabio Roma, pag 86.
Uhrich, B. B., Rogelberg, S. L., Rogelberg, S. G., Kello, J. E., Williams, E. B., Gur, S. S., Caudill, L. E., & Moffit, M. (2023). The power of the inner voice: Examining self-talk's relationship with academic outcomes. American Journal of Education, 130(1). https://doi.org/10.1086/727006
Latinjak, A. T., Morin, A., Brinthaupt, T. M., Hardy, J., Hatzigeorgiadis, A., Kendall, P. C., Neck, C., Oliver, E. J., Puchalska-Wasyl, M. M., Tovares, A. V., & Winsler, A. (2023). Self-Talk: An Interdisciplinary Review and Transdisciplinary Model. Review of General Psychology, 27(4), 355-386. https://doi.org/10.1177/10892680231170263
Bauer, J. F., Gerczuk, M., Schindler-Gmelch, L., Schuller, B., & Berking, M. (2026). Absolutist word usage in spoken language as a marker of depression: an ecological momentary assessment study. BMC Psychiatry, 26, Articolo 680. https://doi.org/10.1186/s12888-026-08575-z
Kim, J., Kwon, J. H., Kim, J., Kim, E. J., Kim, H. E., Kyeong, S., & Kim, J.-J. (2021). The effects of positive or negative self-talk on the alteration of brain functional connectivity by performing cognitive tasks. Scientific Reports, 11, 14873. https://doi.org/10.1038/s41598-021-94328-9

Mooooolto interessante! Spesso i tuoi post veicolano spunti anche per chi non lavora nella scuola. Adotterò questa tecnica dello “smontaggio” dell’avverbio anche nel mio lavoro.
E comunque, te l’ho già detto: dovresti farci un libro con le tue pensate…