#3 flessibilità
“Non ho fantasia” non significa mancanza di idee, ma rigidità. Basta usare i pronomi. Io sono Simona Sessini e questa è la terza newsletter del 2026 de Il caffè del lunedì
Un sondaggio su Instagram non è indicativo, certo, ma convalida la mia esperienza: in vent’anni di scuola, i miei studenti hanno continuato a sostenere che non riuscivano a scrivere perché non avevano fantasia.
Ma che cosa intendiamo quando diciamo di “non avere fantasia”?

Quando a scuola proponevo di ipotizzare altri sviluppi o altri finali, mescolare storie diverse, o ancora di trovare strade alternative, immancabilmente una mano si alza, e poi dietro tutte le altre: “Prof, non mi viene più niente”.
Qualunque approccio alla misurazione della creatività è costruita su quattro dimensioni identificate da J.P. Guilford (1967), che rimangono il riferimento standard nella ricerca contemporanea: fluidità, flessibilità, originalità, elaborazione.
Il “Prof, non mi viene in mente più niente”, equivalente scolastico di “non avere fantasia”, significa che scambiamo la quantità di idee con la qualità. Di quattro indicatori, solo la fluidità misura la quantità di idee creative. Più difficile è la flessibilità, che misura la varietà e la diversità delle categorie concettuali cui facciamo riferimento nel generare nuove idee; si tratta di un indicatore che rappresenta la capacità di adattamento cognitivo e di passare da un approccio mentale all’altro.
Non avere fantasia significa non poter immaginare le cose diversamente da così. Tante cose, magari, ma sempre lo stesso scenario, la stessa visuale, la stessa categoria.
Quindi iniziamo dal pronome.
L’articolo “The Secret Life of Pronouns: Flexibility in Writing Style and Physical Health” (2003), scritto da R. Sherlock Campbell e James W. Pennebaker1, presenta una ricerca innovativa che collega il modo in cui le persone usano le parole funzionali alla loro salute fisica. I due autori, studiando i testi scritti per alcuni giorni consecutivi da tre gruppi con caratteristiche differenti, osservano che:
Mentre le parole di contenuto più distinte e meno frequentemente utilizzate indicano che cosa l’autore sta dicendo, le parole funzionali più comuni indicano come l’autore sta parlando.
In particolare, tra tutte le tipologie di parole, i pronomi sono marcatori di prospettiva psicologica: non si tratta di quante occorrenze di pronomi simili ci siano, ma del fatto che l’autore (chi scrive il testo) sta guardando lo stesso trauma attraverso lenti diverse: un giorno potrebbe essere focalizzato sul sé (io), il giorno dopo sulle relazioni (noi, loro), e quello dopo ancora su una figura specifica (lui, lei).
La flessibilità, ovvero la variabilità (gli autori parlano di una bassa similarità matematica) nell’uso dei pronomi personali tra una sessione di scrittura e l’altra, rappresenta il fattore determinante per ottenere i maggiori benefici fisici e una significativa riduzione delle visite mediche.
Per poter “avere fantasia” ed essere flessibili non è sempre necessario un percorso psicologico, l’ipnosi e neanche mettersi nei panni degli altri.
Basta cambiare il pronome. Potenza della grammatica.
Il mio amore incondizionato per la conoscenza della lingua italiana emana cuoricini.
Uno degli esercizi di scrittura più divertenti in assoluto è proprio su questo. L’ho trovato in un libro della Gotham Writers’ Workshop (la più grande scuola di scrittura): Valerie Vogrin nel suo saggio sul punto di vista propone un esercizio folgorante.
Esercizio. Prendete uno dei brani scritti in prima persona e riscrivetelo con un pdf in seconda persona. Anche se non dovete fare molto di più che cambiare la persona dei verbi e sostituire Io con Tu, l’effetto può essere più profondo. Siete liberi di fare tutti gli altri cambiamenti che volete. Confrontate le due versioni e considerate il diverso impatto emotivo di entrambe.
Per me è stata una svolta. Perché, tutto sommato, la prima e la terza persona sono usate. C’è anche chi parla di se stesso in terza persona, come Giulio Cesare, un fenomeno che ha per giunta un nome: illeismo. In uno studio del 2017 si ipotizzava che il parlare di sé in terza persona costituisse uno strumento di distanziamento psicologico automatico. In pratica se io uso la terza persona per riferirmi agli altri, se la uso per parlare di me creo inevitabilmente un distacco, che mi permette di guardarmi con maggiore oggettività. Ma la seconda persona? Un esercizio fighissimo.
Ho da proporre questo esercizio in 6 step.
Scrivi un testo in prima persona per il giorno 1, come se fosse una riflessione a fine giornata. Una roba semplice, massimo 500 parole. Se non ti va di scrivere, scegli un testo di un autore che dia voce al tuo sentire in quel momento.
Giorno 2: Riscrivi lo stesso testo in 2 persona singolare. Siete liberi di fare tutti gli altri cambiamenti che volete.
Giorno 3: in 3 persona.
Giorno 4: in 1 persona plurale.
Giorno 5: in 2 persona plurale.
Giorno 6: in 3 persona plurale.
Confronta le versioni. Anche questa è flessibilità.
Buon caffè ☕
Simona
Tra l’altro questa ricerca si basa su un sistema che si chiama LSA, Latent Semantic Analysis, che analizza e processa matematicamente gli “spazi” semantici delle parole, conoscendo anche parole simili o appartenenti allo stesso campo di significato. Una figata.
