🧠#26 Mente da principiante
Questa è la ventiseiesima newsletter del 2025. Come affrontare la sindrome dell’impostore e riscoprire la meraviglia: cosa ci insegna la “Beginner’s Mind” nella scuola e nella vita.
Parliamo dei maestri, della meraviglia che sono i maestri
in un’epoca che vorrebbe farne a meno.
Massimo Recalcati
Massimo Recalcati ha aperto così il suo intervento al Festival della Bellezza. Anche io ero lì, insieme a tantissime persone, nella splendida cornice del Castello Sforzesco, sotto un cielo attraversato dalle rondini (e dal drone che faceva le riprese) in quel momento magico in cui l’azzurro si fa saturo, brillante, intenso.
Inciampare nella saccenza
Ero lì con un po’ di scetticismo, lo ammetto. Salire in cattedra significa nove volte su dieci inciampare nella saccenza. Siamo tutti esposti a questo rischio e sembra che quando si tratta di scuola, appena si prende un microfono in mano, tutti sappiano come insegnare meglio a chi lo fa davvero.
Anche se non hanno mai messo piede in una classe.
Anche se non hanno mai potuto osservare gli studenti tra i banchi.
Anche se non hanno mai condiviso un caffè veloce con i colleghi, correndo tra una lezione e un colloquio.
La vita di scuola, insomma. Quando Mascia, la mia amica, ha proposto di andare ad ascoltare Recalcati, ero divisa tra il timore di sentirmi per l’ennesima volta giudicata (che non fa che aumentare il mio senso di impotenza) e la curiosità di scoprire come avrebbe sviluppato un tema come “A scuola di meraviglia: cos’è un maestro?”.
Invece, proprio all’inizio, l’immagine che ha scelto ha sciolto le mie resistenze, è stata proprio quella che ha dissipato i miei dubbi.
“Sono andato ad ascoltare un luminare che parlava di Giordano Bruno. Un mio amico mi sussurra all’orecchio: Lui potrebbe parlare di qualunque cosa. C’è una differenza tra chi sa tantissime cose e il maestro. Il maestro è colui che può parlare solo di ciò che gli preme, di ciò che lo tocca veramente, della spina che tocca la sua carne. È una parola vera.
Il maestro è costretto a pensare”.
(Sono i miei appunti, spero di rispettare la fonte).
Chiarezza del pensiero
Quelle parole mi hanno riportata in classe. L’aspetto per me più coinvolgente dello stare in classe è sempre stato (e in assoluto sarà) la necessità di capire quello che dovevo spiegare per poterlo rendere chiaro ai miei studenti.
Mi sono accorta che non riuscivo mai a fare una lezione uguale all’altra, né da una classe all’altra, né da un anno all’altro. A me piace studiare e quindi essere costretta a leggere, fare schemi, cercare altre fonti per poter rendere intelligibile quello che si presentava oscuro e nebuloso e assolutamente privo di fascino alle facce annoiate e disilluse (i miei ragazzi frammentati) è stata la possibilità per me di essere vera.
Prima di tutto con me stessa. Per essere onesta con i miei studenti e guardarli dritto negli occhi.
Tra gli appunti veloci che ho preso ascoltando rapita Recalcati, mi sono segnata queste frasi:
L’immagine del maestro è quella della luce. Il maestro non comanda attraverso il potere, il maestro illumina. La chiarezza è la virtù fondamentale del maestro.
Recalcati porta l’esempio del suo maestro che rendeva tutto, anche le parti più ostiche del testo hegeliano, comprensibili. Arriva tuttavia un punto in cui il maestro si fermava e ammetteva di non sapere andare avanti.
Fino a un certo punto. Come se nel testo si presentasse un muro. Ci porta a toccare un muro invalicabile, l’incontro con qualcosa di cui non si può dire tutto. Il maestro resta a custodire il non tutto. Ogni magistero si muove tra la luce e la custodia del mistero.
La paura di non sapere
Quando ho cominciato a insegnare, la mia paura più grande non era quella di perdere il controllo della classe, né il timore di non farmi rispettare.
Era molto peggio.
Era il panico di non saper rispondere.
Di non essere in grado di spiegare.
Di essere scoperta per quella che (credevo) ero davvero: ignorante.
Ogni volta che uno studente mi faceva una domanda che non avevo previsto, ogni volta che mi trovavo davanti a un concetto che non riuscivo a rendere chiaro, sentivo salire una voce interiore che mi metteva in discussione a fondo:
“Ma che ci stai a fare lì, se non sei nemmeno capace di spiegare?”
Era la sindrome dell’impostore, nella sua forma più feroce.
Quella che non si limita a farti dubitare: ti annichilisce.
Ti fa sentire un errore vivente. Una truffa. Una presenza indegna.
Per cercare di sopravvivere a quella sensazione, ho fatto l’unica cosa che mi sembrava possibile:
sono tornata indietro.
Ho ripreso in mano i miei vecchi quaderni del liceo, quegli appunti che avevo scritto senza sapere che un giorno mi sarebbero serviti non per l’esame, ma per restare in piedi davanti a una classe.
Ho ricominciato a studiare tutto da capo.
Come se fosse la prima volta.
Non per aggiungere competenze al CV.
Non per sentirmi all’altezza.
Ma per capire davvero, per cercare un modo autentico di stare lì, in quella relazione educativa che non ammette finzioni.
Solo molti anni dopo ho scoperto che c’era un nome per questo modo di studiare, di guardare, di imparare:
Beginner’s Mind. La mente del principiante.
E ho capito che quell’umiliazione iniziale, quella paura così bruciante, non era un errore da correggere.
Secondo Rick Rubin
Ho trovato molto interessante un episodio di Hacking creativity su Spotify. Argomento: L’atto creativo di Rick Rubin.
Secondo Rubin, la mente del principiante è:
il fondamento della creatività autentica,
la via per ritrovare ispirazione,
una forma di resistenza alla rigidità dell’esperienza accumulata.
Per lui, tornare a una mentalità da principiante non è un regredire, ma un riconnettersi con la parte viva, intuitiva, spontanea di sé.
La vera innovazione, secondo Rubin, nasce quando ci liberiamo dalla pressione di dover avere tutte le risposte e accettiamo il processo creativo come gioco, esplorazione, stupore.
Ma chi è Rick Rubin per poter dire queste cose? Rick Rubin è uno dei produttori musicali più influenti e versatili degli ultimi quarant’anni: per sua stessa ammissione non sa un tubo di musica e neanche sa suonare uno strumento. Ma pratica la meditazione da quando aveva 14 anni e non sbaglia un colpo: Metallica, Red Hot Chili Peppers, Ed Sheeran, Johnny Cash, Adele, Lady Gaga e… Jovanotti. Famoso per un approccio stripped‑down, elimina fronzoli, enfatizzando voce e strumenti nudi.
Shoshin
L’idea non è nuova. Viene da lontano.
Nello Zen giapponese si chiama Shoshin: la mente del principiante.
Indica uno stato mentale aperto, curioso, libero da preconcetti, quando non si è esperti.
Il maestro zen Shunryu Suzuki scriveva:
“Nella mente del principiante ci sono molte possibilità. Nella mente dell’esperto, solo poche.”
Per chi insegna, Shoshin è un invito a restare allievi, anche quando siamo in cattedra.
A fare spazio alla domanda, non solo alla risposta.
Takeaways
Accetta di non avere tutte le risposte.
Torna a studiare, con gioia.
Sperimenta, cambia prospettiva.
Sii curioso come i tuoi studenti.
Impara a dire: “Non lo so. Ma lo cerchiamo insieme.”
Allenarsi alla “mente del principiante” significa liberare lo sguardo, tornare a essere apprendisti, mettersi in discussione senza paura.
È una pratica che ha a che sa di meraviglia.
La chiarezza arriva perché siamo costretti a pensare, cioè a fare domande che non sono mai state fatte. A partire ogni volta da capo. Perché ogni volta che abbiamo dei volti diversi ed è come la prima volta.
Mi sembra quindi che la chiarezza è quella della domanda.
Come Socrate, che non dava risposte, ma poneva domande.
Come chi sa di non sapere, ma desidera sapere.
Come chi, ogni volta che entra in classe, ricomincia da capo.
Ciò che rende tale un maestro è quel “sapere di non sapere, riconoscersi come un amante del sapere”, spiegava Recalcati.
Solo così avrà la chiarezza delle domande come se fosse uno alle prime armi, l’unico modo per suscitare domande in quelli che gli stanno accanto.
Se anche tu insegni e ti sei sentita inadeguata, ma hai deciso di restare.
Se anche tu cerchi ogni giorno un modo per essere vera davanti ai tuoi studenti.
Se pensi che la meraviglia sia una forma di resistenza...
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Buon caffè ☕
Simona





Come mi riconosco in questo, soprattutto perché insegno da 4 anni e sono entrata in ruolo quest'anno, sindrome dell'impostore a tutto spiano!