#35 settembre
Settembre: tutti pieni di progetti, ma forse quello che manca è più improvvisazione. Io sono Simona Sessini e questa è la trentacinquesima newsletter del 2025 de Il caffè del lunedì
Settembre non è solo buoni propositi: scopri come l’improvvisazione, la fiducia e il “passarsi la palla” possono trasformare la scuola.
A quanto pare, settembre è diventato il nuovo Capodanno. Ci ripromettiamo di perdere quei 5 chili, di studiare inglese, di fare quel meraviglioso corso di formazione… E magari anche di camminare mezz’ora al giorno, di saper dire no quando ci chiedono questo e quello, di riportare le verifiche e i compiti entro tre giorni, almeno quest’anno… o essere più severa, mantenere le regole, coinvolgere di più gli studenti.
Tempo una settimana e tutti i buoni propositi, i progetti e le pianificazioni vengono masticate dal tran tran solito. Certo, molti come me sostengono che per poter mantenere salda una decisione nel tempo occorre la costanza di fare “quella cosa lì” ogni santo giorno. E penso anche che in fondo sia una buona cosa ripartire con dei progetti, delle idee, dei convincimenti positivi.
Lo vivo sempre un po’ come il segnale di accensione dei motori.
E invece… il mio cervello non ne voleva sapere niente di progetti o piani. E neanche sui buoni propositi si è tanto impegnato. Nada, zero, nicht, rien, nihil.
Nessuna ripresa.
Per carità, abbiamo discusso a lungo nelle camminate lungo la costa sud occidentale della Sardegna: mi venivano due o tre cose banali ma niente suscitava il mio entusiasmo.
Team building
Avevo un impegno con una start up che si occupa di formazione, Discentis, con cui ho iniziato da qualche tempo timidamente a collaborare: un team building per conoscersi di persona ad Aosta.
Tanto per iniziare: gli insegnanti non fanno mai team building, nelle scuole non usa questa consuetudine tipicamente aziendale, che spesso, da quanto mi dicono le mie amiche che sono costrette a partecipare, risulta un vero peso sullo stomaco.
Quando ho lavorato in azienda, in realtà, non mi era mai capitato di partecipare.
Ma forse è proprio questo il punto: a scuola siamo abituati a lavorare in splendido isolamento. Ognuno nella propria aula, ognuno con i propri metodi, ognuno con le proprie paure di essere giudicato. Come se ammettere di non sapere qualcosa o di aver sbagliato fosse una colpa imperdonabile. Eppure chiediamo ai nostri studenti di esporsi, di rischiare, di provare anche quando non sono sicuri.
A me piace conoscere le persone dal vivo, quindi sono andata ad Aosta senza troppi pensieri per partecipare almeno ad una attività e avere il tempo di stare un po’ con le facce che riempiono lo schermo del mio pc quando ci incontriamo. L’attività era guidata da Davide Palermiti ed era incentrata sull’improvvisazione. Anche questo accendeva la mia curiosità.
Improvvisare
L’improvvisazione teatrale è una forma di teatro in cui gli attori creano scene, personaggi e dialoghi senza un copione prestabilito. Nasce dalla spontaneità del momento, ma poggia su solide basi tecniche e principi precisi.
1. Il “Sì, e…” (Yes, and...)
È la regola d'oro dell'improvvisazione. Una persona inizia con un'affermazione e l’altra persona deve dire “sì, e” aggiungendo un'altra frase. Significa:
Accettare sempre ciò che propone il partner
Aggiungere qualcosa di nuovo per far crescere la scena
Non bloccare mai le proposte altrui
2. Ascolto attivo
Nell'improvvisazione devi essere completamente presente e concentrato su ciò che fanno e dicono i tuoi partner. Non puoi pensare alla battuta successiva mentre l'altro parla.
3. Costruzione collaborativa
Nell'improvvisazione teatrale, la costruzione collaborativa significa che nessun attore può creare da solo: il risultato nasce dall'intreccio delle proposte di tutti i partecipanti. È come costruire una casa dove ognuno porta i propri mattoni, ma l'architettura finale emerge dal modo in cui questi mattoni si incastrano insieme.
4. Accettare il fallimento
Gli errori diventano opportunità creative. Non esiste sbagliato nell'improvvisazione, solo nuove direzioni da esplorare.
Non so come descrivere le sei/sette ore che sono state il mio primo team building. Non credo che siano tutti così, però.
All’improvviso, nell’improvvisazione, ho intuito che in realtà avevo bisogno di qualcosa che non fosse già progettato e pianificato da me. I progetti creano delle aspettative e i risultati che otteniamo ci gratificano o ci deludono. A me rassicura tanto pianificare: è il mio modo di controllare il caos, ad esempio, l’essere terribilmente disordinata. Non è sbagliato, anzi.
A volte però abbiamo bisogno di qualcosa da fuori che ci investa per ripartire davvero. O anche per scoprire qualcosa che scardini l’idea che abbiamo di noi stessi. O forse solo per capire quanto faccia bene ridere insieme.
L’improvvisazione non è sinonimo di improvvisazione “alla buona”. Non è disordine. Al contrario: è una delle forme più alte di competenza. Richiede presenza, attenzione, ascolto attivo e – soprattutto – preparazione profonda. Come mi ha ricordato Davide Palermiti, non si improvvisa nel vuoto: si improvvisa a partire da una conoscenza viva di ciò che si sta facendo.
È lo stesso principio che vale per la scuola: puoi deviare dal piano lezione solo se quel piano lo conosci davvero. Puoi cambiare rotta con i tuoi studenti solo se hai fatto il lavoro a monte.
La libertà didattica non è arbitrio, ma responsabilità consapevole.
Quello che ho scoperto nel “pomeriggio in giallo”
Primo: le mie rigidità nascoste
Non pensavo di attaccarmi a così tante rigidità. Evidentemente la vita di scuola (ma non solo) mi addestra a fornire le risposte giuste. Basta osservare come ci incaponiamo a scovare gli errori di ChatGPT e limitrofi, per dimostrare che noi siamo in grado di non fare errori o, meglio ancora, di correggerli.
O hai le risposte giuste oppure che razza di insegnante sei?
Ma qui sta il paradosso: ho riscoperto come questo sia totalmente inutile, se si vuole imparare e mettere nelle condizioni gli altri di imparare qualcosa. L’errore non è il nemico dell'apprendimento, è il suo migliore alleato. Quando smetti di aver paura di sbagliare, inizi davvero a sperimentare.
Secondo: la fiducia prima di tutto.
Prima di poter fare qualcosa con qualcuno, anche in classe, bisognerebbe avere la preoccupazione di creare un clima di fiducia. Non è necessario che ci si sbellichi dalle risate, ma è molto importante, potersi fidare l’uno dell’altro.
Come fai ad affrontare il ridicolo se hai terrore dello sguardo degli altri su di te?
Vale per i docenti e vale per gli studenti: vale anche per le famiglie e i gruppi di amici o i team di lavoro.
Ma cosa significa concretamente clima di fiducia in classe?
È quando uno studente può dire “non ho capito” senza sentirsi stupido
È quando posso ammettere che non so qualcosa e cercarlo insieme a loro
È quando un errore diventa uno spunto per tutti, non una vergogna per uno
È quando il silenzio non è paura ma riflessione
È quando ridere insieme non significa ridere di qualcuno
Se ci fosse un po’ più attenzione su questo aspetto, come ha intuito genialmente Viviana Pinto, Ceo e founder di Discentis, io sono sicura che la scuola sarebbe un posto migliore.
Terzo: passarsi la palla
Le cose funzionano se ci “passiamo la palla”. In un esercizio che ci ha proposto Davide (avercene insegnanti così) dovevamo lavorare in gruppo e proporre una storia con delle voci diverse ispirate ai generi cinematografici. Ma nel mio gruppo non avevamo una storia e non sapevamo fare le voci. A parte forse Francesco, nessuno aveva alcuna intenzione di fare quell’improvvisazione. Figuriamoci! Non c’era uno straccio di niente, neanche avevamo deciso una storia, non mi ero scritta niente, niente a cui aggrapparmi. Se non ho avuto un attacco di panico, ci sono andata vicina. Anche gli altri non erano messi bene.
Alla fine ci abbiamo provato e alla fine siamo pure riusciti a portare a termine la storia (in modo molto originale, mi è piaciuto). Ho provato una grande ammirazione per le persone che avevo accanto, siamo state a quello che c’era, passandoci la parola come se fosse una palla. Ero fortunata ad avere qualcuno su cui contare.
Questa è la lezione più importante: nell’improvvisazione impari che non devi essere brillante da solo. Devi essere presente per gli altri. Devi accogliere quello che arriva e restituire qualcosa che permetta al gioco di continuare.
In un sistema scolastico spesso dominato dal controllo, dai registri digitali e dalla paura dell’errore, improvvisare sembra quasi un atto di ribellione. Ma forse è solo un modo più autentico per stare nel presente, con quello che c’è, con chi hai davanti, e con quella fiducia reciproca che rende possibile ogni apprendimento.
Cosa accadrebbe se portassimo davvero nella scuola l’idea che la fiducia viene prima del programma?
Quando i miei studenti mi “passano la palla”
Mi sono venuti in mente tutte le volte che ho aspettato che mi “passassero la palla” i miei studenti. Pur con tutte le mie rigidità, ci sono stati degli istanti in cui ho potuto cogliere qualcosa, una richiesta d’aiuto, una scintilla, una domanda muta. E ho scelto di ascoltare e cambiare la mia lezione, la mia didattica, tutto quello che avevo deciso di fare.
Sono state le lezioni migliori che ho fatto.
C’era il clima giusto in classe e c’era il flow, il flusso di quello che accadeva, la concentrazione era alta e non ci siamo accorti del tempo che scorreva.
È confortante avere ancora qualcosa da imparare dai più giovani (sono tutti più giovani di me, accidenti).
Quasi ormai alla fine della giornata Davide Palermiti ha precisato che per poter improvvisare bisogna essere preparati, non nel senso di avere la battuta pronta, ma di avere conoscenza e studio su quello che si improvvisa.
Ho avuto, dopo molto tempo, la consapevolezza che se potevo ribaltare la grammatica per farla capire ai miei zucconi era grazie alla familiarità e all’esercizio di anni. Perché è così che funziona: devi conoscere così bene la tua materia da poterla dimenticare. Devi essere così sicuro delle basi da poterti permettere di improvvisare.
È come essere un musicista jazz: prima impara le scale, poi le dimentica per creare. Il paradosso è che più sei preparato, più puoi essere spontaneo.
Più conosci le regole, più puoi giocarci.
Tre cose da provare
Creare spazi di “non controllo”: almeno una volta a settimana, dedicare dieci minuti a quello che viene. Una domanda libera, un’associazione di idee, un “cosa vi viene in mente se dico...?”
Praticare il “sì, e…": quando uno studente propone qualcosa di inaspettato, invece di dire “no, però…" provare a dire “sì, e inoltre…" e vedere dove ci porta.
Ammettere più spesso di non sapere: “Non lo so, ma scopriamolo insieme” potrebbe essere una bella frase per quest’anno.
La scuola non ha bisogno solo di progettazione. Ha bisogno di ossigeno.
Di spazio per l’imprevisto, per lo scarto creativo, per la battuta fuori copione.
Se ci allenassimo a “passarci la palla” un po’ di più – tra docenti, con gli studenti, con le famiglie – forse non saremmo così terrorizzati di sbagliare.
Forse scopriremmo che l’improvvisazione non è caos, ma è la possibilità di imparare in un clima di fiducia.
E questo settembre, magari, non sarà un Capodanno di propositi, ma un inizio vero.
E tu? Quando hai vissuto momenti di flow in classe? Quando ti sei accorto che la lezione migliore è stata quella che non avevi pianificato?
Buon caffè ☕
Simona
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PPS: Se poi non sai come affrontare il back to school… beh, il team Discentis ha pensato anche a questo: entra nella Community e scarica il Manuale (è agile ma completa, una vera chicca).






Trovo sempre molti spunti di riflessione sul mio lavoro, nelle tue parole! Grazie Simona e buon inizio di anno scolastico (io inizio già con la febbre, mannaggia avere le bimbe piccole porta in casa di tutto!)