#42 personalizzazione
A voler stare dietro a tutti, alla fine non sia sta dietro a nessuno: i rischi della personalizzazione. Io sono Simona Sessini e questa è la quarantaduesima newsletter del 2025 de Il caffè del lunedì
A non voler lasciare indietro, si finisce per non andare avanti. Non bastano PDP e strategie compensative per “personalizzare” davvero. Serve un insegnante che sappia guardare il gruppo, non solo l’individuo.
Anche chi crede fortemente in una didattica centrata sulla persona, nel mese di ottobre, quando si collezionano piani didattici personalizzati e individualizzati1, vorrebbe poterne fare a meno.
Un po’ di storia
Dal 1977, quando scomparvero le classi differenziate, la scuola italiana ha abbracciato un principio rivoluzionario: nessuno rimane indietro. È stata una scelta coraggiosa, molto in anticipo rispetto a molti altri Paesi europei.
Ma negli ultimi anni, questa filosofia inclusiva si è dilatata a dismisura. Oggi parliamo di personalizzazione per disabili, dislessici, stranieri, studenti con ADHD, BES di ogni tipo, e novità 2025, anche per i plusdotati2.
Tutto nello stesso tempo, dentro le stesse classi, con gli stessi insegnanti.
L’intenzione è nobile. Ma la pratica rivela che volendo stare dietro a tutti, alla fine non si sta dietro a nessuno. A voler tenere troppe carte in mano, alla fine ti cascano tutte, insomma.
I dati INVALSI sui risultati dicono che l’Italia non brilla nel panorama europeo. E non sempre la colpa è degli insegnanti, che spesso fanno quel che possono con le risorse disponibili. E cercando di tenere insieme le fila di tutto, come degli abili giocolieri che tengono in aria sempre più palle colorate mantenendo l’equilibrio, fino a che ogni tanto qualcuna cade…
Quando si insegue la personalizzazione (con tutta la burocrazia che si porta dietro), accade qualcosa di controintuitivo:
Gli studenti dislessici si trovano male
Gli studenti con disabilità si trovano male
I plusdotati si trovano male
Gli stranieri si trovano male
I ragazzi con BES si trovano male
E soprattutto: gli studenti “normodotati” finiscono per essere ghettizzati da un sistema che li esclude dalle strategie differenziate.
Quando la personalizzazione diventa divisione
Un insegnante - giocoliere che prova a fare tutto contemporaneamente si ritrova così: una classe dove ogni studente segue una traccia diversa, con verifiche diverse, tempi diversi, strumenti compensativi diversi.
Non è più inclusione. È frammentazione.
Quando due compagni di banco affrontano una verifica completamente differente, il messaggio implicito che passa non è “siamo tutti uguali con le nostre diversità”.
Passa inevitabilmente “siamo tutti diversi, separati, osservati e giudicati diversamente dagli altri”. È un ghetto con tanti compartimenti.
Peggio ancora: nella maggior parte dei casi, gli strumenti compensativi e le strategie didattiche vengono utilizzati in modo indiscriminato, senza vera comprensione di come funziona effettivamente l’apprendimento. Si applicano “tanto per dire di averli applicati”, spesso per timore di ricorsi amministrativi invece che per intenzionale progettazione didattica.
Il pericolo della “falsa inclusione”
C’è un rischio concreto, oggi: che la scuola diventi falsamente inclusiva. Sulla carta tutto è personalizzato, i PDP e i PEI sono compilati correttamente, i protocolli sono rispettati. Ma nei fatti, la qualità dell’apprendimento non migliora. Anzi, qualcuno sta peggio.
Questo accade perché confondiamo il mezzo (gli strumenti, le strategie) con il fine (lo sviluppo effettivo delle potenzialità di ogni studente).
Non è un problema di insufficiente dotazione di strumenti didattici innovativi.
È un problema di relazione educativa.
Cosa manca davvero
Allora, qual è il vero ingrediente della personalizzazione?
Non è uno strumento compensativo. Non è l’ultima strategia didattica di moda. Non è neanche la tecnologia, per quanto utile possa essere.
La personalizzazione non si concretizza nel “dare” più strumenti, allo stesso modo per cui “dare” troppi giocattoli a un bambino non lo fa sentire più amato.
È lo sguardo di un adulto che valorizza quello che lo studente è e quello che può diventare.
Un docente che guarda i suoi studenti con orgoglio, non perché ottengano risultati perfetti, ma perché intravede le infinite possibilità che la vita può offrirgli, e non perché sa (come fa a saperlo con certezza?) che stanno facendo un passo avanti.
Ciò che trasforma realmente un processo educativo è la relazione di fiducia tra insegnante e studente. E questa non si compra, non si scarica da una piattaforma.
Si costruisce giorno per giorno.
La costruzione del gruppo
Personalizzazione non significa isolare ogni studente dentro il suo percorso individuale. Significa il contrario: costruire un contesto collettivo dove tutti riescono a seguire l’itinerario, ognuno con le sue modalità, ma insieme.
Perché accada, è essenziale che gli studenti comprendano una cosa fondamentale: non siete soli, dovete aiutarvi a vicenda. Il lavoro si fa in squadra.
Faccio un esempio. Nei PDP, spesso viene concessa come alternativa alla verifica scritta per i DSA. Ma se osserviamo che molti ragazzi si esprimono poco e male, e che costruiscono discorsi articolati con fatica, allora l’interrogazione orale sarebbe utile per tutti.
È stata per me una scelta semplice e radicale: interrogare sempre e solo oralmente.
Dopo obiezioni e ansie iniziali, nel giro di pochi mesi i ragazzi erano più sicuri e affrontavano le discussioni con maggiore chiarezza.
Il punto è questo: guardare chi e cosa abbiamo davanti, non applicare una procedura schematica.
Lavorare sull’obiettivo del gruppo paga molto più di ogni strumento. Diventa sfidante per i plusdotati, incuriosisce gli iperattivi, coinvolge gli stranieri, permette strade alternative ai dislessici.
Perché ciascuno studente è inserito in una classe. Non fa la strada da solo.
Se mi avvicino tanto a un quadro impressionista per coglierne le pennellate veloci (fuor di metafora, l’individualità dello studente), mi perdo la bellezza dell’opera d’arte.
È solo guardando l’insieme, the big picture, che sono in grado di apprezzare l’originalità e l’importanza delle singole pennellate.
Tre principi per una personalizzazione consapevole
Primo: decidere le priorità. Non puoi permetterti di stare dietro a tutto contemporaneamente. Definisci chiaramente quale sia il tuo obiettivo didattico nel trimestre o anche nell’anno, quale sia il percorso principale per la classe, e su quello costruisci le strategie. Quello che differenzia è l’obiettivo ultimo, per raggiungere il quale sceglierai i tempi e i modi migliori.
Secondo: percorrere strade non ancora battute. Avere il coraggio di sperimentare e decidere di abbandonare quello che non funziona più è la chiave. Se il compito è chiaro e l’apprendimento si è svolto efficacemente, la sicurezza nelle proprie capacità permette di gratificare i ragazzi con un discreto senso di autoefficacia, molto più di mille strumenti compensativi e dispensativi.
Terzo: investire nella formazione. Senza continuare a studiare, l’insegnamento si svilisce e diventa una ripetizione di nozioni che non servono a nessuno. Studiare è essenziale3.
So che questo discorso farà venire brividi di orrore a molti. Ma io non sono contro gli strumenti compensativi e dispensativi o i PDP.
Dico solo che non è la panacea per tutti i mali e che darebbero più risultati se utilizzati con l’intenzione di renderli produttivi.
Gli strumenti non garantiscono l’apprendimento. Tutto qui.
E una didattica che vuole essere per ciascuno, rischia di non esserlo per nessuno.
Un insegnante che è capace di osservare l’insieme, può scoprire come far fiorire le potenzialità di ciascuno studente, perché, a differenza degli altri concentrati sul particolare, vede la bellezza che si sta disegnando sulla tela.
Anche se, adesso, sembra solo un sono pastrocchio.
Buon caffè ☕
Simona
PS: Se conosci qualcuno che ha bisogno d'una sferzata di consapevolezza, condividi questo articolo. E se non sei ancora iscritto, che aspetti? Ogni settimana riflessioni pratiche per docenti che vogliono fare la differenza.
So che non tutti quelli che mi seguono sono insegnanti perciò mi sembra utile una spiegazione sul lessico. Le Linee Guida chiariscono la distinzione tra didattica individualizzata (far raggiungere a tutti gli obiettivi di base, variando metodi, tempi ed esercizi) e didattica personalizzata (costruire percorsi che valorizzino talenti e interessi, oltre i minimi). Confondere i due piani genera pratiche inefficaci.
Fino al 2024 la normativa italiana riconosceva soprattutto i DSA e i BES come destinatari di misure personalizzate. La plusdotazione restava spesso marginalizzata, con interventi solo parzialmente sistematizzati (inclusione fra i BES, attivazione di PDP su base volontaria). Dal 2025, con il disegno di legge n. 180, per la prima volta viene riconosciuta ufficialmente la categoria degli alunni plusdotati e si introducono interventi specifici e articolati per la loro valorizzazione.


