#2 ispirazione
Il mio esercizio di scrittura e un piccolo suggerimento su come funziona l'ispirazione. Io sono Simona Sessini e questa è la seconda newsletter del 2026 de Il caffè del lunedì
Un racconto fantastico sulla nebbia e uno sulla percezione di “suo” per un bambino. E poi: da dove nasce l’ispirazione? Per capire come funziona la creatività quando sembra sparire.
Nel caso, qualcuno se lo chiedesse: no, non è facile condividere quello che si scrive. Ma credo in questo progetto. Sulla parola “nebbia”, non ho avuto dubbi: è una parola troppo ricca di suggestioni per non avere mille immagini nella testa.
Nebbia
Era giunto il momento. Dall’alto della torre, si poteva avere una buona visuale. Aveva corso su per i gradini scoscesi e ora aveva l’affanno. Le era sembrato di vedere una forma nera muoversi in linea retta su in alto. Doveva verificare. Arrivata in cima alla torre lasciò spaziare lo sguardo sulla distesa di nebbia che circondava l’isola.
Era vero. La nebbia si stava diradando. Vista dalla torre, l’isola sembrava galleggiare in un mare indistinto, come se esistesse solo quella terra. Ma la cortina che la proteggeva dal mondo esterno si stava assottigliando e qualche lama di luce tiepida timidamente si allungava.
Dunque il tempo era arrivato. L’aveva atteso a lungo, e ora doveva partire.
L’idea di abbandonare la torre le provocò come una fitta nel petto. In fondo quella era stata la sua casa. Si riscosse: l’isola doveva restare nascosta, questo era l’impegno che aveva accettato.
Lasciò correre lentamente lo sguardo ovunque. Amava la magia di quel luogo lontano da tutto e tutti che l’aveva salvata come una scialuppa acciuffa un naufrago. La baia con l’acqua cristallina e la sabbia fine e dorata, i declivi morbidi delle colline, i boschi che portavano all’altura dove sorgeva la torre di mattoni rossi, chiazzati da muschi ed edere: tutto aveva il sapore di un luogo familiare, una casa. Per lei era una casa.
Mentre raccoglieva le sue cose, le venne in mente che anche la nebbia in fondo faceva parte della sua idea di casa. Molto prima che arrivasse lì.
Si era unita a un gruppo di girovaghi che sfuggivano i controlli. Erano irregolari, qualcuno aveva impianti di intelligenza artificiale installati nel cervello, altri erano androidi che provavano emozioni, alcuni erano soldati con arti artificiali che si erano ribellati al Governo Regolare. Il mondo si trovava da diversi secoli sotto il comando dei giudici che avevano stilato leggi ferree per tutto ciò che non fosse “regolare”. Le derive della tecnologia avevano portato caos e distruzione, e tra guerre, epidemie ed esplosioni incontrollate, l’umanità era stata ad un passo dall’estinzione. Per questo erano stati fatti tanti esperimenti su esseri umani e robot, ma alla fine la convivenza aveva portato ad altre lotte intestine, crudeli e sanguinose come mai nella storia. Nessuno ne parlava. Nessuno poteva parlarne. Coloro che non erano risultati tra le schiere dei vincitori furono eliminati. Non dovevano esserci testimoni. Qualcuno riuscì a scappare. Alcuni si raccoglievano in piccoli manipoli e avevano abbastanza fegato da attaccare il Governo Regolare. Ma erano tentativi disperati e inutili. La maggior parte restava nascosta, protetta dalle nebbie che circondavano il territorio abitato. Erano terre per lo più desolate e aride, brughiere intricate e selvagge. E coperte dalla nebbia.
Pur spostandosi continuamente per non essere bersagli individuabili dagli incrociatori neri che pattugliavano sempre, con regolarità instancabile, il territorio disabitato, era la nebbia che garantiva protezione. Un vecchio androide arrugginito, che raccontava storie di tempi tanto lontani da sembrare mitici, era solito dire che “per sopravvivere dovevano abitare la nebbia”. Quando sedevano la sera, al bivacco intorno al fuoco, il vecchio iniziava le sua narrazioni e prendevano vita personaggi che affrontavano draghi, tradimenti che condannavano nazioni, guerre interminabili e amori impossibili. Nelle nebbie prendevano forma le sagome dei congiurati che pugnalavano Cesare, Napoleone ancora impettito sulla nave che lo conduceva all’esilio, l’impiccagione del dittatore in piazzale Loreto, i primi funghi atomici su Hiroshima….
Sì, la nebbia l’aveva accompagnata da allora.
Poi però, ho scritto anche un racconto su “suo”. È una parolina affascinante che mi faceva venire in mente la difficoltà dei bambini (ma anche degli adulti) con autismo1 nel riconoscere e utilizzare i pronomi. Questo perché i pronomi personali afferiscono alla capacità di vedere se stessi in relazione con gli altri. Un argomento affascinante.
Suo
-Questo è tuo, prendilo!- , insistette la donna esasperata, i riccioli che si agitavano sulla testa. Gli tese il giocattolo che le bruciava nelle mani perché lo prendesse. Era suo. Il bambino lo guardò con la pervicacia di un mulo che non vuole andare avanti. Il giocattolo cadde a terra. La maestra decise che era abbastanza. Si voltò e andò a controllare il gruppo delle bambine che dipingeva lanciando le tempere ovunque tranne che sulla carta. Quel bimbetto serio di cinque anni la impensieriva. Nei suoi vent’anni di onorato servizio non aveva ancora visto un bambino così poco attaccato ai suoi giochi. Mai una volta che dicesse che era “suo”. Di questo si approfittavano i compagni più prepotenti, ché i bambini più piccoli, l’aveva visto, sono spesso più crudeli dei grandi. Gli strappavano le cose dalle mani senza che lui facesse un gesto per riprendersele. Non sapeva proprio come fare con lui.
A Marco piaceva il giocattolo rosso. E sapeva perfettamente che non si buttano le cose per terra. La maestra non aveva fatto una cosa bella. Si chinò a raccogliere il giocattolo e lo posò delicatamente accanto ad altri giocattoli rossi. Cercò una palla per andare a giocare fuori nel giardino. La mamma lo diceva sempre, nelle belle giornate bisogna stare fuori al sole. Lui obbediva alla mamma, perché c’era sempre, gli cantava le canzoni per farlo addormentare e gli cucinava quello che gli piaceva.
A un certo punto si sentirono delle urla di bambini che si litigavano qualcosa. Uno, accaldato con i capelli appiccicaticci, - L’ho visto prima io, è mio!, tirava da una parte, l’altra, una bambina con gli occhi che roteavano dalla furia indemoniati, tirava dall’altra: -No! gridava come una professionista dell’opera, l’ha dato a me! È mio!
Era il giocattolo rosso. La maestra saltò su come una molla. Non c’era mai un attimo di pace in quella classe. Come Minosse, giudice dell’Inferno, lanciò le sue spire sui contendenti e con la voce più ferma che riuscì a trovare, tuonò: - Finitela una buona volta! Questo è di Marco!
E Marco si palesò sulla scena. Sotto gli occhi sbalorditi della maestra-Minosse, si fece largo tra i due bambini e strappò loro dalle mani il giocattolo rosso. Non si accorse che lo sconcerto che ammutoliva la maestra, si propagava come un’onda d’urto sui suoi compagni. Se quello era di Marco, pensava, Marco doveva prenderlo.
Dove trovare l’ispirazione
Non so esattamente come sia iniziato. Guardavo le persone sui mezzi e immaginavo storie. Ognuno con il suo vissuto tirato sulle linee del viso, scolpito meglio occhi e in quel modo di guardare, tatuato sulle mani, nella voce, nel corpo. Treni o metro, in particolare metro, era un piccolo pezzo di vita che mi sfiorava. E io immaginavo che cosa potesse portare proprio quella mattina, una ragazza a truccarsi come una diva nella metro strapiena, o a mangiare una colazione perfettamente bilanciata (carboidrati proteine vitamine), un signore immerso nella lettura che non si accorgeva della vecchia signora che avrebbe avuto bisogno di sedersi e l’uomo con la tuta da lavoro imbrattata di olio che si alzava rivelando il suo accento straniero… storie che si incrociavano quasi senza parere.
Poeti, scrittori, pittori, musicisti, artisti e creativi traggono ispirazione da ciò che li circonda. Grazia Deledda, ad esempio, racconta nel suo romanzo autobiografico Cosima di tutti quei racconti che ascoltava da piccola e come questi piano piano hanno costruito il tessuto delle sue narrazioni:
“Queste fantasie barbariche non le mancavano nella mente; ma erano gli stessi servi e gli altri paesani che frequentavano la casa, e spesso anche i borghesi, i parenti, gli amici del babbo, gli ospiti che venivano dai paesi dei monti e delle valli, a seminarle nei fanciulli curiosi e sensibili coi racconti delle avventure brigantesche che allora fiorivano come un residuo di imprese e di guerriglie medioevali, in un raggio di chilometri e chilometri intorno. Con questi fermenti, i ragazzi però venivano su anche coraggiosi, pronti a combattere coi malviventi, e le ragazze, anche se piccole, come Cosima, avevano già istinti di amazzoni”.
L’ispirazione è la spinta più forte per scrivere. Ma non è detto che sia sempre presente. Prendere la penna in mano, significa infatti sentire anche il peso dei pensieri che riempiono le parole.
Un piccolo viaggio intorno al concetto
L’ispirazione è uno dei concetti più affascinanti, almeno per me. Da dove arriva? perché svanisce proprio quando serve? e perché a volte, a un passo dall’idea, rimane il vuoto?
Per gli antichi Greci, come per molti altri popoli antichi, l’ispirazione artistica non rientrava tra le comuni attività umane. Doveva essere necessariamente collegata al divino: Omero chiede alla dea di cantare l’ira funesta del Pelide Achille ed erano le Muse a sussurrare all’orecchio di Esiodo, mentre compone la Teogonia.
Per spiegare come avviene la creazione dell’artista, Platone ricorre all’immagine dell’ἐνθουσιασμός (enthousiasmós), che letteralmente significa “avere il dio dentro”: la follia divina investe l’artista e l’arte viene alla luce. E in effetti lo stesso verbo in-spirare significa proprio questo: spirare dentro, soffiare dentro un soffio divino che trasforma l’essere ordinario in strumento per le parole del dio.
Con Aristotele l’ispirazione non arriva più dall’esterno, ma risiede nel poeta stesso: grazie alla sua abilità e alla sua competenza tecnica, l’artista insegue la mimesis, l’imitazione, non come mera copia della realtà, ma la rappresentazione di ciò che potrebbe essere.
Nel Medioevo cristiano, l’ispirazione assume una forma diversa, se l’espressione artistica è veicolo del divino, la coscienza non si perde ma si eleva. Così accade a Dante, pellegrino nella “selva oscura”, invoca sì le Muse, ma anche l’“alto ingegno” e la “mente che non erra”, fino a quando nel Paradiso il linguaggio tocca il limite (“il parlar mostra… cede”), e tuttavia si dilata con paradossi, ossimori e immagini per sfiorare l’ineffabile. Tommaso d’Aquino lo spiega così: il poeta opera come artigiano consapevole e, allo stesso tempo, come canale della verità. Come una cattedrale gotica, ogni proporzione rimanda a un ordine superiore. Alla fine Dante resta Dante, ma trasfigurato: il finito che ospita l’Infinito.
Con il Rinascimento, L’ispirazione diventa una qualità personale con l’umanesimo rinascimentale: nasce la figura del genio, come Leonardo. E questo genio ha un nuovo tipo di ispirazione: l’osservazione della natura, la sua complessità e perfezione.
Anche nel Romanticismo la natura è ispiratrice: sede del sublime, spinge l’immaginazione a cogliere i misteriosi significati che la ragione non può cogliere.
La contemporaneità ci ha offerto tantissime visioni diverse dell’ispirazione: il duende che brucia il sangue di Federico Garcia Lorca, il frammento e l’allusione in cui si spezza con T.S. Eliot, lo spontaneismo della beat generation, la catena infinita di richiami e suggestioni decostruita da Derrida…
Questo aspetto di “illuminazione” che caratterizza spesso l’idea di ispirazione, mi ha fatto pensare all’insight.
Ricorrere all’insight
Quando non si sa che cosa scrivere, la mente tende a distrarsi. Non è disattenzione: è come funziona la mente. Se l’ispirazione non arriva, si blocca, la soluzione non è forzarsi sul lavoro ma spostare lo sguardo altrove. Mollare la presa a volte aiuta. Quella creatività che alleniamo poco chiede di scegliere altre strade, basta non censurarla.
La soluzione è invece solleticarla, sollecitarla anche, nutrendola con qualcosa che ci interessa. Ad esempio, leggere una pagina di un libro, riandare alle parole di una vecchia poesia, inseguire con curiosità un dettaglio minuscolo: sono tutte azioni che non interrompono l’elaborazione ma la amplificano. Un pensiero rincorrerà l’altro e ci ritroveremo in sentieri sconosciuti, lontani dal punto da cui siamo partiti, ma molto più aperti a cogliere sfumature nuove. Così funziona il nostro cervello: avverte un conflitto tra quello che avevamo in mente e quello che siamo riusciti a realizzare, per risolvere il problema, ha bisogno di ristrutturare la visione del problema combinando diversamente nuove informazioni.
Il personaggio, la prima ispirazione
L’ispirazione si nutre di protagonisti di cui narrare le vicende. Un modo per scrivere è infatti immaginare la storia di qualcuno (o anche qualcosa, ma lo affronteremo più avanti). Quindi il prossimo esercizio sarà su parole - personaggi. In sostanza la parola che scegliete (sì, esercitarsi con una parola che piace rende le cose più semplici, pensateci) sarà il gancio per ispirare un personaggio: che personaggio scriverete?
A me piacerebbe leggere quello che avete scritto: se ve la sentite, condividete qui.
Buon caffè ☕
Simona
Tra i tanti aspetti che ho osservato, e che avranno più spazio nella newsletter più avanti, il dato più rilevante è che bambini autistici mantengono difficoltà specifiche ai pronomi, non alla cognizione del possesso in sé. Commettono errori con frasi come “Questa matita è tua” ma rispondono correttamente con i nomi, ad esempio “Questa è la matita di Simona”. I pronomi richiedono, infatti, uno spostamento deittico cognitivo, la capacità di rimappare mentalmente lo stesso pronome (“mio”) a differenti persone a seconda di chi sta parlando. Ciò dipende dalla capacità di rappresentare il sé in relazione agli altri, un’aspetto che per chi presenta autismo porta sempre qualche criticità .



