#29 Parlare con gli adolescenti
Adolescenza e adulti: come convivere (quasi in pace) durante un viaggio on the road. Io sono Simona Sessini e questa è la ventinovesima newsletter del 2025 de Il caffè del lunedì (ma di martedì)
Un viaggio in auto con un figlio adolescente può insegnarti più di un manuale di psicologia. Ecco cosa ho imparato sull'adolescenza (e su me stessa).
#29 Adolescemi e adulti
Mi rendo conto che questa newsletter sta accumulando ritardi su ritardi.
Stavolta sono appena rientrata da un viaggio on the road con mio figlio quindicenne. Normalmente evito di parlare della me genitrice, ma questa volta voglio fare un’eccezione.
Il rapporto con gli adolescenti
Per gli adulti, anche quelli che con gli adolescenti ci parlano ogni giorno, ci scrivono sopra, ne ascoltano i problemi, per tutti, gli adolescenti restano un mondo a parte.
Diventare adulto significa, ad un certo punto, superare quel limite oltre il quale ciò che fanno e dicono gli adolescenti è inevitabilmente stupido. Anche gli adolescenti pensano che gli adulti siano tutti stupidi.
Ogni tanto gli adolescenti ritengono di doversi far capire dagli adulti e allora comunicano in modo tale che qualunque vecchio cuore ipocondriaco si commuova fino alle lacrime al pensiero che, forse, in fondo, c’è ancora una speranza. L’importante è che, alla fine, l’anziano sganci la paghetta.
Non sto sostenendo che gli adolescenti siano egoisti o superficiali. Dico solo che gli adulti, come me, come molti genitori, come gli psicologi che ragionano sul mondo visto con i loro occhi, spesso e volentieri non riescono ad accettare una verità quasi ovvia: gli adulti non possono capire gli adolescenti. E, cosa ancora più dura, loro non vogliono che li capiamo.
C’è una distanza e gli adolescenti non vogliono che sia scavalcata. Tutto qui.
Mi ricordo che da adolescente semplicemente la convinzione su cui si incardinava la mia stessa identità era che mia madre non poteva capirmi, mio padre non poteva capirmi, nessun adulto poteva capirmi. Non volevo che mi capissero, anzi pretendevo che non mi capissero per niente.
Perché dovrebbe essere diverso per mio figlio?
Esiste peraltro una prova scientifica di questo assunto. Basta verificare con un esperimento che mostri la legge dell’inversione dell’adolescente
Dato un sistema relazionale A→a, in cui A = adulto (genitore o docente) e a = adolescente, si osserva che:
Se
A(t₀) dichiara adesione esplicita a una posizione P sostenuta da a,
allora, con un ritardo Δt compreso tra 5 minuti ≤ Δt ≤ 5 giorni,
a(t₀ + Δt) ⇒ ¬P (cioè sostiene l’esatto opposto).
Dove:
A(t₀) = adulto al tempo t₀
a(t₀ + Δt) = adolescente al tempo successivo
¬P = negazione della posizione P
Δt = tempo di latenza inversa dell’opinione, funzione variabile in base a umore, contesto e presenza di pubblico.
Il che semplificato suona così:
Se adulto = “Ti capisco e sono d’accordo con te”
allora adolescente = “Ah no, adesso la penso diversamente”
Un corollario è che in generale questo si verifica nel rapporto genitori-figlio, ma quando il genitore abdica alla comunicazione e demanda la relazione educativa all’insegnante, anche con quest’ultimo può verificarsi più di frequente una relazione conflittuale.
Gli adulti non possono capire gli adolescenti. E gli adolescenti non vogliono essere capiti. Questa è una delle verità più dure da accettare per un adulto che vuole poter interpretare e spiegare ogni cosa.
C’è dunque una varietà di posizioni che passano dal disprezzo pubblicamente espresso alla difesa fino al sangue, attraverso posizioni più o meno moderate di contenuta critica o di affettuosa partecipazione. Ma in fondo, chi più chi meno, cadiamo tutti nella trappola del “Ti spiego chi sei a modo mio” (parafrasando il titolo di Matteo Lancini1: “Sii te stesso a modo mio”, che, confesso, non ho ancora letto)”.
Il viaggio
Non so esattamente come sia successo, ma mi sono trovata invischiata in una promessa, fatta un po’ per sfida un po’ per gioco, a mio figlio. “Va bene, allora andiamo ad Amsterdam”, ho detto. Sento la voce nella mia testa: “sta zitta, cretina, in che casino vuoi infilarti? Come farai a sopportare tuo figlio adolescemo per più di cinque minuti consecutivi?”.
Ufficialmente ho fatto passare l’idea come mia, come una mamma che la sa lunga. In realtà, non sapevo come uscirne, come adulti sappiamo che la parola data va mantenuta. Così è nato il viaggio in macchina dalla Lombardia fino ai canali d’Olanda, con due tappe in Germania. Dal quale sono appena sopravvissuta.
Solo noi due, mamma e figlio quindicenne.
Quello che ho capito
Faccio una premessa: da insegnante, il mio rapporto con gli adolescenti che oscillano tra gli 11 e i 20 anni di età è molto positivo. Anche gratificante, per certi versi, e non certo perché amino le mie materie o siano studenti modello (ahimè, tutt’altro), ma perché sono simpatici, acuti e divertenti quando si fidano del fatto che non vengono giudicati.
E non sono miei figli. Non ho bisogno di giudicarli, vanno bene così come sono, perché cambiarli?
Ma mio figlio non è un alunno. È mio figlio.
E quando è tuo figlio, tutto cambia. Vorresti che fosse tutto ciò che speri: felice, amato, protetto. Che sapesse quanto vale, e che lo sapesse senza doverlo dimostrare a nessuno.
Ma tutte queste cose non dipendono da te, mia cara.
E allora condivido alcune cose scoperte a caso in questi 5 giorni in macchina e in giro per l’Europa. La più importante è quella che ho dichiarato all’inizio:
Gli adulti non possono capire gli adolescenti;
Quando smetti di cercare di capire tuo figlio, la pianti di essere di malumore e ti godi dei bei momenti, di risate e complicità;
Se tuo figlio mangia solo patatine fritte, portalo dove fanno solo patatine fritte: a un certo punto si stufa;
In auto o gli lasci scegliere la musica oppure parlerai da sola; nel primo caso: Momendol. Funziona;
Anche l’adolescente, a sorpresa, può apprezzare i mercatini, i canali, le camminate senza meta e le giornate piene di sole;
Mi sono fatta una cultura sui testi di BabyGang, Shiva, Nabi, Tony Boy, Neima, Sfera Ebbasta etc (e ho anche ipotizzato una bella UdA in merito2);
Ama le storie vere. Perché anche se non le ha vissute, le sente. E questo basta;
Anche a 15 anni si ricorda come si fa a cuscinate;
Se dice spontaneamente: “Però è stato un bel viaggio”, hai vinto;
10. Appena torna a casa, la prima cosa che farà sarà cercare i suoi amici. A qualunque costo.
Una mamma di uno degli amici di mio figlio mi ha chiesto: Ma con lei suo figlio parla? Mio figlio mi racconta quello che è disposto a raccontarmi, metto in conto che non mi dica tutto, e mi devo ricordare che non posso capire un adolescente, soprattutto se è mio figlio. E devo accettare che farà un passo avanti e due indietro, come un gamberetto.
Detto ciò, senza grosse pretese, gli adolescenti sono molto sensibili ad una cosa: l’esserci, l’essere presenti per loro, dicendo anche cosa è giusto e cosa è sbagliato, ma essere lì.
Non significa essere sempre d'accordo o dire sempre di sì. Significa essere un punto fermo, una presenza affidabile anche quando (anzi, soprattutto quando) non capisci cosa sta passando nella sua testa. È come essere un faro: non devi seguire le navi, devi solo restare acceso nello stesso punto, così saprà sempre dove trovarti quando ne avrà bisogno.

Non c’è bisogno di capire nient’altro.
Buon caffè ☕
Simona
PS: Se conosci qualcuno che si sente in trincea con un adolescente (in aula o a casa), condividi questa newsletter: magari può servire sapere che non sono soli…
Per chi non lo conosce, Matteo Lancini è uno psicoterapeuta dell'età evolutiva, presidente della fondazione Minotauro di Milano, che da anni si occupa di adolescenza. I suoi libri come Sii te stesso a modo mio e L'età tradita sono diventati punti di riferimento per genitori ed educatori alle prese con i teenagers.
Durante il viaggio, ascoltando per ore BabyGang, Shiva e gli altri, mi è venuta in mente un’Unità di Apprendimento interessante. I testi di questi artisti, al di là dei pregiudizi, raccontano spesso storie di marginalità, ingiustizia, ricerca di riscatto. Eviterei di mettere in dialogo con brani letterari che affrontano gli stessi temi, ma mi piacerebbe mostrare i riferimenti, i giochi di suoni, le figure retoriche, le ritmiche… Gli studenti potrebbero scoprire che la ricerca di parole per “dire il dolore” è inevitabile. E magari capirebbero perché certi testi li toccano così profondamente, anche se non hanno vissuto quelle esperienze… e che scrivere può lenire cicatrici…





