Alzi la mano chi non l’ha mai detto. Varia nei dettagli, ma la sostanza è sempre quella: “Se devo sentire ancora la madre di Tizio, mi sparo.” Oppure: “Per quando avrete finito di parlare, io avrò messo radici.” O ancora, il classico: “Quando vedrò gli asini volare…”
Spesso l’oggetto di quel nostro parlare è una classe particolarmente disastrata con la quale è come cavare acqua dai sassi, o uno studente con relativo genitore molesto per cui ogni colloquio si trasforma in un dialogo tra sordi e muti.
Sono frasi che diciamo senza pensarci troppo, ma hanno una tradizione retorica antichissima, utilizzano strategie precise, e, forse, anche una funzione psicologica, molto utile per chi fa il nostro mestiere.
Anche esagerare ha un nome
Siamo nel territorio dell’iperbole: è la figura retorica che porta all’eccesso il significato di un’espressione, amplificando il riferimento alla realtà fino a renderlo intenzionalmente inverosimile Ad esempio “l’abusato attimino”, ricordato dalla Mortara Garavelli1, o l’inflazionato: “è un secolo che ti aspetto”.
Dentro l’iperbole esiste però una sottospecie particolare, l’adynaton, dal greco ἀδύνατον, che in greco significa letteralmente “cosa impossibile2”, ed una delle mie preferite. Un po’ perché vanta un uso letterario che resta particolarmente impresso: “Io ti amerò finché l’oceano/ verrà piegato in due e steso ad asciugare” (versi della poesia As I Walked Out One Evening di W. Auden usate per una campagna pubblicitaria di un brand di abbigliamento), un po’ perché apre le porte al gioco.
Non si limita, come l’iperbole, ad una amplificazione, del tipo “ci ho messo un’eternità a correggere la tua verifica”, ma prevede la costruzione di uno scenario che, proprio per come è formulato, non potrà mai verificarsi, perché ipotizza per assurdo che si realizzi un fatto esperienzialmente escluso dalla realtà.
Alcuni (come nelle risorse on line Aula di Lettere, Zanichelli) la presentano come un’iperbole dell’iperbole: costruisce, fin dalle premesse, un mondo impossibile.
Vive nel famoso detto evangelico: “è più facile per un cammello attraversare la cruna di un ago che per un ricco entrare nel Regno dei Cieli”; Petrarca ne andava matto: “vedrem ghiacciare il foco, arder la neve” (sonetto 145), e ovviamente anche Leopardi ne faceva uso, come un piccolo vizio stupefacente.
Nel parlato quotidiano prende forme molto simili ai nostri exploit da prof: “te lo ridò quando gli asini voleranno”. Non stupisce che un esempio tipico di adynaton spontaneo, siano le prese di posizione assurde, quelle che fanno da contrappunto al conflitto quotidiano tra docenti e studenti, “non mi muovo di qui neanche morto”.

Per esagerare bisogna essere almeno in due
Eppure, per quanto possano essere assurdamente stupidi e infantili i nostri studenti, non vengono meno ad una regola: chi ascolta un’iperbole non la scambia per una menzogna. McCarthy e Carter (20043), analizzando un corpus di cinque milioni di parole di conversazioni inglesi quotidiane, insistono sulla natura interattiva dell’iperbole: la sua riuscita dipende dal fatto che l’ascoltatore entri in un “patto di accettazione” di formulazioni estreme, costruendo insieme a chi parla dei veri e propri “mondi impossibili”. Cioè, loro ci credono. Anche se sanno che non sarà vero. Non è dunque un atto solitario di me che esagero, ma una sorta di complicità: il segnale che il patto è stato accettato è concreto, osservabile. Quando arriva una risata, o un’ulteriore battuta che rilancia lo scenario assurdo invece di contestarlo, non è un fraintendimento ma la diretta conseguenza di avere compreso appieno il gioco figurato del discorso iperbolico fatto dall’insegnante.
È lo stesso meccanismo, direbbe la pragmatica, per cui l’ascoltatore che ride a una frase come “sono all’università da mille anni” non sta contestando il dato: sta segnalando di aver capito cosa quella frase comunica davvero, oltre la lettera. L’iperbole, in altre parole, dice qualcosa che il linguaggio letterale non riuscirebbe a dire altrettanto efficacemente.
Un’impresa impossibile
Non è un caso che l’adynaton imperversi nelle nostre aule.
Nella prima settimana di scuola, mentre guardavo quei 30 paia di occhi che sparavano a caso definizioni di parti del discorso (sarà un nome? Un aggettivo? Un avverbio? Un pronome? Tanto prima o poi qualcuno l’azzecca), mi veniva in mente che loro erano proprio le premesse assurde di un’impresa impossibile, un adynaton di inizio anno.
Il nostro mestiere ci espone in continuazione a un piccolo, quotidiano scarto fra aspettativa e realtà: noi vorremmo che fosse tutto chiaro dopo ben otto anni di scuola, ma di fatto non è così. E quanto lavoro resta da fare. Me ne accorgo, quasi sempre, da cose minime. Ma con lo sguardo di chi sa che incidenza avranno, nel vissuto di chi le attraversa ogni giorno, quelle piccolezze si caricano di un peso sproporzionato, una sorta di riflesso catastrofista del mondo adulto, e in particolare del nostro.
Finiamo per credere alle nostre esagerazioni
Ho indagato e ho scoperto che in psicoterapia cognitivo-comportamentale la catastrofizzazione4 è descritta come una distorsione cognitiva che consiste nell’esagerare le conseguenze negative di un evento, sovrastimarne la probabilità e sottovalutare le proprie capacità di farvi fronte, trasformando una difficoltà gestibile in un disastro. È, strutturalmente, un processo di magnification, di gonfiamento insomma, e mi ha ricordato il meccanismo dell’iperbole linguistica. La differenza, però, sta nella consapevolezza: nell’iperbole, chi parla sa di esagerare e lo segnala (anche solo con il tono, con una risata, con un “esagero, lo so”); nella catastrofizzazione, la persona non percepisce la propria esagerazione come se fosse una figura retorica, ma la ritiene una valutazione realistica con la conseguenza, questa volta, di incidere sulla realtà fatta di ansia e senso di impotenza.
Moriremo tutti in quest’aula
Ed è proprio qui che si apre lo spazio per la mia proposta. Le tecniche di decatastrofizzazione impiegate in terapia cognitivo-comportamentale non lavorano reprimendo il pensiero catastrofico, ma invece fanno in modo di farlo emergere fino in fondo: l’analista5 invita la persona a identificare i pensieri “e se...?” (“what if”), a seguire lo scenario peggiore fino alle sue estreme conseguenze, e a chiedersi concretamente cosa farebbe se accadesse davvero. È un esercizio che rende visibile, e perciò disinnescabile, l’esagerazione.
Ecco: quando noi docenti siamo di fronte a quelle premesse impossibili e stoicamente manteniamo la posizione stabilita, pur sapendo che sarà un bagno di sangue, potremmo ricordarci dell’adynaton e della sua ironia sottile.
E quando crediamo alla nostra voce che dice: “vi interrogherò fino alla morte” e decidiamo di portarlo fino in fondo, con serietà finta potremmo ricordarci che le nostre parole non sono scolpite nella pietra. Più facile che siano scolpite nella sabbia dei nostri cervelli labili. Ad esempio, l’interrogazione che decidiamo di fare senza sapere chi ha parlato in classe e comunque tutte quelle mezze minacce mezze promesse che elargiamo ai nostri discenti, senza peraltro avere né le condizioni né la forza di portarle a compimento. Il ragionamento può essere applicato anche in altre circostanze al di fuori dei banchi di scuola.
Ora, invece di limitarci a proferire seccamente qualche oscura dichiarazione, possiamo seguirla fino al paradosso: “Non mi muovo da qui finché non so chi ha parlato. Quindi ho tempo. Voi comincerete ad avere fame, io a invecchiare, verrà l’arteriosclerosi, finiremo in cenere e voleremo via nel vento sparsi per l’aula. Nessuno saprà mai più nulla di noi. Perciò, iniziamo a interrogare.”
In questo modo non corriamo il rischio di negare l’emozione, siamo umani anche noi, e anche noi possiamo lamentarci perché la stanchezza e a volte il fastidio che proviamo restano reali e legittimi.
Ma possiamo disinnescarli nelle sue conseguenze eccedendola, anziché reprimendola.
È lo stesso principio del worst case scenario terapeutico, applicato però come gioco condiviso: quelli che stanno in classe (o anche, why not? i colleghi) non sono spettatori passivi, sono chiamati dentro la costruzione del mondo impossibile (di cui loro sono peraltro le premesse in carne ed ossa, ovvero come si fa a spiegare qualcosa a persone così instancabilmente in difficoltà?). Esattamente (o quasi) come accade nel modello interattivo di McCarthy e Carter, dove l’iperbole riuscita è sempre un’impresa a due, segnata da un cambio di registro che tutti riconoscono e in cui tutti, se lo vogliono, possono entrare.

Ridiamone insieme
C’è un motivo in più per preferire la versione condivisa e pubblica dell’adynaton a quella sussurrata fra sé e sé. La letteratura sulle funzioni interpersonali dell’iperbole6 mostra che l’esagerazione condivisa costruisce rapport, complicità, terreno comune fra chi parla e chi ascolta. Quando invitiamo una classe a ridere con noi dello scenario assurdo che abbiamo costruito, non stiamo solo scaricando tensione stiamo dicendo: questa cosa mi pesa, ma non fino al punto di rompere la relazione fra noi. È una forma di regolazione emotiva che passa attraverso la lingua e include chi ci sta di fronte, invece di escluderlo, a differenza dello sfogo secco o del silenzio risentito, che invece isolano.
Siate realisti
La prossima volta che ci sorprendiamo a pensare “morirò in questa classe”, proviamo a non fermarci lì. Seguiamo lo scenario fino alla sua conclusione più assurda, a voce alta, davanti a chi ci ha fatto arrivare a quel punto. È una competenza retorica antica quanto la lingua stessa e, a quanto pare, anche una piccola tecnica terapeutica travestita da battuta riportata in gioco con ciò che facciamo ogni giorno, restare in relazione, anche quando la tentazione sarebbe quella di scoppiare.
E ad ogni modo, ogni volta che ritorno alla semplice parola “impossibile”, si riaffaccia alla mente quel motto del ‘68 francese: Soyez realiste, demandez l’impossible.
Siate realisti, domandate l’impossibile.
A volte il miglior realismo non riguarda il resistere, ma prendere sul serio le premesse impossibili che ci si presentano e portarle all’estremo. Chissà che se noi ci aspettiamo l’impossibile, non accada davvero…
Anche questa è una possibilità.
Buon caffè ☕
Simona
PS: Se questa riflessione ti ha detto qualcosa, condividila con un collega che ne ha bisogno, e se non sei ancora iscritto al Caffè del lunedì, ti aspetto ogni lunedì, con un caffè.
Bice Mortara Garavelli, Manuale di retorica, Milano, Bompiani, 2003, pag. 180.
Ibidem, pag. 181.
McCarthy, M., Carter, R. (2004), "There's millions of them": hyperbole in everyday conversation, Journal of Pragmatics, 36/2 (2004), pp. 149-184, DOI: 10.1016/S0378-2166(03)00116-4, disponibile all’indirizzo: https://doi.org/10.1016/S0378-2166(03)00116-4, in particolare il concetto di joint pretense e impossible worlds, che gli autori riprendono da: Clift, R. (1999), Irony in conversation, Language in Society, 28, 523–553. McCarthy e Carter (2004) analizzano l'uso dell'iperbole nella conversazione quotidiana in lingua inglese basandosi sul corpus parlato CANCODE. Gli autori dimostrano che l'esagerazione non è un semplice artificio retorico individuale o una falsificazione, bensì un fenomeno eminentemente interattivo e pragmatico che si regge su una finzione condivisa (joint pretense) e su un patto di accettazione tra parlante e ascoltatore. Attraverso l'esame di strutture lessico-grammaticali e sintattiche (come quantificatori, espressioni temporali e marcatori di cambio di footing) [3, 35–38, 81], lo studio evidenzia come l'iperbole svolga una centrale funzione interpersonale e affettiva, servendo a valutare la realtà, orientare la narrazione e generare complicità o umorismo.
Sullivan, M. J. L., Bishop, S. R., Pivik, J. (1995), The Pain Catastrophizing Scale: Development and Validation, Psychological Assessment, 7(4), 524–532, doi:10.1037/1040-3590.7.4.524. La catastofizzazione viene definita come “exaggerated negative orientation toward noxious stimuli” e descritta come un concentrato di tre elementi: ruminazione (non riuscire a distogliere il pensiero da ciò che ci provoca dolore/sofferenza), magnificazione (esagerare la minaccia e le possibili conseguenze del dolore), senso di impotenza. Anche Beck, J. S. (2011), Cognitive Behavior Therapy: Basics and Beyond, 2nd ed., New York, Guilford. Cfr. cap. sulle distorsioni cognitive (Typical mistakes in thinking): “Catastrophizing (also called fortune-telling): you predict the future negatively without considering other, more likely outcomes”.
Beck, J. S. (2011), Cognitive Behavior Therapy: Basics and Beyond, 2nd ed., cap. su identificazione e valutazione dei pensieri automatici (Questioning automatic thoughts). La tecnica di decatastrofizzazione utilizza domande del tipo: “What’s the worst that could happen? Could I live through it? What’s the best that could happen? What’s the most realistic outcome?”
Pomerantz, Anita, “Extreme Case Formulations: A Way of Legitimizing Claims”, Human Studies, 9 (1986), pp. 219–229, DOI: 10.1007/BF00148128

