Ogni tanto mi faccio prendere dalla mania del controllo, quel momento in cui l’organizzazione diventa puntigliosa e ossessiva, fino a scatenare l’ansietta in me e in chi mi sta intorno. Allora mi viene in mente una poesia di Eugenio Montale, Prima del viaggio (da Satura): l’elenco meticoloso di orari, valigie, prenotazioni, la scaramanzia di chi controlla tutto prima di partire.
Prima del viaggio si scrutano gli orari,
le coincidenze, le soste, le pernottazioni
e le prenotazioni (di camere con bagno
o doccia, a un letto o due o addirittura un flat);
si consultano
le guide Hachette e quelle dei musei,
si cambiano valute, si dividono
franchi da escudos, rubli da copechi;
prima del viaggio s’informa
qualche amico o parente, si controllano
valige e passaporti, si completa
il corredo, si acquista un supplemento
di lamette da barba, eventualmente
si dà un’occhiata al testamento, pura
scaramanzia perché i disastri aerei
in percentuale sono nulla;prima
del viaggio si è tranquilli ma si sospetta che
il saggio non si muova e che il piacere
di ritornare costi uno sproposito.
E poi si parte e tutto è O.K. e tutto
è per il meglio e inutile.E ora che ne sarà
del mio viaggio?
Troppo accuratamente l’ho studiato
senza saperne nulla. Un imprevisto
è la sola speranza. Ma mi dicono
ch’è una stoltezza dirselo.
Troppo accuratamente l’ho studiato

L’inizio di quest’anno scolastico, come ogni anno, mi è sembrato il momento prima di partire per un viaggio. E in effetti, dopo tante ferie revocate, alla fine di agosto sono riuscita a partire per il primo posto capitato a caso: Budapest. Un viaggio di cui avevo bisogno, per riprendere a vedere oltre lo schermo di un pc. Avevo bisogno di ripulirmi lo sguardo, insomma. Ed è successo, probabilmente proprio perché non avevo programmato quasi nulla, solo volo e pernottamento, e appena prenotato, stava pure per saltare tutto.
Il cervello che non smette di raccontare
A me piace raccontare storie. E so che il mio cervello non smette mai di farlo. Il saggista Will Storr, nell’introduzione al suo libro sulla scienza dello storytelling, parte da un’idea semplice quanto radicale: costruire narrazioni è ciò che il cervello umano fa di mestiere, trasformando ognuno di noi nell’eroe morale al centro della trama della propria vita.
“Creare storie è il mestiere del cervello (…) il nostro cervello ci fa sentire come gli eroi morali al centro della trama che sia ta svolgendo nella nostra vita1”.
Le storie però diventano tali “quando succede qualcosa”.
Serve, per usare il linguaggio degli sceneggiatori, un incidente scatenante: l’evento che rompe l’equilibrio iniziale e obbliga il protagonista a muoversi.
Da Aristotele a Hollywood
Il termine non nasce con gli sceneggiatori, anche se sono loro ad averlo reso uno snodo quasi obbligatorio. Aristotele, nella Poetica, non usa questa espressione, ma distingue nella tragedia una fase di “complicazione”, la catena di cause che mette in moto il conflitto, da una di “scioglimento”. È quella complicazione, riletta oggi, a coincidere con ciò che chiamiamo incidente scatenante.

Nell’Ottocento Gustav Freytag lo chiama “forza propulsiva”: l’evento, a volte un’intera scena, a volte poche parole, che interrompe l’esposizione e fa partire l’azione vera e propria.
Nel Novecento la sceneggiatura lo codifica dandogli nomi diversi per la stessa cosa: Robert McKee2 lo descrive come ciò che sconvolge l’equilibrio di forze nella vita del protagonista; Syd Field lo colloca nelle prime pagine del copione, come l’evento che trascina il protagonista dentro la trama; Blake Snyder lo chiama “catalyst”; Christopher Vogler, riprendendo il viaggio dell’eroe di Campbell, lo chiama “call to adventure”, la chiamata che spinge fuori dal mondo ordinario.
All’inizio di una storia il protagonista conduce un’esistenza più o meno equilibrata; con normali successi e fallimenti, alti e bassi. Chi non ne ha? La vita è però relativamente sotto controllo. Poi, forse improvvisamente e comunque in modo decisivo, si verifica un evento che sconvolge radicalmente questo equilibrio spostando la carica dei valori della realtà del protagonista o verso il negativo, o verso il positivo. (Robert Mc Kee)
Al di là dei nomi, gli studiosi concordano su alcuni criteri: arriva presto, non è causato dal protagonista ma gli accade, è potenzialmente decisivo per la sua vita, ed è irreversibile: dopo, non si torna come se nulla fosse successo, e serve una risposta.
La crepa da cui entra il futuro
A scuola succede sempre qualcosa. Ogni alunno, in ogni istante, è un incidente scatenante: le ire della prof, un litigio in classe, il clima esplosivo di una giornata di merda...
“L’imprevisto è il portale attraverso cui il pericolo ci piomberà addosso per tagliarci la gola. Paradossalmente però, è anche un’opportunità. È la crepa nell’universo attraverso cui si insinuerà il futuro. Il cambiamento è speranza.”
Will Storr3 descrive l’imprevisto come una soglia pericolosa, il varco da cui il rischio può piombarci addosso, certo, ma anche, paradossalmente, come una crepa attraversata dalla speranza. Ed è proprio questa ambivalenza a renderlo interessante: lo stesso evento può essere letto come minaccia o come apertura.

A noi la scelta
L’incidente scatenante può rappresentare l’inizio di una storia. Possiamo raccontare la nostra lotta con il tagliagole al terzo banco e l’insopportabile risolino da svampita in fondo, oppure l’avventura di un anno che comincia. La scelta di come raccontare quell’incidente non è neutra: non cambia il fatto, cambia la struttura con cui lo interpretiamo, e da lì cambia quello che siamo disposti a fare dopo.
L'istante in cui cambia un volto
“L’unica inquadratura che davvero interessa qualunque regista televisivo, che si tratti di un reportage o di una fiction, è il primo piano di un volto nell’istante in cui cambia espressione”. (John Yorke)
Come per lo sceneggiatore e formatore John Yorke, anche per me, l’inquadratura che conta davvero è il primo piano di un volto nell’istante in cui la sua espressione cambia.
È qui che entra in gioco anche il discorso interiore: la voce con cui ci raccontiamo, in tempo reale, quello che ci accade. Se quella voce racconta solo minaccia, la nostra autoefficacia, la fiducia di poter incidere sugli eventi, si restringe. Se invece impariamo a riconoscere nella stessa scena una possibilità, qualcosa si apre: per noi e, di riflesso, per chi lavora e studia con noi. Non è un dettaglio posticcio: è la differenza tra una struttura superficiale (i fatti, l’accaduto) e una struttura profonda (il significato che gli attribuiamo, e che orienta l’azione successiva).
Aspettare che si apra l'azzurro
Certo, ci vuole un po’ di fiducia da parte nostra, la fiducia che non sempre il cielo scuro porta pioggia, e che un temporale può anche aprirsi in un azzurro limpido.
Mi piacerebbe cogliere, sui nostri volti, l’istante in cui si dipinge un cambiamento. E sarebbe ancora più interessante chiedersi quando ciascuno di noi ha furtivamente osservato questo piccolo miracolo sul volto di un altro, un collega, uno studente.
Buon caffè ☕
Simona
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Storr Will, La scienza dello storytelling. Come le storie incantano il cervello, traduzione di Daria Restani, Milano, Codice Edizioni, 2020, Introduzione.
McKee Robert. Story. Contenuti, struttura, stile, principi per la sceneggiatura e per l'arte di scrivere storie. Traduzione di Paolo Restuccia. Roma: Omero Edizioni, 2010, pag. 173 e segg.
Storr Will, op.cit, pag. 3.
