#38 paura
Gli insegnanti perdono coraggio: hanno paura di educare. Come fare? Io sono Simona Sessini e questa è la trentasettesima newsletter del 2025 de Il caffè del lunedì
Tablet scarichi, LIM in tilt? La lezione migliore spesso nasce proprio quando restiamo solo con ciò che conta davvero: noi stessi.
Insegnare è un lavoro necessario, fondamentale direi, tuttavia rischioso e sottopagato. Genitori che interferiscono continuamente, burocrazia che soffoca iniziative e voglia di fare, studenti sempre più apatici e problematici, dirigenti che non difendono adeguatamente dai genitori rissosi e polemici, continui cambi di direzione della politica scolastica…
E gli insegnanti? Vivono nella paura.
Ormai si ha paura di correggere gli errori di grammatica, di dare voti bassi, di criticare qualunque cosa. Ma quando abbiamo smesso di fare il nostro mestiere?
La pretesa dell’approvazione universale
Gli insegnanti non hanno coraggio perché hanno paura delle conseguenze, cioè che, per mille motivi, gli facciano la pelle.
Può darsi.
Il ventaglio di possibilità che si profilano in conseguenza delle nostre azioni, quando muoviamo un rimprovero o diamo un voto basso, può essere variegato, bisogna considerarlo.
Ma non è detto che con quello che fai da docente debba mai avere l’approvazione incondizionata di tutti.
C’è un fattore che andrebbe preso in considerazione: l’atteggiamento di pretesa degli insegnanti non è dissimile da quello degli studenti o dei genitori.
Anche noi docenti abbiamo sviluppato un atteggiamento di pretesa. Facciamo ricorsi quando non passiamo i concorsi, chiediamo rassicurazioni continue, ci lamentiamo sui social come vittime del sistema.
Non si può pretendere che la situazione delle classi nelle nostre scuole sia tale da svolgere il nostro lavoro senza problemi. Il lavoro che svolgiamo ha a che fare con i problemi, per l’appunto.
Nel mulino che vorrei, tutto sarebbe giusto e corretto. Nella scuola che abbiamo, per quanti passi avanti si siano potuti fare, la realtà è che siamo dobbiamo fare i conti con l’incertezza, le sconfitte, e anche le ingiustizie.
Questione di motivazione?
Si è instaurato un trend, soprattutto nel post Covid, per cui chiunque ripiega sull’insegnamento. Il posto fisso, alla Checco Zalone, tira un botto. Ma non è che se hai la laurea sei capace di insegnare.
Il punto è: per quale motivo scegli di fare l’insegnante? Per difendere i tuoi diritti? Per uno stipendio? Per fare un secondo lavoro? Oppure per far crescere delle persone? A seconda del motivo, le azioni prendono una direzione diversa.
Qualunque sia il motivo: se c’è da dire una cosa che è per il bene dello studente, va detta e basta. Ho sempre detto quello che ritenevo servisse. Solo quello che serve. Non il contorno.
Una lezione
Una volta mi è capitato di parlare con la classe di cui ero coordinatrice su un problema con un altro insegnante. Si lamentavano perché a loro dire diceva cose inappropriate. Gli ho chiesto di dirmi esattamente cosa diceva il loro insegnante. Quando me l’hanno raccontato, ho fatto notare che io dicevo ben di peggio, quindi si lamentavano di me? Una mi interrompe: “Prof, lo sa, lei può anche dirmi che sono una troia, ma è lei. Questo non ci conosce, non ha nessun rapporto con noi”.
Bisogna dire quello che serve, la verità.
Nel mezzo della didattica
In un momento in cui i ragazzi crescono e devono trovare una loro strada, si tratta solo di mettersi al loro fianco e dire l’unica cosa di cui hanno (e abbiamo tutti) bisogno: sono orgogliosa di te. Prendi le tue decisioni, vai avanti.

Per crescere, abbiamo tutti bisogno di staccarci dal nucleo familiare, ci prepariamo ad andare via di casa, e questo significa contrastare le figure di mamma e papà. Ci vuole un adulto diverso che, in qualche modo, sia di riferimento, un mentore che ci sostiene nella nostra ricerca.
Allo stesso tempo i genitori (e lo dico da genitore) hanno timore di questo allontanamento, si chiedono se hanno sbagliato qualcosa, se il figlio emergerà da quella coltre di negatività. Hanno bisogno di sapere che ci sono altri adulti che vedono il proprio figlio, ad una distanza corretta, e che li rassicurino che i figli sono in buone mani, che sono in gamba e sanno che possono contare sui genitori, ma che, in questo momento, sono alla ricerca del loro futuro.
A ognuno il suo ruolo: l’insegnante deve fare il suo ed è uno sporco lavoro essere dalla parte degli studenti per difenderli dai genitori. Per questo non riceveremo il premio della critica e, tendenzialmente, nessun riconoscimento.
La dura verità
Se hai scelto questo mestiere solo per il posto fisso, se non sei disposto a dire le cose come stanno, se cerchi continuamente l'approvazione di tutti, forse dovresti riflettere.
Nessuno ti obbliga a insegnare.
Se arrivano le contestazioni (impossibile che non ci siano) si accettano con coraggio, si possono proporre compromessi, si può ammettere (quando è vero) di avere sbagliato, si possono discutere le ragioni che hanno portato alla nostra decisione.
E si possono ascoltare anche decisioni diverse. Ma se la ragione per cui agiamo è chiara, nero su bianco, perché dovremmo avere paura?
Perché non si commuovono e non capiscono quanto siamo bravi? Ma cresciamo un po’, via.
Se c'è da dire qualcosa per il bene dello studente, va detta e basta.
Non perché vogliamo sentirci dire che siamo bravi.
La scuola non è un social
Nessuno ha mai garantito che i docenti abbiano il plauso per quello che fanno. Perché questo enorme desiderio di approvazione?
La scuola non è un social.
Non è un lavoro per le luci della ribalta, si combatte sul campo, con competenza, coraggio e autenticità.
E a volte bisogna dire anche le cose impopolari perché sono vere e utili non perché qualcuno ci mette un like.
Buon caffè ☕
Simona
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