#33 Fragilità
Memento mori con vista parcheggio. Fragilità a scuola: cosa insegna una signora contro un albero. Io sono Simona Sessini e questa è la trentatreesima newsletter del 2025 de Il caffè del lunedì
Fragilità a scuola: come riconoscerla, gestirla e trasformarla in risorsa educativa. Una riflessione tra aneddoti ironici e strategie pratiche
Viviamo nell’epoca più sicura ma…
C’è stata un’epoca in cui spiegavo ai miei figli, ancora piccoli, che se la mamma fosse improvvisamente uscita di scena – per morte naturale o incidente spettacolare – loro dovevano sapere che uno sarebbe andato dai nonni, l'altro dalla zia. Melodrammatico? Forse. A me rassicurava dare una risposta ad un angosciante interrogativo: chi si sarebbe occupato di loro se mi fosse capitato qualcosa?
La fragilità, insomma, inizia proprio da qui: dalla consapevolezza che siamo tutti appesi a un filo. Gli antichi dicevano “memento mori”, ricordati che devi morire.
Non voglio rovinare la giornata a nessuno, ma mi sono interrogata sul perché oggi tutti sembrano così... delicati. E questo è quello che è venuto fuori.
Viviamo in un mondo meraviglioso: la peste bubbonica non ci fa più paura, e dopo l’esperienza del Covid ci siamo attrezzati per ogni evenienza, possiamo commentare le guerre sui social senza andarle a combattere e insultare garbatamente o meno chiunque, dai personaggi famosi all’ultimo degli sfigati, senza dover combattere duelli all’alba per lavare le ingiurie, come faceva Ungaretti solo qualche decennio fa.
La nostra incolumità insomma non è mai stata così al sicuro come ora.
Cos’è la fragilità a scuola
Eppure, la fragilità è diventata la descrizione standard di praticamente chiunque varchi la soglia scolastica. Studenti fragili, genitori fragili, insegnanti fragili, dirigenti fragili, bidelli fragili, persone fragili… più che una scuola sembra di entrare in una cristalliera.
La fragilità è una condizione multidimensionale1 ma possiamo isolare alcuni tratti comuni:
Ridotta resistenza agli stress
Perdita di funzioni fisiche, psicologiche o socioeconomiche
Aumento del rischio di risultati negativi
Vale la pena soffermarsi sulla, non recente ma molto esplicativa, ricerca di Girelli e Bevilacqua dell’IPRASE (Istituto Provinciale per la Ricerca e la Sperimentazione Educativa del Trentino, lo studio è del 2018), che ha mappato scientificamente quello che noi insegnanti intuiamo da sempre: la fragilità a scuola ha molte facce.
Lo studio si è concentrato sulle “fragilità educative”, andando oltre la definizione sanitaria (studenti immunodepressi o con patologie certificate, come precisato qui in periodo Covid) per abbracciare una visione più ampia: quella degli studenti che mostrano difficoltà educative persistenti, identificabili dai docenti attraverso indicatori specifici come il mancato raggiungimento dei livelli minimi di competenza, il rischio di dispersione scolastica, e le difficoltà di inserimento sociale nel gruppo classe.
Le sei tipologie di fragilità studentesca
Il valore aggiunto della ricerca sta nell'aver sistematizzato l'osservazione empirica dei docenti in categorie operative, trasformando l’intuizione in strumento diagnostico. Non si tratta più di dire “questo studente è in difficoltà”, ma di capire quale tipo di difficoltà sta vivendo, per poter intervenire in modo mirato.
La ricerca ha identificato sei tipologie di fragilità studentesca:
Tipologia 1: “Prof, non riesco a concentrarmi perché ieri ho litigato con mia madre/il mio ragazzo/il mio gatto” = fragilità psico-emotiva. Cosa significa: Studenti con difficoltà di autoregolazione emotiva, scarsa consapevolezza di sé, instabilità emotiva. Come si manifesta: Non riescono a separare le emozioni personali dall'apprendimento. Un litigio a casa diventa un ostacolo insormontabile per seguire la lezione. Hanno reazioni emotive sproporzionate agli eventi scolastici.
Tipologia 2: Quelli che dopo tre mesi ancora non sanno dove sia il bagno = difficoltà di adattamento scolastico. Cosa significa: Problemi a comprendere e adattarsi alle regole, ai tempi e agli spazi della scuola. Come si manifesta: Scarsa concentrazione, difficoltà organizzative, incostanza nell'impegno, non riescono a sviluppare routine scolastiche efficaci. Se dopo mesi non sanno muoversi negli spazi fisici, figuriamoci in quelli mentali e organizzativi della scuola.
Tipologia 3: I solitari perenni che comunicano per monosillabi = fragilità comunicativo-relazionale. Cosa significa: Difficoltà nelle relazioni sociali, nell'inserimento nel gruppo classe, nella comunicazione con pari e adulti. Come si manifesta: Isolamento, difficoltà a lavorare in gruppo, comunicazione povera o assente, non riescono a decodificare i codici sociali del gruppo classe. La povertà comunicativa li esclude dalle dinamiche relazionali.
Tipologia 4: “Va bene tutto, prof” (ma in realtà non va bene niente) = atteggiamento resistente/passivo. Cosa significa: Apatia, mancanza di partecipazione attiva, tendenza a subire piuttosto che agire. Come si manifesta: Non si oppongono apertamente ma non collaborano, accettano tutto superficialmente senza coinvolgimento reale, mancanza di iniziativa. Ha smesso di lottare ma non ha il coraggio di ribellarsi.
Tipologia 5: 2+2 fa sempre 5 = problemi di apprendimento. Cosa significa: Carenze nelle competenze di base, difficoltà cognitive specifiche, insuccesso scolastico ricorrente. Come si manifesta: Non raggiungono i livelli minimi, hanno lacune strutturali, difficoltà nel problem-solving, nella memorizzazione o nell’elaborazione. Gli errori sistematici indicano problemi più profondi della semplice distrazione.
Tipologia 6: “Perché dovrei studiare Dante? È morto!” = atteggiamento oppositivo-ostile. Cosa significa: Comportamenti di rottura delle regole, opposizione sistematica, impulsività, aggressività. Come si manifesta: Contestano tutto, sfidano l'autorità, creano conflitti, usano la provocazione come strumento di comunicazione. È il rifiuto del valore culturale attraverso la provocazione apparentemente logica ma sostanzialmente distruttiva.
Tornando al punto:
la fragilità è quella condizione esistenziale in cui esperiamo i limiti fisici e/o psicologici della natura umana, il più emblematico dei quali è la morte. Si potrebbe dire che ci sono situazioni più di altre in cui il nostro inconscio avverte un pericolo mortale per la sua sopravvivenza e suona l’allarme. Memento mori.
Non ci sono cazzi: hai da morì. E improvvisamente te ne accorgi.
Signora al volante…
Mentre mi dilettavo in queste amene asperità del pensiero, mi accade di assistere a uno spettacolo esilarante e non privo di utili suggerimenti.
Era sabato mattina. Intorno alle nove. Al mare. Sotto i pini si respirava il silenzio di una giornata calda appena velata da un filo di maestrale. L’incantesimo, come direbbe qualunque mediocre scrittore di newsletter come me, viene rotto dalla voce allarmata di una donna che invocava un non precisato “Signore”, e urlava rivolta verso le villette deserte: “Signoreeee! Signoreeeee!”. Finalmente qualche malcapitato si affaccia, spinto dalla curiosità irrefrenabile della moglie, e qualche altra coppia passa per la stradina sterrata. E la donna, che appariva sulla sessantina nonostante i cappelli perfettamente mogano scuro, non perde tempo ad importunarli. “Mi aiuta a spingere?”, chiede.
La suddetta signora aveva deciso, con logica tutta sua, che la strada girasse dove la strada non girava affatto. Di conseguenza aveva svoltato direttamente contro una pianta di alloro che stoicamente continuava a segnalare l’impossibilità della cosa. L’auto, una macchinetta a due posti, era finita nel fosso e le ruote posteriori giravano a vuoto nell’aria. Per non so quale machiavellico ragionamento, era convinta che bastasse spingere la vettura per ritornare sulla strada.
“Ma come ha fatto signora?”, domanda ingenuamente qualcuno. “Eh, mi sono persa e ho sbagliato strada”. Difficile sbagliare strada quando non c’è manco un sentiero….
L’assurdità della situazione era evidente a tutti tranne che a lei. E sicuramente non sarebbe stato sufficiente spingere anche se il povero signore avesse avuto la forza bruta di mille Sansoni. Con maggiore pragmaticità, un uomo prende la situazione in mano e dichiara che: 1. serve una corda da traino, 2. Bisogna trainare la macchina. E così fa: lega la corda, avvicina la macchina, tira ma la macchina della signora stordita non si sposta. Si alza un polverone e gli astanti, partecipi dello spettacolo, esplodono: “Signoraaaa, deve togliere il freno a mano! Metta in folle!”. La signora spiega che ha il cambio automatico… il pubblico non molla: “Tolga la prima”, qualcuno si affaccia dentro il finestrino: “Ecco metta così”. Finalmente la macchinetta rotola giù, si sente un clang e il signore pieno di pragmaticità ferma il suo fuoriserie e spiega che adesso può inserire la retromarcia e riprendere la strada. Sono occorsi dieci minuti nonché le corde vocali di almeno quattro persone per guidarla nell’impresa.
Il siparietto cui ho assistito riequilibra un po’ il drammatico abbrivio.
La signora stordita ha svoltato contro l’alloro perché la fragilità spesso ci rende ciechi alle alternative, alle vie d’uscita che sono sotto il nostro naso. In fondo doveva solo proseguire dritta e seguire la strada. Non vediamo soluzioni perché siamo troppo concentrati sul problema che abbiamo creato noi stessi.
La signora tuttavia, nella sua apparente inadeguatezza, ha fatto la cosa più saggia che potesse fare. Ha chiesto aiuto.
Ma perché continuava a mettere il freno a mano mentre cercavano di trainare l’auto? Quante volte abbiamo studenti che chiedono aiuto ma poi sabotano ogni tentativo di supporto? O a volte capita che noi stessi, senza accorgercene, ci comportiamo esattamente così?
Come aiutare gli studenti
Potremmo dire che:
A volte la fragilità include l’incapacità di ricevere aiuto – e questo va accettato. Bisogna piano piano imparare a suggerire il cambiamento.
L’aiuto va calibrato sulla persona, non sulle nostre aspettative di come dovrebbe funzionare l’aiuto.
La signora che va a schiantarsi contro l'alloro mi ha insegnato qualcosa di fondamentale: la fragilità non è un difetto da correggere, ma una condizione da riconoscere. Lei non aveva le competenze per uscire dal fosso da sola (un’idea aveva e pure sbagliata), ma ha avuto aveva l’intelligenza di chiedere aiuto.
I nostri studenti fragili spesso sono esattamente così. Il nostro compito non è trasformarli in supereroi, ma aiutarli a chiedere l’aiuto di cui hanno disperatamente bisogno (senza imporlo) e sostenerli nel cambiare.

La prossima volta di fronte a uno “studente fragile”:
Non giudichiamo la situazione come assurda – per loro ha senso
Non spingiamo frontalmente ma tiriamoli dolcemente in una posizione più sicura
Applaudiamo quando tolgono il freno a mano – anche se ci mettono tempo
Riconosciamo che chiedere aiuto è già una competenza – e grande
Perché alla fine siamo tutti un po’ fragili: abbiamo tutti il nostro “memento mori”. La differenza è che alcuni di noi hanno già imparato a chiedere aiuto prima di schiantarsi contro il povero albero di alloro.
E tu? Quando è stata l’ultima volta che hai chiesto aiuto?
Buon caffè ☕
Simona
PS: La signora è ripartita sana e salva. Gli studenti fragili, con il giusto supporto, fanno lo stesso.
PPS: Se questa newsletter ti ha fatto ridere (ma anche riflettere), condividila con un collega che potrebbe trovarla utile. E se non sei ancora iscritto, che aspetti? Ogni settimana riflessioni pratiche per docenti che vogliono fare la differenza.
Quali sono gli indicatori che ci consentono di individuare una fragilità a scuola? Anche se progettato per il contesto medico-geriatrico, il “fenotipo di Fried” offre spunti interessanti per l'osservazione scolastica. Il “fenotipo di Fried” – sviluppato dalla geriatra Linda P. Fried per valutare la fragilità negli anziani – identifica cinque indicatori fisici: perdita di peso involontaria, affaticamento, debolezza muscolare, lentezza nei movimenti e bassa attività fisica. Una persona è considerata fragile se soddisfa almeno tre di questi cinque criteri. Nel contesto scolastico potrebbero essere tradotti con l'affaticamento cronico, la lentezza nei tempi di risposta, la perdita di energia fisica possono essere indicatori di fragilità anche negli studenti, naturalmente adattati al contesto educativo e sempre valutati insieme ad altri fattori psicologici e sociali.



