#45 passa il tempo
Dalla trap alla fisica quantistica: perché il tempo in classe sembra fermo? Io sono Simona Sessini e questa è la quarantacinquesima newsletter del 2025 de Il caffè del lunedì
In classe, quando la connessione si spezza, gli studenti diventano “osservatori esterni” che vedono solo tempo congelato. Un viaggio tra Parmenide, l’entanglement e la sfida di agganciare lo stesso orologio.
Ho preso due giorni di ferie per fare tutto quello che avevo rimandato e mi sono trovata peggio di prima. Inseguo le cose da fare. A volte mi sento pedinata da qualche voce della lista interminabile di task che puntualmente non completo.
Non penso di essere l’unica. Anzi, mi sembra che sia la malattia in cui viviamo: non avere abbastanza tempo. Il tempo passa, ci scorre tra le dita come sabbia dorata, a volte vorremmo trattenerlo, a volte vorremmo che si allontanasse più rapidamente…
Auricolari sotto il cappuccio
I ragazzi che dormono sui banchi ascoltano negli auricolari nascosti dal cappuccio un genere musicale che non saprei definire, hip-hop, trap, drill1…. Un mix di tutto? Tra le tante parole ho colto una certa ricorrenza della frase: passa il tempo…
Non c’è il soffitto, piove dentro
Per lei, un’ala di mistero
Sono uscito da me stesso
Per giudicarmi da esterno
Siamo uguali, sotto, sotto
Sono sopra, sveglio di sotto
Quando i lampioni si spengono
E non dormi, io penso che
Passa il tempo, basta tormentarti
È passato ormai, è passato ormai (è passato ormai)
C’era un tempo prestabilito, ma ormai
Non ci arrivo mai, non ci arrivo mai
Passa il tempo, basta tormentarti
È passato ormai, è passato ormai
C’era un tempo prestabilito, ma ormai
Non ci arrivo mai, non ci arrivo mai
Questo è un testo, che non manca di una certa amara poesia, di Tony Boy, pubblicato a giugno 2025 nell’album Uforia. Stesso retrogusto amaro in un’altra traccia di Néza (feat. Nabi), con lo stesso titolo ma del 2023.
Passeranno gli anni e il coltello sporco di fumo
E avrei fatto di tutto pur di vederti ancora
E so che morte sicura, niente durerà per sempre (na-na)
Pensa a tornare indietro, un abbraccio mi aiuterebbe
Più passa il tempo, più mi scordo di te
Fidarsi è bene, ma non mi fido perché
Mamma a pensarci, ora me la vivo meglio
Ne abbiam passate tra il suono delle siren
Sono i problemi che vengono da me
Io non perdono ma tu l’hai fatto con me
E non poteva mancare Arsenico di Shiva:
È veloce come passa il tempo
E più passa e più non ci sto dentro
Vorrei amarti senza i tuoi permessi, ma
Più lo faccio, più ho delle perplessità
Nel mio drink ho gocce d’arsenico
Per ‘sti tagli non mi salva un medico
A volte, sai, ti vorrei cancellare, ma
Sai, non trovo qual è il giusto metodo
Ascoltano queste canzoni a ripetizione come un’ancora di salvezza nel caos della crescita e nella confusione che abbiamo intorno. Insomma, è quello che rimbomba nelle orecchie e nella testa dei nostri studenti, come se vivessero dove il futuro sembra precluso e il presente è sopravvivenza quotidiana.
Il tempo è simultaneamente troppo veloce (tutto cambia, tutto sfugge) e troppo lento (niente sembra davvero cambiare).
Una questione di percezione
Questo sentire, che non è banale, anzi rivela profondità e consapevolezza, ha a che fare con la percezione del tempo. Un tema che richiederebbe una trattazione molto più sistematica di una newsletter, quindi avviso che propongo solo una infinitesima parte2 di tutto quello che si può dire.
(In estrema sintesi: quello che viviamo nella nostra esperienza è la contraddizione costante tra la durata del tempo percepito soggettivamente - più lungo, più corto, memoria… - e il tempo oggettivo, quello scandito dall’orologio).
“La ben rotonda verità”
Parmenide, “venerando e terribile”, vissuto tra il VI e il V secolo a.C., racconta del suo viaggio immaginario trasportato su un carro trainato da cavalle fino alle porte del giorno e della notte, dove incontrerà la dea Dike (la Giustizia), personificazione della Verità, che gli rivela i segreti della “ben rotonda verità”:
Orbene ti dirò e tu ascolta attentamente le mie parole,
quali vie di ricerca sono le sole pensabili:
l’una <che dice> che è e che non è possibile che non sia,
è il sentiero della Persuasione (giacché questa tien dietro alla Verità);
l’altra <che dice> che non è e che non è possibile che sia,
questa io ti dichiaro che è un sentiero del tutto inindagabile:
perché il non essere né lo puoi pensare (non è infatti possibile),
né lo puoi esprimere3.
L’Essere è eterno, incorruttibile, indivisibile, e senza tempo; è quindi immobile e senza alterazioni, poiché il cambiamento implicherebbe il passaggio al non essere, che invece è impossibile. Il non essere non esiste né può essere pensato, mentre l’essere è l’unica realtà autentica.
Perciò tutto quello che accade nel tempo, il tempo come successione o trasformazione, è una mera illusione dei sensi (doxa): vivere nel tempo comporta che quello che è un attimo fa non esiste più, quello che vivo ora prima non c’era e tra un attimo non ci sarà più: che cosa dunque resta, esiste davvero?
Per Parmenide, il fluire del tempo è una percezione distorta e falsa: ciò che è reale è eterno e immobile. Parmenide affrontò quello che Bergson definì come uno dei due problemi angoscianti della metafisica: “Perché qualcosa invece del nulla?” La sua risposta, che l’essere è necessario, eterno e immutabile, mentre il non-essere è impossibile anche da pensare, rimane una delle formulazioni più radicali della storia della filosofia.
Che cosa è dunque il tempo?
“Quid est ergo tempus? si nemo ex me quaerat, scio; si quaerenti explicare velim, nescio4”, scrive Agostino d’Ippona nelle Confessioni, e inizia a parlare del tempo come una distentio animi, un’estensione o dispersione dell’anima tra memoria, percezione e attesa.
La frase di Agostino è in epigrafe ad un report5 su un esperimento in laboratorio del meccanismo proposto da Page e Wootters6 negli anni ’80 del Novecento.
Nell’esperimento vengono prodotti due fotoni entangled, cioè descritti da un unico stato quantistico condiviso. Questo stato globale è preparato in modo da rimanere, in teoria, invariato nel tempo.
I ricercatori realizzano due modalità di osservazione.
Nella prima modalità, quella dell’osservatore “esterno”, si considera la coppia di fotoni come un unico sistema. Si eseguono misure globali sullo stato con tecniche di tomografia quantistica, ricostruendo la funzione d’onda complessiva dei due fotoni dopo che hanno attraversato vari elementi ottici (piastre di quarzo che introducono evoluzione). Il risultato è che lo stato globale ricostruito resta sempre lo stesso, entro gli errori sperimentali: dal punto di vista esterno, il sistema appare statico, “congelato”. (Io spero di spiegare correttamente, qualche scienziato mi correggerà…)
Nella seconda modalità si introduce un osservatore “interno”. In questo caso uno dei due fotoni viene scelto come orologio quantistico, l’altro come sistema da osservare. Si misura la polarizzazione del fotone-orologio e la si interpreta come indicatore di un “istante” (per esempio, un certo esito corrisponde a un tempo t₁, un altro esito a un tempo t₂). Poi si considerano le misure sull’altro fotone condizionate a ciò che ha segnato l’orologio.
Mettendo insieme le statistiche di queste misure condizionate, emerge una variazione regolare: al variare dello “stato dell’orologio” cambiano le probabilità di trovare il secondo fotone in uno stato o nell’altro.
Per l’osservatore interno, che legge il sistema rispetto all’orologio quantistico, l’altro fotone risulta quindi in evoluzione nel tempo.
L’esperimento mostra così che lo stesso sistema fisico può apparire fermo a un osservatore esterno che guarda lo stato globale, e in evoluzione a un osservatore interno che usa una parte del sistema come orologio e osserva le correlazioni con il resto. Il “tempo” emerge precisamente da queste correlazioni quantistiche.
In breve: un osservatore “esterno” che misura lo stato globale del sistema vede qualcosa di statico, congelato. Un osservatore “interno”, correlato quantisticamente con uno dei fotoni, vede invece l’altro fotone evolvere nel tempo.
Nel meccanismo di Page-Wootters, il tempo dipende crucialmente dall’osservatore e dalla sua correlazione con il resto del sistema, emerge quando un sistema (l’osservatore) si correla con un altro sistema (l’orologio).
Sentirsi strappati
“L’idea corrisponde in modo naturale alla nostra esperienza quotidiana, poiché sappiamo a che ora ci svegliamo solo guardando in che posizione sono le lancette dell’orologio, o a che altezza sia il sole nel cielo, o quanto lunga sia l’ombra degli oggetti sul terreno”, spiega qui Paola Verrucchi dell’Istituto dei sistemi complessi del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isc) che, insieme ad Alessandro Cuccoli (Dipartimento di Fisica dell’Università di Firenze), ha pubblicato una ricerca su Nature nel 2021. “Possiamo dire che il meccanismo PaW formalizza uno degli strumenti più usati nella letteratura e nel cinema, laddove per dare il senso di un tempo che si ferma, si congela l’intero ambiente circostante il protagonista, introducendo così l’idea fondamentale che la percezione dello scorrere del tempo richieda necessariamente una correlazione con ciò che ci circonda”.
Quella sensazione di essere “strappati” tra passato e futuro, di vivere in un presente che sfugge continuamente, come cantano gli autori citati all’inizio, corrisponde esattamente alla condizione dell’osservatore quantistico “interno”. Ma questo fluire del tempo non sarebbe, desumiamo dall’esperimento, una proprietà oggettiva dell’universo: è il risultato delle sue correlazioni, della sua posizione relazionale nel sistema.
Agganciati allo stesso orologio
Anche la scuola è un sistema regolato da un orologio: cinquanta minuti di lezione, dieci di intervallo, tredici settimane per quadrimestre. Un tempo che scorre uguale per tutti, indipendente dall’osservatore.
Quando l’entanglement, la connessione, si spezza, lo studente si “disconnette” e diventa osservatore esterno. E l’osservatore esterno, nell’esperimento di Moreva, vede un blocco congelato di tempo. Mi viene da pensare che la smania di prendere il cellulare in classe sia legata ad un bisogno fisico di veder scorrere il tempo almeno sullo schermo, di collegarsi a qualcosa.
È questo che tante volte mi dà la sensazione che i miei studenti vivano come il gatto di Schrodinger: non sappiamo se il gatto all’interno della scatola è vivo o morto.
Non mi contrapporrò al “venerando e terribile” Parmenide. La dicotomia tra l’essere immutabile e l’illusione (doxa) del non essere, che la percezione del tempo rende esperibile, è forse il nodo esistenziale più lacerante della nostra vita e della nostra epoca.
Quello che voglio dire è che la sfida che dovrebbe interessarci del tempo che passa nella nostra lezione è se possiamo “agganciarci” ad un orologio e collegarci ai nostri studenti. Perché se l’orologio a cui sono collegati non è lo stesso a cui siamo connessi noi docenti, non ci sono cazzi: non saremo mai osservatori interni, vedremmo tutto come osservatori esterni, noi con loro e loro con noi.
Se lo scorrere del tempo esiste perché si condivide lo stesso orologio all’interno di un sistema, dovremmo far esistere il tempo nella nostra classe, “agganciando” i nostri scafazzati come i fotoni sono entangled all’orologio.
Noi siamo l’orologio quantistico nel sistema. Non i cinquanta minuti.
La domanda vera non è “quanto resta della mia lezione, tolti burocrazie, richiami, gestione della classe?” ma “esiste il tempo nella mia classe?”
Perché se studenti e docenti sono agganciati a orologi diversi, il tempo semplicemente non scorre per nessuno. Resta tutto congelato, come nell’esperimento. E allora non importa quanto ci sforziamo: saremo sempre osservatori esterni che guardano un sistema morto.
Per stare in classe dovremmo realizzare una creazione condivisa di un tempo che prima non esisteva, attraverso correlazioni che trasformano irreversibilmente tutti i partecipanti.
Se il tempo passa inutilmente, è definitivamente perduto.
Buon caffè ☕
Simona
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Questa mi sembra, ma non sono assolutamente esperta di musica, la categoria più rappresentativa.La drill è un sottogenere della trap nato a Chicago intorno al 2010, caratterizzato da ritmi duri, testi che riflettono disagio sociale e violenza, e uso frequente dell’autotune. Il nome deriva da “trapano”, evocando il suono ripetitivo degli spari. Qui un po’ di storia del genere.
La storia della filosofia è attraversata dalla problematica del tempo, non meno della fisica. Senza alcuna pretesa di esaustività, un piccolo sunto. Dalle antiche visioni greche del tempo come divenire (Eraclito) o come essere immutabile (Parmenide), passando per la trasformazione cristiana in una dimensione lineare e dotata di senso storico (Sant’Agostino), il tempo è diventato nel pensiero moderno misura oggettiva e parametro fondamentale delle leggi fisiche con Newton. Kant lo reinterpreta come forma soggettiva della sensibilità, necessaria all’esperienza. Con l’età contemporanea, Bergson distingue tra il tempo “vissuto” e quello della fisica, mentre Heidegger lo pone al centro del senso dell’esistenza umana. Infine, la fisica moderna e la relatività di Einstein ridefiniscono il tempo come relativo e intrecciato allo spazio, aprendo nuove domande sia sui suoi fondamenti oggettivi che soggettivi. Le scoperte più recenti della fisica quantistica , tra cui il meccanismo di Page-Wootters, gli esperimenti sull’entanglement e le teorie sull’universo “bloccato” o “all-at-once”, suggeriscono che il tempo potrebbe non essere una dimensione fondamentale, ma una proprietà emergente dalle correlazioni quantistiche tra sistemi. In particolare, il Premio Nobel per la Fisica 2025 è stato assegnato a John Clarke, Michel Devoret e John Martinis proprio per le ricerche che dimostrano come i fenomeni quantistici (come l’entanglement e la coerenza quantistica) possano manifestarsi anche su scala macroscopica, sfidando la classica distinzione tra tempo “quantistico” e tempo “classico”.
frammento DK 28 B 2, in Fare filosofia, N. Abbagnano, G. Fornero, Paravia 1998, pag 44.
Agostino d’Ippona, Confessioni, XI, 14. Traduzione: “Che cosa è il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più”.
Moreva, E., Brida, G., Gramegna, M., Giovannetti, V., Maccone, L., & Genovese, M. (2014). Time from quantum entanglement: An experimental illustration. Physical Review A, 89, 052122. Si può leggere qui.
Il meccanismo di Page-Wootters (PaW) è una proposta affascinante della fisica teorica che offre una soluzione al celebre “problema del tempo” nella meccanica quantistica e nella gravità quantistica. Proposto nel 1983 dai fisici Don Page e William Wootters, questo approccio suggerisce che il tempo non sia una proprietà fondamentale dell’universo, bensì una manifestazione emergente dell’entanglement quantistico tra sistemi. Esula un po’ dal tema, ma se il tema della ricerca scientifica sul tempo interessa suggerisco di curiosare sul “modello retrocausale” che viene spiegato da Emily Adlam come un “Sudoku universe”.




