#37 strumenti
Quali strumenti contano davvero in classe? Una ricognizione alla ricerca dell'unico indispensabile. Io sono Simona Sessini e questa è la trentasettesima newsletter del 2025 de Il caffè del lunedì
Tablet scarichi, LIM in tilt? La lezione migliore spesso nasce proprio quando restiamo solo con ciò che conta davvero: noi stessi.
C'è qualcosa di profondamente liberatorio nel prendere distanza. È quello che mi succede in questo periodo, forse anche perché ho cambiato dimensione professionale: osservo la scuola da una prospettiva diversa, il punto di vista dell’immensa mole di lavoro burocratico che si nasconde dietro la partenza di ogni anno scolastico.
Con la ripresa della scuola, anche i miei ex alunni mi hanno cercata. Non perseguito gli studenti fuori dalla realtà scolastica, ma mi fa piacere quando resta da parte loro il desiderio di mantenere il rapporto con me. Così mi sono abbracciata Elisa con la quale abbiamo avuto confronti accesi negli anni passati e Marti che pensava che io non la capissi, Ricki che era sicuro di non poter studiare e via nostalgizzando un poco.
Il mito degli strumenti didattici
Sono anche entrata nella classe che non prenderò quest’anno. La mia apparizione ha creato un certo subbuglio, li ho visti accendersi e tirarsi subito sull’attenti perché lo sanno che devono salutare chi entra, ci tengo che siano educati. Mi sono presentata alla collega, però non voglio che i ragazzi stiano a fare confronti inutili tra un docente e un altro, per cui non mi sono soffermata molto (a parte rimproverare quella svampita di Giulia che apre la porta del bagno anche se io faccio forza per tenerla chiusa).
Mentre cercavo di spiegare alla nuova docente quello che avevo costruito l'anno precedente, mi sono resa conto di quanto sia difficile trasmettere l'essenza di ciò che facciamo. Non i programmi, non le metodologie sulla carta, ma quella cosa impalpabile che trasforma un’ora di lezione in un momento che resta.
Tra le mie amicizie più frequenti c’è un numero consistente di insegnanti. E ancora le domande che animano le nostre conversazioni sono sempre le stesse: “Come mai non riesco più ad agganciarli?”, “Perché sembra impossibile raggiungere gli obiettivi che mi prefiggo?”, “Non sembra gli interessi niente, è difficilissimo stare in classe, sono già stanca”…
Sono domande che attraversano generazioni di insegnanti, eppure ogni volta le viviamo come se fossimo i primi a porcele. Forse perché ogni generazione di studenti ci sfida in modo nuovo, o forse perché continuiamo a cercare la risposta nei posti sbagliati.
Una delle risposte più diffuse a queste domande è infatti: “Non abbiamo gli strumenti per poter fare questo e quello”.
Ho lanciato questa domanda sui social: “Di quali strumenti abbiamo bisogno per stare in classe?” Le risposte sono state illuminanti.
Al primo posto: aule pulite e accoglienti – sacrosanto. Perché se il luogo che ci ospita è trascurato, il messaggio implicito è che anche noi non meritiamo cura. E se noi non meritiamo cura, perché dovremmo averne per quello che facciamo lì dentro?
Quando la tecnologia si ferma, la lezione invece no
Poi sono arrivate altre risposte: connessione veloce, tablet per tutti, laboratori attrezzati, didattica DADA, compresenze. Tutto giusto, tutto desiderabile. Ma mentre leggevo, mi tornava in mente una piccola stupida verità.
Ogni volta che salta la connessione, facciamo lezione.
Quando la LIM si impunta, facciamo lezione.
Se i tablet sono scarichi e i laboratori inagibili, facciamo lezione comunque.
E spesso – diciamocelo onestamente – quelle lezioni “improvvisate” sono tra le più memorabili.
Ci hanno convinto che servano strumenti didattici all’avanguardia per creare momenti educativi straordinari.
Ma è davvero così?
Ho fatto lezioni meravigliose in giardino, con il sole che filtrava tra le foglie come unica scenografia. Ho insegnato senza libro.
Ho camminato per le strade della città, trasformando ogni angolo in un’aula a cielo aperto.
Mi hanno raccontato di maestri che insegnavano sulla strada, usando un bastoncino per tracciare lettere nel fango.
Ho visto anche io film come “Non uno di meno”, in cui una giovane supplente riesce a toccare il cuore dei suoi studenti in una scuola spoglia, senza nulla di quello che consideriamo indispensabile. Insegnare senza tecnologia è possibile.
Questi esempi non sono romanticherie pedagogiche. Sono la prova che l’insegnare autentico nasce da qualcosa che non si può comprare, non si può installare, non si può aggiornare con l’ultimo software.
Insostituibile
Allora, cosa manca davvero per fare lezione ai nostri studenti?
Forse la risposta sta nel riformulare la domanda. Non “cosa ci manca”, ma “cosa non sto usando”.
Non “quali strumenti ci servono”, ma “quale strumento siamo noi”.
Lo strumento (dal latino instrumentum, ii) è solo un mezzo ed è inutile senza qualcuno che lo utilizza. In senso proprio, strumento è un arnese o qualsiasi altro oggetto indispensabile per svolgere una attività specifica.
In senso figurato possiamo intenderlo come qualcosa che si usa per raggiungere uno scopo. La radice del verbo - struere - è, guarda il caso, la stessa di istruzione.
Perché alla fine di trasmissione di sapere trattasi. Lo scopo è quello. E per qualunque trasmissione si necessita di uno strumento, qualcosa che faccia da tramite.
Ora se dovessimo stipare contenuti dentro le zucche dei nostri studenti sarebbe più utile un trapano che un imbuto. Ma per la trasmissione di saperi, quale strumento è indispensabile?
La Lim? Il tablet? Gli arredi comodi? La rete wifi? L’intelligenza artificiale?
Sono tutti strumenti, ottimi a mio avviso, ma non sono indispensabili, o meglio non sono quelli capaci di garantire la trasmissione di saperi.
Gli studenti non si agganciano a questi strumenti. Ma ad uno strumento specifico sì. Lo strumento più potente che abbiamo siamo noi. Gli insegnanti.
Non perché come ripete la strapresente Lucangeli tutto sta nella relazione. (Inizialmente ero arrivata a questa conclusione che va sempre bene, ma non mi convinceva).
Mi sembra doveroso diradare la nube di inutile sentimentalismo che aleggia troppo spesso nel lavoro del docente.
Non si tratta di riuscire a ridere, a scherzare, a coinvolgere, a capire, ad ascoltare con i nostri alunni. Spesso nelle nostre scuole ci sono educatori, bidelli, esperti che riescono a farlo meglio di noi. E comunque dipende dalla inclinazione di ciascuno.
Ma non si tratta di questo.
Siamo lo strumento attraverso cui la conoscenza prende forma concreta, diventa accessibile, si trasforma da astrazione in realtà comprensibile.
Come Caronte
Noi, gli insegnanti, siamo come Caronte, nocchieri infernali: dobbiamo traghettare sudice anime dalla fossa dell’Inferno verso la possibilità di “riveder le stelle”. E lo so, che c’è una diffusa letteratura che associa il maestro a Virgilio, ma se prima Dante non sale sul legno, col cavolo che Virgilio lo può condurre da Beatrice.
Ecco, noi in questo preciso momento storico, siamo Caronte che deve vedersela con tutte ‘ste anime prave e quando vede Dante grugnisce: Che ci fai tu qui?

La conoscenza non consente viaggi rilassanti:
ci vuole tutto l’impegno, la fatica e la disponibilità ad affrontare il dolore (sì, è un dolore strappare la mente dal facile e dal noto per capire cose non note e non scontate) di apprendere per i nostri studenti. A volte può essere un vero inferno. Poi certo, si arriva in posti belli e ci si dimentica di essere stati nelle fauci di Lucifero. Prima però bisogna arrivarci.
Il punto cruciale è questo: insegnare significa trasmettere saperi in chi ancora non li ha, e siamo noi a dover inventare un modo per farlo. Noi che quella strada l'abbiamo già percorsa, noi che conosciamo le insidie e i passaggi difficili, noi che sappiamo dove portano certi sentieri. E se non lo sappiamo, dobbiamo riscoprire il percorso e studiare di nuovo e di nuovo e di nuovo.
Upgrade
Non sono sufficienti e sono allo stesso tempo superflui gli strumenti di cui crediamo di avere bisogno: se fosse una questione di strumenti, un maestro gestito dall’intelligenza artificiale potrebbe rimpiazzarci senza problemi.
Ma l'AI non può fare quello che facciamo noi: non può incarnare la conoscenza, non può mostrarla nel momento in cui la vive, non può trasmettere la passione per la scoperta attraverso il proprio stupore.
Per me spiegare la grammatica è più essenziale del lasciarmi travolgere dalle lezioni di Letteratura, anche se mi piace di più. Ma se non sono io la prima a illustrare le meraviglie del mondo della grammatica in cui tutto ha una spiegazione e una correlazione comprensibile, come faccio a spiegare come mai l’anacoluto è poetico?
È la mia conoscenza, filtrata attraverso la mia esperienza, elaborata dalla mia mente, che diventa strumento di trasmissione. Non posso dare quello che non ho, non posso trasmettere quello che non padroneggio.
Anche noi dobbiamo avventurarci in un territorio sconosciuto: il selvaggio mondo di come imparano le cose i nostri studenti. Quando ci troveremo alle mura di Dite, noi dobbiamo sapere come poterle aprire. Per questo motivo bisogna affrontare le atrocità infernali dell’ignoranza per rintracciare la strada che porta a alla conoscenza.
Prima dobbiamo sbarrare la strada come Caronte e domandare se davvero i nostri piccoli eroi vogliono affrontare quel viaggio, poi ce li possiamo tirare dietro come Virgilio e lasciarli andare da soli a esplorare le altezze che raggiungeranno. Non possiamo guardarli dall’alto della nuvoletta vicino a San Pietro, che ha le chiavi del Paradiso, e dirgli: “Dai sali, ti aspetto!”.
Eh sì, io credo che la preparazione sia un fattore significativo perché tutti ci accorgiamo quando uno sa quello che dice oppure no. E non sto parlando solo di preparazione didattica, ma di quella conoscenza profonda, vissuta, metabolizzata che ci permette di essere guide autentiche.

Se non capiamo che lo strumento della conoscenza per loro siamo noi – perché abbiamo già fatto quella strada e la ripercorriamo ancora e ancora, ogni volta con occhi nuovi – restiamo con i nostri studenti sulle rive dell'Acheronte, senza neanche pensare possibile la visione sublime dei cieli angelici.
La tecnologia può essere un supporto meraviglioso, ma non può sostituire quello che siamo: ponti viventi tra l’ignoto e il conosciuto, traduttori di complessità in semplicità, custodi di saperi.
Tuttavia diventiamo strumenti solo quando li incarniamo davvero.
Ed è capitato a ciascuno di noi, per questo ragazzi ci cercano dopo.
Buon caffè ☕
Simona
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