#31 Fare spazio
Non è solo decluttering: è imparare a liberarsi di oggetti, ricordi e resistenze per creare ordine. Io sono Simona Sessini e questa è la trentunesima newsletter del 2025 de Il caffè del lunedì
Due o tre cose che ho imparato nel fare decluttering. Creare un ordine che ci assomiglia richiede una fatica e la disponibilità ad accettare l’imperfezione.
Ogni periodo dell’anno ha i suoi rituali. Io sono particolarmente affezionata al momento in cui svuoto il mio cassetto negli armadi dell’aula docenti, una volta concluse tutte le attività scolastiche. Ho mantenuto questa tradizione dagli anni di precariato perché il decluttering è entrato nelle mie corde. Perché fare spazio aiuta a prepararsi per l’anno che verrà.
Liberare spazio fuori e dentro
Il decluttering è il processo di rimuovere oggetti superflui o non necessari da uno spazio e, dal cassetto della scuola a quello della propria casa, è giusto il tragitto consueto.
Con l’obiettivo di creare un ambiente più ordinato, funzionale e sereno, anche la mia modesta abitazione, a fine estate, viene coinvolta dal sacro fuoco del decluttering. Secondo gli esperti non si tratta solo di pulire, ma anche di un percorso che porta a maggiore spazio fisico e mentale, riduzione dello stress, migliore concentrazione e una vita più organizzata e sostenibile. Ma diciamo che la mia tendenza a traslocare periodicamente ha reso una pratica di moda, una necessità. E poiché si fa di necessità virtù, ho imparato due o tre cose.
In pratica, si valuta l’utilità reale di ogni oggetto, si decide cosa mantenere in base all’uso e all’importanza emotiva, e ciò che non serve può essere donato o riciclato invece che gettato. La cucina, l’armadio, la scrivania o i cassetti possono essere suddivisi in zone da affrontare una per volta. Il processo aiuta a liberare spazio e a introdurre nella propria vita ordine e chiarezza mentale, aprendo la strada a nuove opportunità. Alcuni metodi (ormai ce ne sono per ogni gusto) per il decluttering includono l’uso di liste, di divisione in zone e la creazione di pile per gli oggetti e, per chi vuole, anche tecniche specifiche come il metodo 1-3-5 (fare 1 grande, 3 medie e 5 piccole azioni di decluttering in ogni sessione) per non stressarsi troppo. Garantisco che, con qualche rivista femminile e un po’ di pratica, si ottiene un buon risultato.
Quindi quest’estate ho affrontato la cosa con tranquillità. Erano mesi che non sopportavo il disordine in casa e l’ultimo trasloco era stato un po’ sommario (cioè avevo buttato le cose negli scatoloni e stop). Ho dovuto, necessariamente fare con calma, e questo nonostante la fretta di finire e levarmi dalle scatole (nessuna metafora) questa incombenza. Con tranquillità, nel senso che ho aspettato di dover partire finalmente per le vacanze. Chill, come dicono i ragazzi.
Quando la mente è più disordinata dei cassetti
E questo è quello che ho scoperto: è stato un incubo. Perché eliminare il superfluo non significa buttare quello che non ti serve più e basta, ma lasciare andare i ricordi, le storie, i momenti che ti hanno accompagnato fino a qui.
Voglio dire che mentre racimolavo vecchi scontrini, fogli di appunti, giocattoli senza testa non era sufficiente domandarmi: mi serve ancora? Ovviamente no, non mi serve qualcosa che è stato utilizzato e ora è, per definizione, superfluo.
La domanda è: perché l’ho conservato? E perché non riesco a separarmene?
Perché c’è un pezzo di storia attaccato e, per quanto si sponsorizzi la credenza che quello resterà nella memoria per sempre, in realtà non è così.

Nello svuotare casa (non per l’ennesimo trasloco) per fare spazio, sono stata assalita da mille cose. Ci sono stati momenti in cui ero talmente scoraggiata da non sperare di riuscire a venirne fuori. Non era solo l’attaccamento a quei momenti che, come tanti promemoria di un tempo che fu, mi impediva di procedere al decluttering puro e semplice. Era farci pace. Quelle cose (foto, libri, carte da gioco) non dovevano trovare una sistemazione solo nello spazio fisico di una casa. Dovevano essere ordinate nel mio spazio mentale e trovare un posto che non fosse un angolo oscuro della memoria dominato dal caos.
“È molto difficile mantenere in ordine la mente dall’interno”, mi ritornava alla mente Csíkszentmihályi1 (che nome impronunciabile…) quando parla dell’entropia psichica. Lo psicologo ungherese sostiene che riorganizzare la mente quando non c’è nulla da fare è un compito arduo. Per questo facciamo meno fatica quando possiamo contare su delle regole imposte dall’esterno.
Senza un ordine mentale non sono però in grado di riorganizzare il mio spazio fisico: e ho sperimentato, questa volta in modo molto devastante, che le due cose sono correlate. Certo, l’escamotage che avevo trovato in precedenza era quello dello “svuotatasche”: un luogo dove accantonare tutto quello che non volevo per mille ragioni mi disturbasse in quel momento.
Per fare spazio è molto utile spostare i mobili. In genere mi è sempre venuto benissimo: amo i pezzi componibili dell’Ikea e ci gioco come se fossero Lego. Questa volta, però, non ci sono riuscita (bello eh, l’appartamento nel teatro storico, ma la piantina sembra un quadro di Escher…).
Questa volta volevo spostare il divano da una stanza all’altra ma non ci passava, tutta la mia visione in fumo. Ma poi effettivamente… non ci sarebbe stato.
Questa volta volevo invertire le cose che avevo modificato qualche anno fa, ma zero collaborazione: i mobili hanno deciso di fermarsi dove erano. E poi chi li avrebbe sentiti quegli adolescenti adesso che protestare è la loro professione…
E in tutto questo… a volte le cose devono stare dove stanno e a volte puoi decidere di spostarle. Poi si va avanti poco per volta a lanciare scatole, buste e vecchi zaini nei cassoni della discarica (ringrazio sentitamente l’omino che ha visto la confusione della mia faccia e mi ha pietosamente aiutato).
Fare spazio all’imperfezione
Non sono stata capace di fare decluttering come da manuale, ma ho avuto modo di scavare un po’ nel mio ordine mentale che è cambiato nel tempo e aveva bisogno di un lavoro diverso. Sotto un muro d’acqua nelle quattro ore di macchina per arrivare finalmente all’imbarco del traghetto per la mia isola e andare in vacanza con la testa, pensavo a come il mio approccio era stato diverso dal solito. Sono sempre stata certa che ordine e pulizia, quando in particolare devo iniziare con qualcosa di nuovo che profuma di impegnativo, mi permettono di riordinare e organizzare tempo e idee in modo più produttivo. Cioè lo spazio intorno determina lo spazio interno. Non avevo pensato che potesse essere complicato.
Alla fine, quello che ho imparato da questa esperienza di decluttering “fallito” è che non sempre i manuali e i metodi hanno ragione. A volte la vita è più complessa delle tecniche 1-3-5 e delle zone organizzate. A volte fare spazio significa anche accettare che alcuni oggetti, alcuni ricordi, alcune configurazioni della nostra vita resistono al cambiamento per motivi che vanno oltre la logica dell’utilità. Bisogna accettarle.
La vera lezione non è stata imparare a buttare via meglio, ma comprendere che fare spazio è un processo che coinvolge tutta la persona: la sua storia, i suoi tempi, le sue resistenze. Il decluttering perfetto forse non esiste, ma esiste un decluttering autentico che rispetta chi siamo e da dove veniamo. E se i mobili decidono di non collaborare e i ricordi si aggrappano agli oggetti più insignificanti, forse è perché hanno ancora qualcosa da dirci. E bisogna lasciargli lo spazio che meritano.
Alla fine, ho fatto spazio lo stesso. Non come avevo programmato, ma accettando che fare spazio significa anche fare spazio all’imperfezione e alle soluzioni temporanee. E chissà, forse questo è l’ordine più autentico che possiamo creare: uno spazio che assomiglia davvero a noi, con le nostre contraddizioni e le nostre storie ancora attaccate addosso.
Il vero decluttering, ho scoperto, non è eliminare tutto ciò che non serve, ma trovare la pace con ciò che scegliamo di tenere. E a volte, quella pace arriva solo dopo aver accettato che alcune battaglie con i nostri divani, i nostri ricordi e le nostre resistenze sono destinate a finire in pareggio.
C’è un tempo per tutto.
Arrivata alla casa dei miei genitori, mi sono scontrata con il mondo in cui la moda del decluttering non ha ancora bussato alla porta. Ma appunto, ci sarà tempo per tutto. Adesso mi godo il mare e le persone che amo, sapendo che a casa mi aspetta un ordine faticosamente raggiunto. È un pensiero molto riposante.
Buon caffè ☕
Simona
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Cap 2 e pag. 267-268, Flow. Psicologia dell’esperienza ottimale, Milano 2021.



