#30 Istruzioni per restare autentici
Ribellarsi all’omologazione è possibile, ma serve consapevolezza, coraggio e visione educativa. Io sono Simona Sessini e questa è la trentesima newsletter del 2025 de Il caffè del lunedì
Un insegnante può ancora scegliere di non omologarsi? Se crede che educare significhi pensare, forse potrebbe “ribellarsi con stile”. Cioè dentro le regole.
Come si preserva lo spirito critico dentro un sistema normato? Può esistere un pensiero originale lavorando in un contesto istituzionale? Per un insegnante, questa domanda si traduce nella reale possibilità della libertà di insegnamento. Ma la questione va oltre la semplice scelta di argomenti o strumenti didattici: come salvaguardare l'originalità dell'identità personale quando si lavora in una scuola che per natura si fonda su regole e leggi da rispettare?
Il vincolo normativo
Ogni docente sa che firmando il contratto accetta di attenersi a specifiche disposizioni previste dai vigenti CCNL1, cioè i contratti collettivi nazionali di lavoro). Esiste anche un codice di comportamento dei dipendenti pubblici (il DPR 62/2013, integrato dal recente DPR 81/2023) che, al di là degli obblighi e delle garanzie spettanti al lavoratore, individua quali comportamenti siano eticamente richiesti dall’esercizio della professione docente.
E a me tornano alla memoria una serie di tipi umani che colorano le vite dei nostri studenti di stupore e divertimento. Dalla collega che faceva i piegamenti in classe a quella che si nascondeva ginocchioni sotto la cattedra per non so quale motivazione, all’anziano professore disperso nei meandri dell’istituto e scoperto a dormire serenamente sul lettino dell’infermeria… sono sicura che ognuno di noi porta con sé esempi altrettanto edificanti.
Loris, o dell’inadeguatezza
Qui voglio soffermarmi su Loris. Loris era un asciutto quanto precario docente di Arte. Quando entrava in classe appendeva il suo malconcio giubbotto marrone sul proiettore della Lim. Tutti i colleghi si lamentavano del fatto che la Lim fosse inutilizzabile perché sbilanciata. Diceva agli studenti cose assurde, che venivano ingigantite e portate all’attenzione degli altri prof e delle famiglie.
Una volta prese in ostaggio una classe perché non si trovavano le chiavi di casa di un impaurito tredicenne. Ho visto la preside correre nel corridoio (era la stessa che mi diceva: “Non si corre nei corridoi”) per interrompere la Santa inquisizione dello sfigatissimo Loris, lodevole iniziativa ma ahimè, un filo più coercitiva di quanto potesse essere ammesso, e liberare gli sgamatissimi alunni che se la ridevano, pur non avendo la coscienza limpidissima.
Un giorno avemmo uno scambio di battute: durante un’uscita didattica offrivo a lui e ad altri colleghi presenti una torta salata fatta da me. Mi disse qualcosa di assolutamente inappropriato, forse volendo essere simpatico, ma risultando solo sgarbato. Osservando questo, mi è parso spiegabile come mai non riuscisse ad interagire con gli studenti e neanche ad inserirsi con i colleghi. Gli risposi: “Tu non devi insegnare. Fai qualunque altra cosa ma non insegnare”.
Sì, certo, non spetta a me dare questi giudizi, chi sono io per dire chi deve insegnare e chi no, come mi permetto… ok, ma quante volte ci lasciamo andare a simili pensieri e magari pure a voce alta?
L’omologazione
Il fatto è che ci rendiamo ben conto che alcuni comportamenti cozzano in modo clamoroso con quei requisiti minimi di “diligenza, lealtà, buona fede, equità, trasparenza, imparzialità, obiettività e buona condotta” che, anche se nessuno di noi è il ritratto della perfezione, ci si aspetterebbe in una amministrazione pubblica e, a maggior ragione, in un servizio educativo. Ma noi siamo sempre così irreprensibili?
La scuola e i docenti che vi operano non sono avulsi dal contesto sociale in cui vivono con tutte le sue contraddizioni. Magari non appendiamo il cappotto sulle teste degli alunni o non interroghiamo facendo yoga alla cattedra, tuttavia….
Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera del 24 giugno 19742 scriveva:
Ci sono certi pazzi che guardano le facce della gente e il suo comportamento, (…) perché conoscono la semiologia. Sanno che la cultura produce dei codici, che i codici producono il comportamento, che il comportamento è un linguaggio e che in un momento storico in cui il linguaggio verbale è tutto convenzionale e sterilizzato (tecnicizzato), il linguaggio del comportamento (fisico e mimico) assume una decisiva importanza. (…) E' a un tale livello di comunicazione linguistica che si manifestano: a) la mutazione antropologica degli italiani; b) la loro completa omologazione ad un unico modello. (…) Ora, tutti gli italiani giovani compiono questi identici atti, hanno questo stesso linguaggio fisico, sono interscambiabili; cosa vecchia come il mondo se limitata a una classe sociale o a una categoria, ma il fatto è che questi atti culturali e questo linguaggio somatico sono interclassisti. In una piazza piena di giovani nessuno potrà più distinguere dal suo corpo un operaio da uno studente, un fascista da un antifascista, cosa che era ancora possibile nel 1968.
L’omologazione secondo Pasolini indica un processo di appiattimento culturale in cui le diversità vengono cancellate a favore di un modello unico dominante. Un Potere senza volto impone la standardizzazione attraverso media e cultura consumistica, cancellando dialetti, tradizioni e differenze.
Paradossalmente, la varietà di pensiero tra gli insegnanti non sembra oggi molto più ampia rispetto ai luoghi comuni che offre il dibattito sui social: si dicono le stesse cose che dicono tutti gli influencer, si utilizzano gli stessi stereotipi, si trasforma la vita della scuola in meme.
Nella pratica quotidiana, oscilliamo tra due estremi: il No filter e la Rottenmaier.
Il primo esercita il suo diritto a dire la sua anche quando non è necessario.
Confonde la cattedra con un palcoscenico personale
Esprime giudizi politici, ideologici o personali senza filtri professionali
Critica apertamente colleghi, dirigenti o famiglie davanti agli studenti
Condivide dettagli inappropriati della propria vita privata
Impone le proprie convinzioni presentandole come verità assolute
All'estremo opposto troviamo la collega che ha fatto della intransigenza la propria bandiera. Con lei si fa così e basta.
Applica regole e procedure senza considerare le specificità delle situazioni
Rifiuta il dialogo costruttivo e si chiude a qualsiasi messa in discussione
Resiste ostinatamente a innovazioni didattiche e metodologie inclusive
Ignora i principi di personalizzazione e centralità dello studente
Usa le norme come scudo per evitare responsabilità educative
Effetti
Entrambi i modelli, apparentemente opposti, condividono un elemento comune: l'irresponsabilità professionale. Il primo pecca per eccesso di libertà senza considerare i doveri, il secondo per eccesso di controllo senza considerare le finalità educative.
Entrambi:
Compromettono la fiducia degli studenti nell’istituzione scolastica
Ostacolano lo sviluppo del pensiero critico e autonomo
Creano tensioni nel corpo docente e con le famiglie
Danneggiano l'efficacia dell’azione educativa complessiva
Accade ciò perché l’omologazione è talmente pervasiva che anche gli insegnanti hanno assorbito il pensiero mainstream della scuola inutile e obsoleta. Anche quando cercano di combatterlo, non fanno altro che consolidarlo. Ancora Pasolini3 spiega questo fenomeno in modo ineccepibile:
Oggi, al contrario l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la tolleranza dell’ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema di informazioni.
In poche righe, Pasolini ci dice che oggi tutti, nessuno escluso, aderiscono in modo totalizzante ai modelli imposti dall’alto. Ogni autentica diversità culturale viene abiurata, rinnegata. Quella che potrebbe sembrare tolleranza (l’ideologia edonistica del "va bene tutto, divertiti e consuma") è in realtà la forma più subdola di repressione, perché spegne qualsiasi opposizione e rende tutti uguali nel pensare e nel volere. Questa repressione silenziosa è stata possibile grazie a una rivoluzione doppia: nelle infrastrutture (sviluppo economico, industrializzazione, consumismo capillare) e nel sistema dell’informazione (mass media pervasivi, televisione prima e ora social media). Il nuovo Potere consumistico, attraverso la televisione prima e i media digitali poi, ha assimilato a sé l’intero paese, distruggendo in pochi anni l’autenticità delle culture locali e imponendo un modello unico di uomo consumatore
Questa omologazione strisciante si è infiltrata anche nella scuola: molti insegnanti, nel bene e nel male, finiscono per incarnare figure stereotipate (il ribelle senza causa da un lato, il Cerbero burocratico dall'altro) che vediamo rappresentate ovunque nel dibattito pubblico. E così facendo, magari con l'intento di reagire a un sistema che non piace, di fatto non fanno che confermare agli occhi di tutti l'immagine di una scuola o troppo permissiva o troppo oppressiva – in ogni caso inadeguata. Insomma, volendo combattere l'idea che la scuola non funzioni più, alcuni di noi finiscono col fornire esattamente le prove che i detrattori stavano cercando.
Via d’uscita?
Esiste un modo per salvaguardare l’espressione autentica dell’insegnante (e dello studente) e sfuggire davvero all’omologazione?
Secondo me, sì.
La condizione necessaria e sufficiente è che l’insegnante sia libero di esprimere sé stesso, ma dentro i confini che il suo ruolo e il contesto istituzionale gli assegnano. In altre parole, occorre trovare un equilibrio: riconoscere e accettare i limiti (legali, deontologici, pedagogici) entro cui operiamo, e poi abitare consapevolmente quello spazio di manovra. Non si tratta di reprimersi, bensì di conoscere i paletti del gioco – e, all'interno di essi, giocare la propria partita con creatività e senso critico. Significa anche avere il coraggio di muovere delle critiche, perché no? Il pensiero critico si allena proprio confrontandosi con dei limiti, nel non sottomettersi a quello che “pensano tutti” senza fare domande, cercando invece risposte non superficiali alle contraddizioni che incontriamo.
Solo un docente che ha trovato la propria libertà all’interno di quei confini può, a sua volta, rendere possibile negli studenti la libertà di espressione di un pensiero critico e originale. Ed è questa la sfida che dovremmo raccogliere ogni giorno come educatori: essere ribelli consapevoli dentro l’istituzione. In questo modo possiamo trasformare la scuola da luogo di omologazione passiva a palestra di menti libere. È la strada che, nel nostro progetto educativo, ci impegniamo a seguire: mantenere viva l’originalità e lo spirito critico di ognuno dentro la cornice di regole condivise. Solo così la scuola torna a essere un luogo di crescita autentica – e non una macchina che sforna individui tutti uguali – stimolando studenti e famiglie a farne parte con fiducia e entusiasmo. In definitiva, ribellarsi all’omologazione significa rivendicare una scuola viva, dove rispettare le regole non spegne la creatività, ma anzi la canalizza e la esalta.
E chissà che una scuola così non sia proprio quello di cui abbiamo bisogno per riconquistare la fiducia degli studenti...
Buon caffè ☕
Simona
PS: Se questa newsletter ti ha fatto riflettere, iscriviti e condividila con chi non ha paura di mettersi in discussione.
Non voglio qui entrare troppo nel merito ma una bibliografia essenziale potrebbe essere: D.Lgs. 165/2001 – Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche; D.P.R. 62/2013 – Codice di comportamento dei dipendenti pubblici; CCNL Istruzione e Ricerca (2019–2021); Legge 190/2012 – Anticorruzione.
pag 23, in Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Milano 1975. Se avete tempo suggerisco l’articolo sul tema di Italiano della maturità che potrebbe essere stato scritto oggi. Niente di nuovo sotto il sole, insomma.
pag. 11, ibidem (articolo de 9 dicembre 1973). In effetti il mondo è diventato molto più piccolo, si viaggia in continuazione fino all’altro capo del mondo e internet e i social consentono di condividere notizie, stati d’animo e foto in tempo reale. oltre a determinare pensieri e costumi su un pubblico che non può più essere distinto per caratteristiche oggettivamente significative: maschi o femmine, laureati o analfabeti non c’è differenza.



