#43 lucangeli
Il gioco di Penney e la Lucangeli: quando l’intelligenza si travisa. Io sono Simona Sessini e questa è la quarantatreesima newsletter del 2025 de Il caffè del lunedì
Dal gioco di Penney alla warm cognition di Lucangeli: quando la dolcezza dell’educazione rischia di anestetizzare il pensiero critico. Perché comprendere non è “leggere dentro”, ma “cogliere tra”.
Nel momento in cui scrivo, la caldaia è ferma da quasi due giorni. I miei tentativi di rianimazione producono solo sinistri clangori degni delle miniere di Barad-dûr. I tecnici non rispondono. Netflix ha problemi di connessione. Anche il Dyson ha deciso di andare in pensione anticipata. Sullo schermo del computer lampeggia uno sconsolato punto interrogativo: vuoi davvero accendere questo PC?
Mi perdonerete dunque se, contrariamente alle intenzioni iniziali, non mi preoccuperò della diplomazia con cui esporrò alcune opinioni personali.
Come nel gioco di Penney, mi sono imbattuta in qualcosa di inaspettato.

Quando la realtà non segue le regole
Il gioco di Penney è un elegante esperimento probabilistico ideato dal matematico Walter Penney nel 1969. Apparentemente semplice come “testa o croce”, nasconde invece una natura profondamente controintuitiva che sfida il nostro senso comune.
Due giocatori scelgono una sequenza di tre risultati di lanci di moneta (T=testa, C=croce). Si lancia ripetutamente una moneta. Vince chi vede apparire per prima la propria sequenza. Se scegli TTT, la sequenza CTT ha circa 7 probabilità su 8 di apparire prima.
C’è una semplice regola empirica per costruire la sequenza migliore rispetto a quella dell’avversario:
1. Prima moneta = opposto della seconda moneta dell’avversario
1. Seconda e terza = prima e seconda dell’avversario
Se l’avversario sceglie TTC, la sequenza vincente sarà CTT.
Il secondo giocatore sembra svantaggiato perché deve aspettare, ma in realtà è lui ad avere la matematica dalla sua (è il concetto del second player advantage, le scelte migliori in situazioni in cui l’avversario decide per primo).
Perché il gioco inganna1? Perché non esiste una “migliore scelta” assoluta: ogni sequenza è battibile da un’altra. Questo è il principio non transitivo. Come nella morra cinese: sasso batte forbici, forbici batte carta, carta batte sasso. Ma carta non batte forbici.
La relazione tra le sequenze è non transitiva, e quindi il gioco mostra come nei sistemi probabilistici complessi l’istinto può facilmente portare fuori strada.
Guardare solo quanto spesso accade qualcosa non basta: devi capire come si svolge la sequenza nel tempo e come ogni evento si lega al precedente.
Ecco: il gioco di Penney ci mostra quanto le probabilità possano ingannarci quando gli eventi si susseguono uno dopo l’altro. È una lezione perfetta per imparare a pensare al caso con profondità, andando oltre la superficie.
Cosa c’entra con la Lucangeli
Caso vuole che lunedì scorso sia andata alla conferenza della professoressa Daniela Lucangeli “Tu chiamale se vuoi…”.
Lucangeli è una figura influente nel panorama educativo italiano. Professoressa di Psicologia dello Sviluppo all’Università di Padova, è nota per il suo approccio basato sulla warm cognition – l’idea che emozione e cognizione siano inscindibili nell’apprendimento. I suoi libri hanno un vasto seguito, i suoi video raggiungono milioni di visualizzazioni.
E qui è cominciato il mio gioco di Penney personale: qualcosa che sembrava seguire una logica lineare, ma che a un’osservazione più attenta rivelava problemi profondi.
Una questione di onestà
All’abbrivio del suo discorso, la professoressa ha proposto interpretazioni etimologiche delle parole che non corrispondono alla realtà linguistica.
Prende la parola intellego, da cui deriva intelligenza. La interpreta come in te lego, cioè “leggo dentro di te”. Ne ricava un’immagine poetica: l’intelligenza come capacità di connettersi con l’altro. In linea con la sua proposta educativa basata sulla relazione.
Il mio intimo da classicista sprofonda in un pavor. Tradire il senso di una parola è un reato punibile con la damnatio memoriae.
Intellego è un verbo latino che nasce dall’incontro di due parole: la preposizione intus (dentro) oppure la preposizione inter (tra), e il verbo lego. Quest’ultimo ha un’origine affascinante: significa prima di tutto cogliere, raccogliere, estrarre — poi, attraverso slittamenti di senso (persino rubare), arriva a indicare il leggere2. Il significato profondo diventa allora “cogliere le cose tra loro” oppure “cogliere dentro le cose”. Nella forma intellego, questo gesto si fa più nitido: comprendere.
Mi viene naturale pensare all’atto stesso del leggere: raccogliere le lettere una accanto all’altra, coglierle tra loro, per far nascere davvero una parola. Il primo gesto dell’intelligenza: vedere i legami, tessere insieme ciò che sembrava separato, far emergere il senso da ciò che prima era solo frammento.
Interpretare o distorcere?
Certo, siamo tutti liberi di guardare la realtà attraverso le lenti che scegliamo. Ma fino a che punto questo ci dà il diritto di piegare le parole, di stravolgerne il senso originale?
Perché c’è una differenza sottile ma decisiva tra interpretare e distorcere. La prima è un atto di intelligenza, la seconda un tradimento del pensiero. Se le parole perdono il loro peso, la loro verità, cosa ci resta per comprendere davvero?
Se vuoi proporre una lettura simbolica, dichiaralo apertamente. Ma non spacciare un’interpretazione consolatoria per “etimologia scientifica”. È una questione di onestà intellettuale – quella stessa onestà che dovremmo tramandare ai nostri studenti3
La neuroscienza come wishful thinking4
Lucangeli sostiene che creare una relazione calorosa con lo studente, attivando emozioni positive, lo si rende più disponibile ad apprendere. Questo accade perché i nostri microtubuli sono in sintonia, belli allineati e distesi.
Dopo lo scivolone su intellego, vado a verificare.
C’è un filone che collega coscienza e microtubuli5: l’ipotesi Orch-OR di Penrose e Hameroff6. È suggestiva e stimola domande interessanti, ma resta controversa nella comunità scientifica. Ottima come spunto di riflessione, ma non come prova assodata su come funziona la mente.
Muovere per secondo
Come nel gioco di Penney, ciò che sembra intuitivamente vantaggioso (la dolcezza, il comfort, la relazione sempre positiva) potrebbe in realtà nascondere una strategia perdente.
La prima mossa, quella di Lucangeli, quella dell’educazione emotiva, sembra vincente. Ha conquistato migliaia di insegnanti, milioni di genitori. È diventata la narrazione dominante. Ma forse esiste una seconda mossa, controintuitiva, che ha maggiori probabilità di successo: quella che non rinuncia al rigore, che non scambia la verità con la consolazione, che non riduce l’apprendimento solo a benessere emotivo.
Il Principio non transitivo dell’apprendimento
Anche nell’educazione vale il principio non transitivo: non esiste un metodo assoluto che vinca sempre.
Come nel gioco di Penney, le strategie educative non sono confrontabili in modo lineare. L’errore è credere che esista una “sequenza vincente” universale.
In questo processo di warm cognition potremmo aver perso qualcosa: il ragionamento, la curiosità, il piacere della sfida…
Quella capacità di collegare le cose tra loro. Non forzandole, non piegandole a colpi di interpretazioni arbitrarie, ma scoprendo i nessi autentici, i nodi nascosti che permettono di tessere percorsi nuovi, inattesi, a volte persino inimmaginabili.
È la differenza tra chi costruisce ponti dove prima c’era vuoto e chi disegna ponti nell’aria, bellissimi forse, ma che non reggono il peso di un solo passo. L’intelligenza vera, quella dell’intellego, non inventa legami: li riconosce.
L’apprendimento è più di un momento di piacevolezza
L’apprendimento avviene spesso in condizioni difficili, proprio quando la situazione richiede di essere migliorata. Lucangeli sosteneva che la mente si abitua anche al malessere, provocando danni profondi.
Forse. Ma l’evoluzione ci racconta un’altra storia: le specie che si sono adattate alle avversità sono sopravvissute, sviluppando caratteri vantaggiosi. “Abituarsi” può significare anche trovare soluzioni alternative, migliorare le condizioni date. Habitus, d’altronde, non indica solo aspetto o disposizione: in medicina, in biologia, descrive l’insieme dei caratteri morfologici o comportamentali di un individuo o di una specie. Un’attitudine, una tendenza a rispondere al mondo.
Non basta sentirsi visti se quello sguardo non porta con sé una dimensione più profonda, se non attribuisce alla tua esistenza un significato reale. Se ti riduce a specchio dell’altro, a conferma del suo bisogno di sentirsi importante. È un rispecchiamento sterile, che non ti toglie dalla tristezza perché non apre alla conoscenza, alla scoperta di altro.
Se l’insegnante lega solo a sé (in te legere, come propone la Lucangeli), renderà forse il rapporto caldo, confortevole, ma fragile. Appena mancherà quel supporto, tutto crollerà.
È quello che stiamo vedendo accadere, sempre più spesso, a tutte le età, ai bambini come agli adolescenti e anche agli stessi adulti.
È attribuire senso ciò che permette l’intelligere: cogliere nessi, guardare dentro le cose. Per questo serve aderire alla verità di ciò che accade, non alla ginnastica dei microtubuli.
Puoi stare benissimo in classe, avere un’insegnante che attiva tutti i neurotrasmettitori del buonumore. Ma se non capisci perché studi quel teorema, se non cogli il senso di quella poesia, se non ti poni domande vere sul mondo, non stai imparando. Stai solo accumulando sensazioni positive associate a stimoli vuoti.
L’apprendimento richiede intelligere: comprendere, cogliere nessi, fare collegamenti nuovi. E questa fatica non è un male da evitare: è l’essenza stessa del pensiero.
Il gioco di Penney ci insegna tre cose:
1. Le scelte apparentemente equivalenti non lo sono: anche se tutte le etimologie sembrano “interpretazioni”, solo alcune rispettano la verità.
2. Chi muove per secondo può vincere: non essere i primi non significa essere sconfitti.
3. Non esiste una strategia dominante assoluta: nell’educazione come nella probabilità, serve guardare la sequenza nel tempo, non il singolo evento.
Nella probabilità come nell’educazione, l’intuizione ci inganna. E forse è proprio quando qualcosa suona troppo dolce, troppo semplice, troppo rassicurante che dovremmo fermarci e chiederci: cosa sto perdendo?
Buon caffè ☕
Simona
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Il gioco di Penney è usato per dimostrare la natura controintuitiva della probabilità perché le scelte apparentemente equivalenti non lo sono. Se a prima vista, tutte le sequenze di tre lanci di moneta sembrerebbero avere le stesse possibilità di comparire per prime, dato che ogni singola sequenza ha stessa probabilità, la struttura del gioco invece, fa sì che alcune strategie siano sistematicamente migliori di altre, ribaltando l’intuizione comune.
La fonte è come sempre il mio fido Castiglioni Mariotti. Per la precisione, IL Vocabolario della lingua latina, Luigi Castiglioni, Scevola Mariotti, Loescher Editore.
Ma siamo andati in crescendo. Per la Lucangeli, che voleva arrivare a sostenere il nostro reciproco appartenere alla specie animale, l’etimologia di animalis contiene in sé anima e ali. Cioè Daniela, per favore, no. Anche meno. Animal deriva da anima perché tutti gli animali hanno il respiro, e quando il soffio della vita (anima) se ne va, loro non ci sono più. Animalis è il genitivo, non ci sono due parole, è semplice declinazione. Pensavo che ti affidassi alle solide ali della scienza non all’indistinto mondo dell’interpretazione personale!
È quando crediamo che qualcosa sia vero non perché ci siano prove solide, ma perché vogliamo che sia vero. Scambiamo ciò che ci piacerebbe con ciò che è dimostrato.
I microtubuli sono strutture del citoscheletro cellulare (letteralmente: piccoli tubi dentro le cellule). Nei neuroni servono per il trasporto di sostanze e per mantenere la struttura della cellula ma restano componenti meccanici/strutturali. Secondo i due studiosi, i microtubuli non sono solo impalcature ma computer quantistici biologici.
La teoria di Penrose e Hameroff (“Orch OR”) ipotizza che alla base della nostra coscienza – e quindi delle emozioni come la felicità – ci siano minuscole strutture chiamate microtubuli all’interno delle cellule nervose. Questi microtubuli non solo danno forma ai neuroni, ma funzionano come veri e propri “antenne” quantistiche, capaci di orchestrare i processi mentali profondi. Quando i microtubuli sono allineati o vibrano “in sintonia”, si facilita una comunicazione efficace tra le cellule nervose e si favorisce la coerenza dei processi di coscienza. Secondo la teoria, questa coerenza potrebbe essere collegata a stati di benessere, chiarezza mentale e felicità. Studi recenti suggeriscono che stimolare i microtubuli (ad esempio con tecniche di neurostimolazione che li fanno vibrare) potrebbe migliorare l’umore e la salute mentale. In sintesi, l’armonia dei microtubuli, simile a un’orchestra ben diretta, non solo sostiene il pensiero cosciente, ma potrebbe anche contribuire alla nostra sensazione di felicità e benessere. Questa visione è ancora dibattuta dagli scienziati, si interessa di come la salute del nostro “scheletro neuronale” potrebbe essere intimamente legata alla qualità delle nostre emozioni.




Ciao Simona, ultimamente le tue riflessioni accompagnano la mia colazione del giorno dopo. Apprezzo la schiettezza (e spero che nel frattempo la caldaia sia ripartita). È faticoso mettere i puntini sulle i tutte le volte che qualcuno, anche con riconosciuta autorevolezza, propone la "ricetta definitiva", specialmente quando si dimentica (di proposito? Ogni tanto mi viene il dubbio) che 6 anni o 16 non sono la stessa cosa. Grazie