#4 ruba come un artista
"Nothing Comes from Nowhere": come imparare a fare furtarelli artistici aiuta la creatività. Io sono Simona Sessini e questa è la quarta newsletter del 2026 de Il caffè del lunedì e... copiamo!
Ogni settimana una parola, un racconto: un gioco serio per creare l’abitudine a scrivere insieme. Niente iscrizioni né costi, solo un sondaggio del lunedì (ma a volte ritardo) su Instagram: voi scegliete la parola, io scrivo — e se vi va, scrivete anche voi. La ricerca lo conferma: la scrittura creativa migliora umore, stress e perfino alcuni indicatori di salute. Partiamo? Buon caffè.
Diverso tempo fa, mia sorella mi ha regalato un libricino nero con una scritta bianca. Un libro quasi da edicola o da allegato a qualche quotidiano. Autore Austin Kleon. Il titolo però è geniale: Ruba come un artista (è nella mia lista Amazon). Kleon, che è un creativo straconosciuto, un giorno fece un discorso presso il Broome Community College nello stato di New York nel 2011, proponendo una lista di dieci principi che avrebbe desiderato sentire quando era alle prime armi come artista. Le slide del discorso pubblicate on line divennero virali, così nel 2012 uscì questo minuscolo librettino.
La teoria di Kleon è che liberarsi del peso di dover essere originali è una gran conquista. Perché nessuno, neache gli artisti, è integralmente originale. Cita Pablo Picasso “L’arte è furto”. Ed effettivamente, vado a memoria, in un periodo di difficoltà e mancanza di ispirazione Picasso trovò nuova linfa entrando a far parte del mondo del circo: cosi i suoi quadri, che si erano inspiegabilmente tinti di colori smorti e lugubri, presero una brillantezza quasi accecante.
Nulla è completamente originale. Ci si libera da un peso enorme, senza la zavorra della assoluta originalità, uno dei tanti dettami per poter sopravvivere nel mondo oggi.
“Se ci si libera dal fardello di essere completamente originali, si può smettere di provare a trarre le cose dal nulla per accogliere le influenze invece di sfuggirle”. (A. Kleon)
Secondo Kleon è meglio soffermarsi su un singolo autore, artista o figura di riferimento, studiare tutto quello che c’è, interiorizzarlo, leggere, curiosare e collezionare libri. Si impara copiando. Cominciamo a imparare fingendo di essere i nostri eroi. Ma copiare è come smontare una macchina per vedere come funziona.
“Non si vuole essere visti come i propri eroi, ma vedere come loro”. (A. Kleon)
E allora, per imparare a copiare, di tanto intanto mi piacerebbe proporre un esercizio di copiatura.
Per questa settimana ho scelto Grazia Deledda.
Se è vero quanto detto fino a qui, per copiare la Deledda, bisogna capirla, entrare dentro la pelle dei suoi personaggi, familiarizzare con le parole che usa. Il primo libro che ho letto è stato Canne al vento (sempre nella lista Amazon), quindi mi soffermerei su quest’opera che peraltro è, penso, abbastanza nota (ha vinto il Nobel, non dimentichiamolo).
Che cosa abbiamo bisogno di sapere della Deledda per poter “fare finta” di essere lei?
Prima di tutto, dobbiamo abbandonare la visione didascalica che ne danno i libri di scuola. Per fortuna è una scrittrice spesso dimenticata dai canoni e dai programmi, perciò dovremmo avere il cervello abbastanza sgombro da lezioni imparate a memoria.
L’imitazione non è venerazione, perciò possiamo liberamente partire dalle critiche. Grazia Deledda è stata spesso accusata di essere una illetterata, lei stessa lo diceva, raccontando come avesse imparato da autodidatta a scrivere in italiano e come sempre lavorasse per correggere e migliorare la sua prosa.
Quindi non possiamo aspettarci di trovarla nei libri di grammatica come esempio di “bello stile”. Leggendola ho spesso l’impressione di sentire quasi un calco dal modo di raccontare tipico della Sardegna (in quanto sarda posso testimoniare). E in effetti la scrittrice non nasconde nelle espressioni che usa, nella sintassi e nelle immagini, la sua origine. Rappresenta un certo pensiero in una lingua che non è del tutto sua.
La Deledda scrive impetuosamente: lo sfondo, la Sardegna, non resta mai solo uno sfondo. È l’aria e la terra che impastano i personaggi, penetra nei loro pensieri, si insinua nelle decisioni, risuona nelle abitudini quotidiane.
Nel suo modo di raccontare, crudelmente mette a nudo vizi, colpe, delitti. Non compiange il personaggio, fa in modo che tutta la sua sofferenza emerga dal testo, come uno schiaffo in faccia. I conflitti che si creano tra quello che desidera il personaggio, ogni personaggio, quello che cerca di fare per porre rimedio, “per fare bene”, e l’inevitabile fallimento di fronte all’ineluttabile destino, non sono risolti.
Prendiamo Canne al vento: l’immagine indica metaforicamente come la fragilità dei personaggi non li strappi dalla terra ma, come canne sbattute dal vento, ognuno di loro subisca i colpi del fato, senza spezzarsi.
Anche l’uso della luce e dell’ombra si colora di sfumature simboliche. Ma non sempre ciò che è alla luce rivela la sua ombra… la percezione si gioca sull’uso dei verbi, sembrare, parere, sulle similitudini, a volte sulle metafore.
Quello che più di tutto, secondo me, la Deledda rivela è la capacità di penetrazione umana: perché mai il personaggio X agisce in quel modo che è così contrario al suo interesse? Una forza nascosta, destino o fato, che muove il suo agire irrimediabilmente verso la rovina. E in questo, ogni personaggio, pur da solo nel suo personale segreto, non agisce mai da solo, ma in una trama di relazioni che lo imprigiona, come il paese.
Ecco, in terribile ritardo, come mi è connaturato, scelgo di proporre di imitare la Deledda, magari proprio Canne al vento, il primo libro che ho letto.
Buon caffè ☕
Simona
PS: Questi esercizi non hanno scadenza. Ma possono essere, a mio avviso, utili anche per chi vuole lavorare in classe con i ragazzi sulla scrittura. Gli spunti possono essere innumerevoli…


