#40 colleghi
Esiste la differenza tra job e work? E quanto conta la presenza dei colleghi? Io sono Simona Sessini e questa è la trentanovesima newsletter del 2025 de Il caffè del lunedì
Come ritrovare il senso del lavoro a scuola: tra job, work e la forza dei colleghi che rendono il mestiere dell’insegnare più umano e più libero.
I viaggi in treno e metro che ora costituiscono la mia normalità mi permettono di dedicare del tempo a leggere newsletter che mi fanno riflettere. Matteo Roversi che scrive su Substack Work After, mi ha lasciato nel turbinio dei miei pensieri con l’uscita del 19 settembre, la trovate qui. A partire dal dato di fatto che il lavoro così come lo viviamo ora, ci prosciuga l’anima, analizza tre soluzioni possibili al disagio di cui non riusciamo a disfarci:
Inventare il senso: convincersi che il proprio lavoro abbia un impatto, sviluppi competenze preziose, faccia parte di un progetto più grande. Questa narrazione richiede però un costante sforzo mentale per mantenere l’illusione. È faticoso mentirsi ogni giorno.
Rassegnarsi e lamentarsi: La posizione del vittimismo collettivo. Toglie responsabilità, certo, ma ti intrappola nel risentimento. E non offre vie d’uscita.
Mollare tutto per la passione: la promessa del “segui i tuoi sogni” che funziona solo per chi ha già un conto in banca sostanzioso. Per tutti gli altri, è un rischio insostenibile..
Tre strade possibili, tutte fallimentari.

L’autore introduce il concetto di job-work integration: il “job” (lavoro pagato) finanzia il “work” (il lavoro che scegli tu, quello che ha davvero senso per te). Invece di cercare senso nel lavoro corporate, si tratta il lavoro pagato come infrastruttura che fornisce stabilità economica per costruire progetti personali significativi. Internet, il lavoro da remoto e l’intelligenza artificiale rendono questa strada più praticabile che mai.
Da tempo conosciamo la differenza tra job, il lavoro che ti permettere la sussistenza, e work, il lavoro che (in più) appaga.
Anche nella scuola si è diffusa una narrazione del tipo 1: inventare un senso, che rivaluta il ruolo educativo e formativo dell’istituzione rivestendolo dell’aura della “vocazione”, “passione”, “responsabilità” e parole che afferiscono a campi semantici simili.
Il corollario: i colleghi non sono un dettaglio
Riflettevo su un corollario al teorema della job-work integration.
Il collega di lavoro che incontri fuori dal lavoro diventa parte della tua vita. Quando il lavoro assorbe così tanto tempo, finiamo per scoprire amici – e a volte anche partner – proprio lì dentro.
Questo corollario, se valido, non è di poco conto: la variabile “collega” conta davvero sulla qualità del nostro lavoro?
La risposta breve è: sì, eccome.
La scienza del “lavoratore felice lavoratore produttivo”
Quando stai bene sul posto di lavoro, lavori meglio. Non è retorica da poster motivazionale: è un dato di fatto confermato dalla ricerca scientifica.
Esiste persino un nome per questo concetto: la “happy worker–productive worker thesis” (la tesi del lavoratore felice che è anche produttivo). In sintesi: se fiorisci come persona, fiorisci anche come professionista.
Un gruppo di ricercatori italiani ha seguito 426 lavoratori per mesi, osservandoli in tre momenti diversi. Volevano capire se davvero esistesse un legame tra:
• Condizioni di lavoro dignitose
• Benessere personale
• Prestazione professionale
Lo studio (From Rights to Responsibilities at Work, pubblicato su Behavioral Sciences nell’aprile 2025) ha trovato tre collegamenti chiari:
1. Buone condizioni di lavoro = più benessere
Quando hai un lavoro “dignitoso” – cioè con orari decenti, stipendio adeguato, opportunità di crescita, sicurezza e rispetto dei tuoi diritti – stai meglio come persona.
I numeri lo confermano: chi lavora in condizioni dignitose mostra livelli significativamente più alti di benessere nei mesi successivi.
2. Più benessere = migliore performance
Qui “benessere” significa: ti senti soddisfatto, ottimista, energico, determinato, e hai un senso di scopo chiaro nella vita.
Quando stai così, lavori meglio. Punto.
Anche questo è misurabile: le persone che stavano bene hanno mostrato una prestazione professionale migliore nei mesi seguenti.
3. Il benessere è il ponte tra le due cose
Ecco la scoperta più interessante: il benessere personale è il meccanismo che trasforma buone condizioni di lavoro in buona performance.
In altre parole:
Condizioni dignitose → ti fanno stare bene → lavori meglio
Il benessere è l’anello di congiunzione. È il passaggio obbligato.
Come funziona il meccanismo
Ma come funziona, nel concreto?
Un altro studio (Gu Zhenjing e colleghi, pubblicato su Frontiers in Public Health) ha scavato più a fondo e ha scoperto che l’ambiente agisce su due leve interne:
Leva 1: L’impegno (o lealtà)
Quando l’ambiente è positivo, ti senti più legato al tuo lavoro. Ti importa di più. Ti senti parte di qualcosa.
Questo senso di appartenenza – chiamalo impegno, lealtà, dedizione – si traduce direttamente in prestazione migliore.
In pratica: un ambiente che ti tratta bene ti fa voler lavorare bene. Non per obbligo, ma perché ci tieni.
Leva 2: La voglia di riuscire
Un clima piacevole accende la tua motivazione intrinseca. Ti viene voglia di raggiungere obiettivi più alti, di migliorarti, di superare ostacoli.
È quella sensazione di “ce la posso fare” che ti spinge a dare il massimo, anche quando è difficile.
In pratica: un ambiente positivo non ti rende solo più disponibile. Ti rende più ambizioso, più resiliente, più determinato.
Ricapitoliamo
Un ambiente di lavoro positivo agisce come catalizzatore in tre modi:
Effetto diretto: ti fa lavorare meglio
Effetto via impegno: ti senti più coinvolto → lavori meglio
Effetto via motivazione: hai voglia di riuscire → lavori meglio
Non è questione di aria condizionata o piante in ufficio (anche se non guastano). È questione di come ti senti trattato, supportato, valorizzato.
Investire in un ambiente positivo – fatto di rispetto, opportunità, fiducia, relazioni sane – non è una spesa. È una strategia.
Perché quando stai bene, non solo rendi meglio. Vuoi anche rendere meglio.
E questa è la differenza che conta. Gli autori dello studio la chiamano “spinta al successo” (achievement-striving ability). È quella sensazione di “ce la posso fare” che ti spinge a dare il massimo, anche quando è difficile.
E questa è la differenza che conta.
Ma la scuola è diversa (e questa è una fortuna)
Quest’anno, per la prima volta, lavoro in un ufficio tradizionalissimo.
Mi sono accorta con stupore di una cosa: avevo sempre accanto le stesse persone, le stesse facce, le stesse ipocrisie. E non solo. Il mio lavoro dipende dalla disponibilità o meno dei miei colleghi.
In ufficio, se il collega della scrivania accanto non fa la sua parte, il tuo progetto si blocca. Se non risponde alle mail, tu non puoi andare avanti. Se fa male il suo pezzo, il tuo lavoro ne risente. Sei incastrato in una catena di dipendenze dove la qualità del tuo output dipende dagli altri.
A scuola non è così.
Certo, ci sono i consigli di classe. Ci sono le riunioni. Ci sono momenti in cui devi coordinarti con i colleghi. Ma quando chiudi la porta della tua aula, il tuo lavoro è tuo.
La lezione che prepari, il modo in cui la conduci, la relazione che costruisci con gli studenti, le strategie che usi per coinvolgere quella classe difficile, il tempo che dedichi a correggere i compiti, la cura che metti nel dare un feedback – tutto questo non dipende dalla qualità del lavoro altrui.
Puoi trovarti malissimo con un collega del consiglio di classe, ma questo non ti impedisce di fare una lezione straordinaria. Puoi non condividere nulla con chi insegna nella stanza accanto, ma questo non blocca il tuo modo di insegnare.
E qui sta la differenza: hai una autonomia professionale che in pochi altri lavori esiste.
Non sei incastrato in una catena di montaggio relazionale. Non devi aspettare che qualcun altro faccia il suo pezzo per poter fare il tuo.
Certo, i colleghi difficili esistono anche a scuola. Ma la bellezza è che puoi scegliere con chi costruire relazioni professionali significative. Posso trovarmi male con alcuni del consiglio di classe, ma ci sono altre persone – magari di altri dipartimenti, altri anni, altre materie – con cui nascono dialoghi veri, scambi fecondi, relazioni durature. E in casi non rari, anche solide amicizie.
Questa è una libertà enorme.
È la libertà di non essere ostaggio delle relazioni sbagliate. E di poter coltivare quelle giuste. Diciamo che in ufficio non puoi sceglierti i colleghi, ma in una scuola, sì. Puoi decidere a chi chiedere un consiglio, con chi confrontarti per un problema, con chi costruire un progetto…
Ma c’è dell’altro.
La chiacchiera in corridoio che non è mai solo una chiacchiera
Il “corollario sulla colleganza” che mi interessa è questo: la vita non è solo work o job.
C’è una traiettoria tra dentro e fuori che ha caratteristiche relazionali, e queste impattano sulla qualità del mio tempo lavorativo e non.
Io non riesco a stare solo nel “job”, nel luogo per cui mi pagano. Ho bisogno di spunti, contaminazioni, studio, approfondimento, ispirazioni multiple.
Ma posso dire con certezza che una parte considerevole delle mie riflessioni è stimolata dalla presenza dei colleghi. Nel bene e nel male, mi provocano un paragone, un confronto, un interrogativo che non posso lasciare cadere nel vuoto.
Anche se arriva semplicemente da una chiacchiera in corridoio.
Pensa che tristezza stare tutto il giorno alla scrivania accanto senza avere niente di valore da dirsi.
La fortuna di chi lavora a scuola
Chi lavora a scuola ha una grande fortuna: non smette mai di preoccuparsi delle cose davvero importanti.
Come faccio con questo studente?
Questa domanda – condivisa, discussa, ribaltata nei corridoi tra una lezione e l’altra – è il nostro “work” dentro al “job”.
Non è job-work integration. È qualcosa di diverso.
È vita che entra nel lavoro. E lavoro che entra nella vita.
Senza confini netti. Con tutti i colleghi che, nel bene e nel male, ci rendono meno soli in questa faccenda complicata di educare.
E questa, forse, è la forma di benessere più difficile da misurare. Ma la più preziosa.
Buon caffè ☕
Simona
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