Ho letto quest’estate Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez. Non sono un’esperta di letteratura sudamericana1 e non ho la pretesa di una lettura critica, ma vorrei condividere le suggestioni che il romanzo mi ha lasciato nel rientrare a scuola.
Il mio istituto mi sembrava un po’ Macondo: alcuni colleghi ne raccontano le origini mitiche, palpitanti di ideali, ragazzi nuovi e sempre uguali riempiono i corridoi… e noi insegnanti?
Le porte di Macondo
All’inizio del romanzo le porte delle case sono spalancate da mattina a sera. Per Ursula, vera matriarca dei Buendía, far entrare viaggiatori e forestieri è l’unico modo per scacciare la rovina e impedire l’isolamento della famiglia. L’arrivo di Fernanda introduce un modello di chiusura borghese, privilegiando la privacy degli individui: Fernanda sostiene che “le porte siano state inventate per essere chiuse”. Ma sbarrando le porte, la famiglia Buendia si chiude su se stessa, l’incomunicabilità alimenta la mancanza di affetti2.
Da sempre la porta della classe mi fa pensare a un confine invalicabile oltre il quale l’esperienza professionale dei docenti non passa. La solitudine di Márquez assomiglia molto alla nostra: una convivenza a volte fin troppo formale, ma certamente ordinata (salvo qualche eccesso), in cui le energie che investiamo si consumano, sfilacciandosi lentamente, perché mancano condizioni che nemmeno noi sappiamo bene quali dovrebbero essere.
Quando lavorare insieme diventa necessario
Non ho molta esperienza di lavoro in team, ma forse è il dono più prezioso che mi porto dall’Ufficio scolastico regionale. Quando il lavoro è tanto e difficile, essere costretti a farlo insieme unisce persone diverse per carattere e background e allontana chi non ha interesse a farlo. Si fa fronte comune, si creano valori condivisi, nasce una convivialità, un linguaggio che è solo di quell’ufficio, e ci si riconosce in uno stile di vita. Ogni volta che ho combinato un pasticcio (e qualcuno grosso l’ho combinato) c’è stata Dalila accanto a me e Andrea a sentenziare che tutti facciamo pasticci. Ed era così ogni volta che capitava all’una o all’altro.
Nella scuola è molto più complicato, perché il lavoro è individuale: chiusa la porta della classe, difficilmente si condivide. Non c’è l’abitudine a lavorare a stretto contatto e, se anche ci fosse, non se ne avverte l’esigenza. Ognuno combatte le sue battaglie da solo, ripiegato nella propria ossessione, come i Buendía con la guerra del colonnello Aureliano o la sete di conoscenza di José Arcadio.
Scuolitudine
È una solitudine che dura da quasi cento anni. Si reclutano nuove leve che stanno pacificamente sedute alla cattedra mentre imperversa la tempesta di astucci, cappelli, quaderni volanti; i presidi, ora dirigenti, si trincerano dietro porte e circolari, valanghe di circolari; le generazioni cambiano, ma tutto è assorbito dalla struttura di gelatina dell’organizzazione scolastica…
La soledad, para mí, es lo contrario de la solidaridad3.
La scuolitudine è quella strana e perniciosa malattia che colpisce tutti, presto o tardi: incontriamo ogni giorno gli stessi colleghi e continuiamo ad affrontare da soli le questioni più importanti del nostro mestiere. Lo dico perché per prima ne sono affetta, senza volerlo riconoscere.
Possiamo abitare lo stesso edificio, rispettare lo stesso calendario, partecipare alle stesse riunioni e conoscere pochissimo del lavoro degli altri. Possiamo condividere le fatiche nei corridoi senza condividere gli strumenti per affrontarle. Possiamo perfino volerci bene, senza riuscire a costruire qualcosa insieme.
Non è per nulla chiaro l’obiettivo per cui facciamo quello che facciamo.
Si diventa insegnanti per lo stipendio, per avere i pomeriggi liberi, per cercare stimoli culturali che non arrivano mai, per l’ideale romantico di lavorare con i ragazzi… ma pochi per l’obiettivo che dovrebbe accomunarci. E la competenza che manca è proprio saper collegare il sapere teorico, spesso astratto e distante, alla quotidianità, dei ragazzi e nostra. Così anche la scuola che vivono i docenti non si attacca a niente di vivo, di vissuto: è come la spoglia dell’horcrux di Voldemort lasciata a morire nella luce di King’s Cross, incapace di rigenerarsi.
Avere molti anni davanti e nessun futuro
Marta Gallo4, studiando il tempo nel romanzo, distingue il futuro come semplice successione dal futuro come apertura agli altri, al mondo, al progetto. Rifacendosi a Heidegger, il futuro non è un punto su una linea ma un modo di stare al mondo: ha futuro chi è aperto a ciò che non è ancora e a chi non è lui.
Ed è qui che i Buendía inciampano. La loro solitudine è un ripiegamento su sé stessi che nasce dall’incapacità di amare; senza un legame vero con gli altri ogni progetto fallisce e restano l’inerzia e la frustrazione. Hanno davanti molti anni, ma non hanno futuro nel senso che conta.
Etichette, nient’altro
Il finale porta questa chiusura fino in fondo: quando la storia di Macondo coincide con le profezie di Melquíades, dentro il racconto non resta alcuna apertura. Ma il romanzo non finisce con la sua ultima riga. Chiuso il mondo di Macondo, nota Gallo, il vuoto che rimane viene consegnato a chi legge, e tocca al lettore riprendersi la possibilità che il futuro sia diverso. Lo fa, va detto, sotto forma di domanda, non di promessa.
Per questo credo sia utile imparare a vedersi un po’ come lettori: il futuro come apertura richiede che l’esperienza di ciascuno si rivolga agli altri. Altrimenti resta solo il tempo che passa.
E qui cito finalmente l’episodio che ho amato di più. Macondo viene invasa dalla peste dell’insonnia, e con il sonno si perde piano piano la memoria. Le membra non sentono alcuno sfinimento; la piaga rivela presto la sua manifestazione più terribile: l’oblio, la perdita del tempo vissuto. Aureliano, insonne esperto e orefice, non ricorda più il nome dell’incudine. Suo padre glielo dice: “tasso”. Lui lo scrive su un foglietto e lo incolla sull’oggetto, poi fa lo stesso con tutto il laboratorio. José Arcadio Buendía estende il metodo a tutta la casa e poi al paese, segnando con il pennello il nome di ogni cosa: “tavolo”, “sedia”, “orologio”, “porta”, “mucca”, “banano”. Poi si rende conto che un giorno potrebbero riconoscere le cose dalle scritte senza più ricordare a che servono.
L’episodio dell’insonnia divenne così la metafora stessa dell’opera: una battaglia per riscattare dall’oblio l’identità e la storia prima che svaniscano per sempre.
Su questo episodio ha scritto pagine precise Jasmina Markič5, in un saggio su memoria e oblio. Contro l’oblio si scrivono i nomi delle cose, ma riconoscere un nome non garantisce di ricordarne l’uso. Servono allora nuove indicazioni, che dipendono a loro volta dalla capacità di capire ciò che è scritto. Etichette e scrittura sono tentativi di resistere, e gli abitanti di Macondo reagiscono insieme, come comunità.
Quando la nostra lezione custodisce un’esperienza comprensibile, e quando resta soltanto un nome senza pratiche?
Non basta stare nella stessa scuola per costruire una scuola comune. Si possono usare le stesse parole e non sapere più a quali gesti corrispondano.
Il romanzo ci permette di guardare questa distanza senza trasformare Macondo in una condanna: possiamo leggere la chiusura di un mondo senza assumerla come il destino del nostro.
Forse dovremmo tornare a una domanda elementare: per che cosa siamo lì?
Non per giudicare le ragioni personali che hanno portato ciascuno a insegnare, ma per esplicitare la responsabilità che ci accomuna una volta entrati in classe.
Una classe piena di persone
Per me, siamo lì per accompagnare gli studenti da un punto A a un punto B della conoscenza: sapere qualcosa di più del mondo, saperlo riconoscere, metterlo in discussione e usarlo nella vita che vorranno vivere.
Non possiamo scegliere quella vita al posto loro; possiamo contribuire ad allargare gli strumenti con cui la sceglieranno.
Se questo è il compito, la collaborazione non riguarda soltanto gli adulti. Come facciamo a capire dove si trovino gli studenti, che cosa abbiano compreso e quali significati stiano costruendo, se il loro punto di vista non entra nel nostro lavoro?
Ascoltarli non significa rinunciare alla responsabilità di guidare, ma procurarsi elementi per esercitarla meglio. È qui che la scuolitudine diventa più evidente: quando l’insegnante rimane solo persino nel pensare il percorso di una classe piena di persone. Ed è qui che vorrei cominciare a interromperla.
Una porta da riaprire
Non vorrei concludere chiedendo agli insegnanti un altro sforzo eroico. Vorrei chiedere alla scuola, a partire da chi la organizza, di rendere meno necessario l’eroismo individuale.
Si potrebbe cominciare da un problema circoscritto: qualcosa che gli studenti continuano a non comprendere. Mettere sul tavolo i loro lavori, confrontare le interpretazioni, preparare un tentativo comune e tornare a guardare che cosa è successo. Non una riunione in più per dichiarare che collaboriamo, ma un tempo riconoscibile e protetto nel quale aver bisogno gli uni degli altri.
Non vorrei abolire il silenzio necessario a studiare, pensare, preparare. Vorrei che, dopo aver lavorato da soli, sapessimo dove tornare con ciò che abbiamo capito, e che dall’altra parte ci fosse qualcuno disposto a farne qualcosa insieme.
Ed è per questo che ho proposto di progettare insieme la programmazione della prima nella mia scuola. Quanti hanno aderito? Tre, ovviamente.
Buon caffè ☕
Simona
PS: Se questa riflessione ti ha detto qualcosa, condividila con un collega che ne ha bisogno, e se non sei ancora iscritto al Caffè del lunedì, ti aspetto ogni lunedì, con un caffè.
Ci sono molte letture e interpretazioni appassionanti del romanzo di Garcia Marquez, ma non mi sento abbastanza competente per parlarne.
Bruno Cruz Petit, «El espacio en Cien años de soledad: la interioridad como condición de la adivinanza del mundo», Anales de Literatura Hispanoamericana, vol. 49, 2020, pp. 205-217, DOI: https://dx.doi.org/10.5209/alhi.73124. Nel saggio, l’autore duplice natura della clausura: se da un lato essa conduce alla rovina collettiva, dall’altro crea l’isolamento necessario (incarnato dalla stanza di Melquíades) per la concentrazione, la memoria e la rivelazione finale della storia dei Buendía. La sua tesi è che l’interiorità può produrre conoscenza, mentre la chiusura relazionale può accompagnare la rovina.
Gabriel García Márquez, «La soledad, para mí, es lo contrario de la solidaridad», da El olor de la guayaba (1982), cit. in Centro Gabo, «9 frases de Gabriel García Márquez sobre la solidaridad», 21 marzo 2018, punto 2, «Solidario, no solitario». Traduzione italiana: «La solitudine, per me, è il contrario della solidarietà»
Marta Gallo, «El tiempo en “Cien años de soledad”, de Gabriel García Márquez», in «Actas del Cuarto Congreso de la Asociación Internacional de Hispanistas», Salamanca, Universidad de Salamanca, 1982, pp. 561–571. Il congresso si svolse nel 1971: va distinto dall’anno di pubblicazione degli atti, indicato dalla Biblioteca Virtual Miguel de Cervantes.
Jasmina Markič, «El recuerdo y el olvido en Cien años de soledad», in «Ars & Humanitas», vol. 12, n. 2, 2018, pp. 163–175, DOI: 10.4312/ars.12.2.163-175.



