#39 autorità
Come farsi ascoltare dagli studenti se ormai, come insegnanti, non abbiamo nessuna autorità? Io sono Simona Sessini e questa è la trentanovesima newsletter del 2025 de Il caffè del lunedì
Come riconquistare ascolto in classe: non con l’autorità, ma con giudizio, coerenza e parole che abbiano davvero qualcosa da dire.
Qualche tempo fa una mia amica mi buttò li: “Questo è perché non sei un’autorità per lui”. Si riferiva al fatto che non riuscissi a far fare a mio figlio quello che gli dicevo.
Non c’è niente di più distruttivo per un adulto del rendersi conto di non valere un tubo nei confronti dell’adolescente/bambino che ha in cura.
Perciò mi sono interrogata.
“I ragazzi non ci ascoltano più.” “Non abbiamo più autorità.” “Una volta bastava dire una cosa e loro obbedivano, i genitori ci supportavano.”
Quante volte abbiamo sentito (o pronunciato) queste frasi nelle sale docenti? Ma siamo davvero sicuri che il problema sia la perdita di autorità?
Non mi metto neanche a disquisire sulla differenza tra autorità e autorevolezza, il problema resta uno: come faccio a farmi ascoltare dai miei studenti?
Il significato della parola
L’autorità, quella vera, è ciò che non si può, per sua stessa natura, mettere in discussione. Lei impone, gli altri obbediscono. Punto.
È il patto sociale che ci permette di vivere insieme, il riconoscimento di un potere dall’alto verso il basso. Ci rivolgiamo a un tribunale per reclamare i nostri diritti e autorizziamo un giudice, che in realtà è come noi ma al quale attribuiamo un potere molto più vasto, a prendere decisioni che noi non siamo in grado di prendere e soprattutto di far rispettare.
In classe però, i giudici non ci sono e non vengono in nostro soccorso.
Pensare di dire: “fai così” ad uno studente e aspettarsi che esegua, come un bravo soldatino, è adesso una imperdonabile ingenuità, se non un macroscopico errore di valutazione. Eppure sono in tanti, docenti e genitori, a cascarci.
Sarà per puro istinto di sopravvivenza ma i nostri studenti si sono costruiti mondi paralleli dove noi adulti non possiamo entrare con la forza dell’autorità istituzionale. E forse hanno pure ragione.
Ascoltare
Anche dare per scontato che i ragazzi non ci ascoltino è una ingenuità. Delle peggiori: i ragazzi possono non fare quello che diciamo, ma questo non significa che non ci ascoltano.
Mi rivedo quando dicevo a mia madre: “Hai ragione, può essere come dici tu, ma gli sbagli li devo fare io.” Non era ribellione cieca ma una sorta di pensiero critico in azione. Ascoltavo, elaboravo, decidevo. Non sono cambiata molto da allora probabilmente.
La vera domanda non può essere: perché non fanno quello che diciamo?
Quando chiediamo fiducia ai nostri studenti, su cosa la basiamo? Sul fatto che siamo più grandi e abbiamo un ruolo? O sul fatto che abbiamo davvero ascoltato le loro necessità e possiamo offrire qualcosa di valore? Per quale magico motivo dovrebbero fare tutto quello che diciamo?
Adulti insipidi
Qui arriviamo al cuore del problema. Gli adulti non hanno perso autorità, che in realtà non esercitano da quando non possono fare quello che vogliono sui loro figli, quindi hanno perso autorevolezza. E l’hanno persa perché non hanno più niente da dire.
In un mondo dove “va tutto bene”, dove non esistono più differenze tra giusto e sbagliato, dove ogni scelta è equivalente, cosa possiamo offrire?
Che valore ha la nostra voce se non sappiamo più formulare un giudizio?
Non nel senso di pronunciare una sentenza come giudici imparziali, questa non è neanche una risorsa. Un giudizio nel senso aristotelico di capacità di dire qualcosa di sensato sulla realtà.
La possibilità di dire “questo è giusto, questo è sbagliato”, di produrre cioè un enunciato sulle cose che accadono nella realtà, in forza dell’esperienza vissuta, dove l’abbiamo persa?
I ragazzi lo sentono, questo vuoto. E reagiscono rifiutando il rapporto con noi. Non per cattiveria, ma per autodifesa intellettuale.
Giudizio, questo sconosciuto
Il concetto di giudizio ha una storia filosofica profonda: nasce con la logica di Aristotele e viene rivisitato criticamente da Kant, giusto per citare due mostri sacri. Per Aristotele, il giudizio, κρίσις, rappresenta l’unità minima della logica ed è alla base di ogni ragionamento deduttivo e scientifico. La parola stessa significa, in greco antico, “l’atto intellettuale del distinguere, separare, scegliere ciò che è utile da ciò che non lo è”.
Il giudizio si identifica con un enunciato dichiarativo che può essere vero o falso, e si struttura mettendo in relazione un soggetto e un predicato (per esempio: “l’uomo è mortale”). Il valore di verità del giudizio dipende dalla corrispondenza tra linguaggio e realtà: è vero se unisce ciò che è unito nella realtà, falso se divide ciò che è unito o unisce ciò che dovrebbe essere separato. Tommaso d’Aquino sintetizzerà il concetto con la definizione: adeguato rei et intellectus, l’adeguamento tra la cosa e l’intelletto.
Abbiamo trasformato il concetto di giudizio in qualcosa che non era alle origini. Giudicare non significa più ragionare logicamente sulla realtà, ma significa due cose: o seguire i nostri pregiudizi personali (mi piace quindi è giusto), oppure considerare vero ciò che dice la maggioranza (“lo dicono tutti quindi è vero”). Come se bastasse che una cosa sia condivisa da molti, che abbia tanti like, che sia virale, per essere vera.
Abbiamo perso la capacità di produrre enunciati veri sulla realtà. E senza questa capacità, come possiamo pretendere di avere qualcosa da dire ai nostri studenti?
Essere coerenti
Esplodiamo quando qualcuno ci critica, perché in realtà non abbiamo niente da opporre, se non il rispetto che da docenti, “dicono” dobbiamo aspettarci. Ma chi lo dice? L’opinione condivisa? I social? Un’autorità che neanche noi riconosciamo davvero?
Siamo così inconsistenti che non sopportiamo che qualcuno ce lo faccia notare. Ma per avere autorevolezza, cioè per poterci permettere di dire qualcosa di importante ai nostri studenti, dobbiamo mostrare coerenza. E forza. E coraggio.
Non significa essere perfetti. Significa tendere a qualcosa, avere un ideale verso cui dirigerci, essere in movimento verso ciò che vogliamo diventare. Non “la migliore versione”, quella retorica da social network, ma semplicemente continuare a crescere, a cercare, a tentare. La dignità, questa parola così vecchia e polverosa, di chi con umile serietà lavora per migliorare il mondo in cui vive, facendo le cose bene perché sennò sarebbero vane.
Una proposta
Se invece di lamentarci dell’autorità perduta, iniziassimo a costruire autorevolezza?
Come? Avendo qualcosa da dire, nel senso aristotelico del termine. Formando giudizi sensati. Mostrando che le nostre parole nascono da riflessione, esperienza, coerenza. Ascoltando davvero prima di parlare. Accettando che l’educazione non è addestramento, ma continua κρίσις.
I nostri studenti non hanno bisogno di essere soldatini che obbediscano. Hanno bisogno di adulti che siano degni di essere ascoltati.
Non si tratta di far fare a mio figlio, o ai nostri studenti, quello che diciamo. Si tratta di essere persone che vale la pena ascoltare. Persone che hanno qualcosa da dire perché sanno ancora distinguere, scegliere, dire qualcosa di vero sulla realtà.
Forse non “valiamo un tubo” non perché ci manca l’autorità, ma perché abbiamo smesso di lavorare sulla nostra κρίσις.
E forse è ora di ricominciare.
Buon caffè ☕
Simona
PS: Se conosci qualcuno che ha bisogno d'una sferzata di consapevolezza, condividi questo articolo. E se non sei ancora iscritto, che aspetti? Ogni settimana riflessioni pratiche per docenti che vogliono fare la differenza.



I tuoi articoli sono sempre stimolanti, ma questo è una bomba. Ho iniziato a insegnare con la convinzione sottopelle che in qualche modo il titolo mi garantisse autorità: la realtà mi ha ridimensionato. Concordo con te, se non abbiamo almeno una parola sensata sulla realtà nella nostra testa, staranno zitti, ma non ci ascolteranno.