#41 social
Nell’era dei social su misura e dell’AI che ci dà sempre ragione, come insegnare l'incertezza? Io sono Simona Sessini e questa è la quarantunesima newsletter del 2025 de Il caffè del lunedì
Come educare allo spirito critico nell’era dei social e dell’intelligenza artificiale? La sfida è uscire dalla bolla e accettare l’incertezza.
La mia vicina di casa ha l’abitudine di origliare attraverso le pareti. Un pomeriggio mi ferma per strada e, dopo il mio saluto, inizia a lamentarsi in modo molto molesto perché, secondo lei, l’avrei mandata a quel paese usando espressioni piuttosto colorite. Prosegue raccontandomi di come si spaventi la notte ai rumori, vivendo da sola. La ascolto incredula. Rumori? Notte? Insulti? Di cosa sta parlando?
Con tutta la gentilezza che riesco a raccogliere, le spiego: “Guarda, io vivo con due adolescenti. Non stavo parlando con te. Quello che succede a casa mia riguarda la mia famiglia”.
Ma lei preferisce rimanere arrabbiata per qualcosa che crede di aver sentito, convinta che fosse rivolto proprio a lei.
Che cosa c’entra questo aneddoto di quotidiana follia con i social e con questa newsletter?
Rumori
C’è qualcosa di profondamente noioso nell’uso dei social media oggi. Almeno per me.
Da diverso tempo ormai resisto davvero pochissimo allo scrolling di contenuti (anche a tema scuola, educazione, libri) e dieci minuti su Instagram soddisfano la mia libido per due settimane.
Eppure mi ero molto appassionata ai social, che cosa mi è successo? Mi sono accorta che mi annoiavo come davanti a un oratore che discettasse sulla qualità delle vocali nel tocario occidentale. Non devo più cercare informazioni, non devo nemmeno formulare domande: ho già tutte le risposte prima ancora di fare una richiesta.
Questa dinamica, che pare garantire successo illimitato, per me è la morte di qualunque curiosità e interesse.
Quando le risposte precedono le domande
Ciò che rende interessante la conoscenza è proprio il processo di ricerca, il trovare quello che stai cercando attraverso un percorso in cui sei coinvolto attivamente.

Le ricerche sull’apprendimento sono unanimi nel dichiarare la necessità di un coinvolgimento attivo del discente nel processo di apprendimento1.
Stare sui social coincide con essere passivi destinatari di risposte a domande che non abbiamo mai posto. Francesco Oggiano cita nella sua newsletter su Substack una ricerca del Financial Times che dimostrerebbe come utilizziamo i social sempre meno per scopi sociali e sempre più per motivi personali. Nell’articolo di Oggiano trovate questo esplicito grafico:
Scrive il giornalista:
“Il Financial Times parla di «antisocial media»: sovraccarichi da informazioni, tossicità e paura di shitstorm scatenate dalle varie Fragolina88 e Bulldozer79, sempre più persone stanno rimpiazzando la creazione di contenuti e le interazioni con lo scrolling infinito e passivo di video leggeri ma ipnotici”.
I social ci somministrano contenuti in base ai nostri interessi passati, creando una bolla informativa che ci restituisce solo ciò che conferma le nostre convinzioni. È come vivere in una stanza degli specchi dove vediamo solo riflessi di noi stessi. Una zona di comfort, in cui si genera l’ansia di incontrare una qualsiasi dis-conferma.
Nel mare immenso di informazioni che ci travolge appena apriamo un social, vediamo riprodursi le stesse dinamiche problematiche della vita reale – come è stato osservato più volte – ma amplificate e con maggiore maleducazione.
Ognuno di noi ha una rappresentazione della realtà in cui il protagonista è, ovviamente, se stesso. Anche se fisicamente possiamo vedere la stessa cosa (perché abbiamo più o meno gli stessi occhi), è lo sguardo a determinare quello che realmente vediamo.
Realtà su misura
L’annuncio di Sora 2, il software di intelligenza artificiale lanciato da OpenAI che genera video realistici da descrizioni testuali, rappresenta un punto di svolta. È un social media con un’interfaccia progettata per ricordare TikTok, focalizzata sull’esplorazione rapida e immersiva di video generati con intelligenza artificiale. All’interno dell’app gli utenti possono creare, remixare e scoprire video originali o realizzati da altri utenti, interagendo in un feed dinamico e altamente personalizzabile. Tra le tante novità, l’app introduce la modalità “cammeo”: dopo una breve registrazione video e audio che verifica l’identità, gli utenti possono essere inseriti virtualmente in qualsiasi scena generata da Sora con impressionante realismo visivo2.
Ora possiamo letteralmente creare la realtà come la vogliamo. Vediamo quello che vogliamo vedere, sentiamo quello che vogliamo sentire.
La mia vicina non ha bisogno neanche dell’intelligenza artificiale per sentire quello che le serve per offendersi e litigare, cosa di cui sente la necessità.
Ma in fondo la natura umana è così, costantemente in cerca di conferme della propria versione dei fatti. Oggi però abbiamo strumenti infinitamente più potenti per costruire queste illusioni personalizzate.
I social, potenziati dall’intelligenza artificiale, ci aiutano a costruire un mondo virtuale su misura dove mostrare la vita che vorremmo avere, dove ottenere sempre ragione, dove ricevere continue conferme alla nostra credibilità.
Frammentazione dei saperi condivisi
Su questi argomenti ascolto volentieri Armando Bisogno3, professore ordinario di Storia della filosofia medievale presso l’Università degli Studi di Salerno e appassionato di intelligenza artificiale, e affronta queste tematiche nella newsletter Macchine pensanti che trovi qui su Substack.
Presentando il lavoro di Giuseppe Riva su System 04, professore ordinario dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Bisogno scrive:
“La personalizzazione estrema, alimentata da logiche di ottimizzazione opache, non si limita infatti a offrire contenuti rilevanti per il singolo utente: frantuma il terreno comune della conoscenza. Se ogni individuo riceve un flusso informativo calibrato sui propri interessi, preferenze e interazioni, la base condivisa da cui partire per discutere, deliberare, apprendere si riduce progressivamente. Ciò che un tempo era percepito come patrimonio comune — un insieme di notizie, fatti, riferimenti accessibili a tutti — viene sostituito da una molteplicità di ‘realtà curate’, cucite su misura per ciascuno”.
Diventa inevitabile che sul piano cognitivo, questo rafforzi i bias già presenti invece che metterli in discussione. Pur in questo panorama, Bisogno ricorda che come la scrittura nel Fedro5 di Platone, così anche l’intelligenza artificiale, è una nuova tecnologia della narrazione.
E ogni nuova tecnologia della comunicazione ha richiesto una nuova forma di educazione critica. Perciò, sostiene il professore, è importante l’alfabetizzazione.
Alfabetizzare: ma a cosa?
Ci potremmo chiedere chi si dovrebbe occupare dell’alfabetizzazione? Chi forma i formatori? Quali dovrebbero essere obiettivi e contenuti dell’alfabetizzazione?
Il vero problema non sarà alfabetizzare su come funziona tecnicamente l’intelligenza artificiale. Il problema sarà educare alla capacità di cercare oltre le conferme che ci coccolano e ci fanno sentire grandi. Le conferme, alla lunga, annoiano. Ma solleticano il nostro egocentrismo (se non diventa narcisismo…)
La vera grandezza sta nel cercare ciò che ci sfida, ciò che ci fa crescere.
La gestione critica dei contenuti è compito nostro, certo, attraverso la trasmissione di un metodo, anche per ciò che riguarda l’intelligenza artificiale e per i social. Ma se parliamo di “spirito critico”, cos’è lo spirito critico quando non esiste più un modello di mondo universalmente riconosciuto che possa fare da paradigma e quindi possa essere criticato? Quando ognuno vive nella propria bolla personalizzata? Si finisce con il criticare tutto e tutti?
Oppure all’interno di queste bolle individuali ci sarà qualche intelligenza o volontà che sotterraneamente indirizza attraverso l’apparente personalizzazione un pensiero comune?
La sfida
E qua mi domando: quanto possiamo essere in grado noi stessi, insegnanti e adulti, se appena una collega6 dichiara di non voler scioperare per motivazioni per lei profondamente rilevanti viene aggredita?
È facile sospettare che la comunicazione e la relazione reale saranno sempre più definite dalla difficoltà di far interagire visioni del mondo personali, diverse o addirittura opposte. Questo perché i social e l’AI hanno il solo scopo di darci sempre ragione, di confermarci nelle nostre convinzioni.
Lo spirito critico si allena solo in un confronto con l’altro, il diverso, lo strano da me.
Educare all’incontro
Insegnare nell’era dell’AI personalizzata significa tre cose fondamentali:
Educare alla scomodità della ricerca
Dobbiamo insegnare ai nostri studenti che il vero apprendimento nasce dal disagio, dalla domanda che non trova subito risposta, dal problema che richiede fatica per essere risolto. E che se ci destabilizza è perché ci attira al fascino del non sapere ancora. La facilità delle risposte immediate genera dipendenza, non conoscenza.
2. Educare alla bellezza dell’incertezza
In un mondo che ci offre solo certezze e conferme, l’incertezza diventa un atto di coraggio. Vivere l’incertezza significa accettare che la nostra visione della realtà non è l’unica possibile, né necessariamente la più giusta. Significa restare aperti, curiosi, disposti a lasciarci sorprendere da ciò che non avevamo previsto.
3. Educare al coraggio di lasciarsi affascinare, non solo rassicurare
Serve coraggio per seguire ciò che ci accende, invece di rifugiarci in ciò che ci anestetizza. Uscire dalla comfort zone non significa trovare un nuovo equilibrio, ma accettare di perderlo per un po’, per scoprire cosa c’è oltre.
La sfida più grande? Incontrare davvero l’altro, anche quando ci spiazza o ci mette in discussione.
Cosa significa concretamente in classe?
Non possiamo permettere che i nostri studenti restino chiusi nella propria interpretazione della realtà, convinti che tutto sia rivolto a loro (come la mia vicina), incapaci di distinguere tra ciò che accade realmente e ciò che la loro mente elabora attraverso i filtri delle proprie aspettative.
Bisogna avere il coraggio di lanciare lo sguardo oltre la nostra bolla personale. Alla ricerca di qualcosa che ci faccia tendere oltre noi stessi, verso orizzonti che l’algoritmo non può prevedere perché non sono semplicemente un riflesso dei nostri desideri già noti.
È questo l’impossibile che dobbiamo insegnare a cercare: non la conferma di ciò che già sappiamo, ma la scoperta di ciò che non immaginavamo nemmeno. Non il comfort della nostra camera degli specchi, ma il rischio dell’incontro autentico con l’alterità.
Solo così i nostri studenti non saranno prigionieri volontari di realtà su misura, ma capaci di abitare la meravigliosa, scomoda complessità.
Buon caffè ☕
Simona
PS: Se conosci qualcuno che ha bisogno d'una sferzata di consapevolezza, condividi questo articolo. E se non sei ancora iscritto, che aspetti? Ogni settimana riflessioni pratiche per docenti che vogliono fare la differenza.
Ripassino in vista del concorso PNRR3. Sono molti gli psicologi che con forza la necessità del coinvolgimento attivo del discente quale elemento centrale nel processo di apprendimento, fondando le proprie teorie su evidenze neuropsicologiche, pedagogiche e motivazionali. Vediamone alcuni:
Jean Piaget sostiene che gli studenti costruiscono attivamente la propria comprensione, grazie a processi che connettono nuove informazioni a conoscenze pregresse.
Jerome Bruner ha introdotto il concetto di scaffolding, in cui l’insegnante sostiene gradualmente il discente mentre acquisisce autonomia nel problem solving cognitivo.
Per Albert Bandura il coinvolgimento attivo potenzia l’auto-regolazione e la motivazione interna, elementi chiave per l’acquisizione profonda di conoscenze e abilità.
Carl Rogers, con la sua idea di “apprendimento significativo”, pone la motivazione personale all’apprendere e il protagonismo dello studente al centro della relazione educativa.
John Dewey teorizza la necessità dell’esperienza e della partecipazione attiva, collegando l’apprendimento autodiretto e la costruzione di senso personale all’efficacia educativa.
Benjamin Bloom, il creatore della tassonomia degli obiettivi cognitivi, insiste sulla necessità di attivare processi autonomi, motivanti e graduali per favorire la comprensione e la padronanza delle competenze.
Non a caso negli ultimi anni si suggerisce l’uso di metodologie attive (active learning, laboratorio, PBL) per stimolare la partecipazione consapevole degli studenti, promuovendo auto-consapevolezza, interesse personale e apprendimento profondo.
Per saperne di più, suggerisco questo video di Raffaele Gaito su YouTube.
Oltre alla newsletter che cito, ho avuto modo di seguire un webinar su un approfondimento per la Academy sull’AI di Raffaele Gaito.
System 0, secondo Giuseppe Riva e colleghi, è un nuovo concetto che descrive uno strato cognitivo non umano e invisibile costituito dalle infrastrutture di intelligenza artificiale (come motori di ricerca, sistemi di raccomandazione, piattaforme algoritmiche, modelli linguistici) che filtrano, selezionano e pre-processano l’informazione prima che arrivi alla consapevolezza umana. A differenza dei classici “System 1” (pensiero rapido e intuitivo) e “System 2” (pensiero lento e analitico) di Kahneman, System 0 opera al di fuori della mente individuale, nelle infrastrutture digitali che condizionano ciò che possiamo conoscere e su cui possiamo agire. Queste infrastrutture non sono solo strumenti esterni, ma diventano parte integrante del nostro ambiente cognitivo, influenzando attenzione, memoria, identità e processi decisionali senza che ce ne accorgiamo.
Si riferisce al mito di Theut nella parte finale del dialogo platonico. Nel Fedro, Platone mette in scena un racconto mitico narrato da Socrate. Theuth, divinità egizia ingegnosa inventrice di molte arti (aritmetica, astronomia, scacchi, ecc.), si reca presso re Thamus d’Egitto per esporre le proprie scoperte, suggerendo come diffonderle tra il suo popolo porterebbe grandi benefici. Ogni volta che Theuth presenta un’invenzione, il re ne valuta i pro e i contro. Quando arriva il turno della scrittura, Theuth proclama che questo strumento renderà gli uomini “più sapienti e capaci di ricordare”: secondo lui la scrittura è un “farmaco della memoria e della sapienza” che aiuterà la conoscenza. Il re Thamus, però, risponde con un’osservazione critica: la scrittura non migliorerà la memoria ma la indebolirà; chi la impara, affidandosi a segni esterni, finirà per trascurare la propria memoria interiore. Infatti, la scrittura offrirà non la vera conoscenza, ma soltanto l’apparenza della sapienza, perché gli uomini potranno sembrare sapienti senza capire in profondità i contenuti. Il giudizio di Socrate sulla scrittura è critico: la vede come un mezzo secondario e imperfetto, capace di illudere ma non di garantire la vera conoscenza, che è patrimonio solo del dialogo vivo e della memoria. Tuttavia, è interessante notare che Platone, allievo di Socrate che preferiva l’oralità del dialogo, la utilizza come canale indispensabile per trasmettere le idee filosofiche del maestro, pur sapendo che in fondo si tratta di un “tradimento”.
Mi riferisco ad un episodio accaduto recentemente a Eleonora Belighieri su Instagram. Ne parla lei stessa in questo post.



