#46 errori
Sbagliare fa male, e va bene così. Alla scoperta di una pedagogia dell'antifragilità. Io sono Simona Sessini e questa è la quarantaseiesima newsletter del 2025 de Il caffè del lunedì
Gli insegnanti parlano tanto di “pedagogia dell’errore”. Finché non sbagliano davvero. E allora scoprono che l’errore non insegna, se non fa male…
Questa settimana ho fatto un errore. Non uno di quelli carini, pedagogici, da cui “si impara e si cresce”. Un errore pazzesco. Un pasticcio talmente grosso che per tre giorni ho avuto quella sensazione fisica allo stomaco, quella che ti sveglia alle quattro del mattino con il cervello che rigira ossessivamente la scena cercando disperatamente un modo per tornare indietro nel tempo.
Per un insegnante è una umiliazione terribile sentisi colta in fallo, in fondo il mio mestiere è trascorrere le mie giornate a correggere gli errori degli altri…
Entro in classe, segno di rosso, spiego dove hanno sbagliato, ripeto, correggo ancora. Sono l’esperta dell’errore altrui.
Ma quando sono io a sbagliare?
Ecco, quello che ho capito in questa situazione di merda è che noi insegnanti non capiamo veramente cosa significa sbagliare. Passiamo sei, sette, otto ore al giorno con persone (studenti) che sono, per definizione, in una posizione subordinata rispetto a noi.
Noi siamo gli esperti. Noi sappiamo. Noi correggiamo.
Quanti di noi hanno qualcuno che controlla davvero il nostro lavoro, che può dire “qui hai sbagliato” senza che scattino mille meccanismi difensivi? Io posso contare sulle dita di una mano le volte in cui un altro adulto mi ha fatto notare un errore professionale significativo.
Ammettere un errore vero, profondo, significativo, significa mettere in discussione l’intero sistema di valori e competenze su cui abbiamo costruito la nostra autorità.
Se io sbaglio, come posso correggere loro?
Se io sono fallibile, perché loro dovrebbero ascoltarmi?
Se io non so, chi sa?
Non viviamo sulla nostra pelle la dimensione dell’errore.
Ce la siamo dimenticata. È necessario per il nostro ruolo.
Quando capita che veniamo criticati per qualcosa che abbiamo fatto:
a) sono gli altri che non capiscono un tubo;
b) io sono nel giusto, a prescindere. E per questo, tutta la nostra bella retorica sulla “pedagogia dell’errore” diventa più frequentemente di quanto ci auspichiamo, permettetemi, una colossale presa per il culo.
Che cosa è la pedagogia dell’errore
Dagli errori si impara!
L’errore è un’opportunità di crescita!
Dobbiamo creare un clima sereno dove sbagliare è normale.
In ambito educativo si è sviluppata una vera e propria “pedagogia dell’errore1”.
“In passato, a scuola, l’errore era considerato un elemento completamente negativo e veniva segnalato con annotazioni in blu o in rosso, in base alla sua gravità. (…) L’attenzione era focalizzata sui contenuti da trasmettere e sulla valutazione, al fine di accertarsi che ciò che era stato insegnato fosse stato acquisito senza intoppi. L’errore era considerato unicamente responsabilità dello studente, dovuto alla sua distrazione o alla sua mancanza di impegno (Falcinelli, 2015).2”
Già nella tragedia greca l’errore che scatena l’epilogo funesto si origina dall’ignoranza, come accade nella storia di Edipo e tuttavia, Edipo deve pagare per il male che ha commesso pur inconsapevolmente. È l’inizio dell’idea di responsabilità personale. Secoli dopo, nel metodo Montessori e nel pensiero di Dewey, l’errore acquista centralità come momento di autocorrezione e apprendimento attraverso “prove ed errori”.
Ma cosa imparano davvero i miei studenti dagli errori?
Perché io vedo soprattutto questo:
- Studenti che consegnano verifiche fatte con i piedi, tanto “prof, ho sbagliato, posso rifare la verifica?”
- La stessa identica tipologia di errore ripetuta per anni
- Le restituzione dei compiti: quando gli studenti vogliono solo sapere il voto che hanno preso e non guardano neanche gli errori segnati con tanta cura
- La mentalità del “vabbè, ho sbagliato” come scudo contro qualsiasi responsabilità
Il problema non è che diciamo che dagli errori si impara.
Il problema è che lo diciamo come se fosse una pillola magica, come se bastasse sbagliare per crescere automaticamente, per osmosi.
Come se l’unica conseguenza del commettere uno sbaglio ricadesse solo su di te, e ormai venisse dato per assodato che sbagliare è bello e dovesse essere elogiato tout court.
Ma visto che io ho sbagliato in proporzioni galattiche posso dire che:
sbagliare fa schifo. L’errore è umiliante, è doloroso, è scomodo.
È questa la cosa da imparare. Non la favoletta della crescita automatica, ma la verità cruda: l’errore fa male. E deve fare male, altrimenti non ti ricordi di non ripeterlo.

Taleb e la teoria dell’antifragilità
Quando io ho commesso quell’errore madornale la scorsa settimana, un collega (lavoro in ufficio quest’anno) non ha resistito alla tentazione di puntare il dito e darne l’annuncio a tutti, compresi i capi. Potete immaginare quanto fossi mortificata.
Secondo Nassim Nicholas Taleb, matematico, filosofo e former trader fuori dagli schemi, gli sbagli di alcuni individui portano beneficio ad altri.
Nel mio caso: il collega che mi punta il dito usa il mio errore per sembrare più competente. Si fa bello sulla mia pelle. Cinismo? No: è esattamente come funziona il sistema. Il mio errore rende gli altri migliori. Taleb cita l’esempio del Titanic:
Secondo Petroski, se il Titanic non avesse avuto quel famoso e fatale incidente, avremmo continuato a costruire transatlantici sempre più grandi, e il disastro sarebbe stato molto più drammatico. Le persone che hanno perso la vita in quella circostanza, dunque, sono state sacrificate per il bene comune, salvando indiscutibilmente più vite di quante se ne siano perse.3
In sostanza in questi casi, qualcuno paga il prezzo affinché il sistema migliori.
Gli errori sono fonti di informazione. Dopo il mio pasticcio venuto allo scoperto in maniera plateale, una collega mi dice che sono stata trattata ingiustamente.
Eppure, razionalmente, so che nel momento in cui sbaglio è corretto ammettere di avere sbagliato e non nascondersi nella vergogna, giustificandosi e cercando di gettare la colpa sugli altri (come fanno i bambini quando dicono: è stato lui che mi ha detto, mi ha fatto, ha iniziato….).
Perciò se ho sbagliato, tanto vale accettare le mie responsabilità. Anche se quel collega si è comportato oggettivamente da stronzo. Ma ancora il teorico dell’antifragilità chiarisce:
Per me un perdente è colui che, dopo aver fatto un errore, non si analizza, non lo sfrutta, ma prova imbarazzo e vergogna invece di sentirsi arricchito di una nuova informazione (…). Questa tipologia di persone spesso si sente «vittima» di un complotto, di un capo cattivo o del maltempo4.
Anche io potevo sentirmi vittima di un complotto ordito alle mie spalle.
Guardando la circostanza da un punto di vista diverso, potremmo dire che la variabilità causa errori e necessari adattamenti ma ci consente anche di capire, tra l’altro, chi sono i nostri amici. A me ha rivelato che tipo di colleghi ho, c’è stato chi mi ha supportato nel rimediare e chi ha gongolato.
E c’è di più: il mio errore ha fatto emergere un altro problema più grosso che nessuno aveva visto.
L’errore mi ha ridimensionata. E questa consapevolezza della mia fallibilità, questa, non la teoria, mi permette di accettare con serenità gli errori degli altri. Ecco la lezione che vale davvero per un insegnante: l’unico modo per rendere l’errore produttivo è capire che quando sbagli, sono gli altri a guadagnarci.
Il mio errore serve. Per imparare, per evitare lo stesso pasticcio, per migliorare il sistema. È esattamente quello che succede in classe: lo studente sbaglia, ma è tutta la classe che ne fa tesoro.
Attenzione: questo non significa dire agli studenti “sbaglia quanto vuoi, tanto impari”. Significa: l’errore è inevitabile, ha conseguenze, e l’unico modo per renderlo utile è fare in modo di non ripeterlo due volte.
Se io continuassi a fare lo stesso errore, non starei imparando. Sto continuando a sbagliare. Perché per uno studente dovrebbe essere diverso?
Questo sistema di accoglienza acritica dell’errore ci rende fragili. Come spiega Taleb:
(…) quando una persona è fragile, è necessario che le cose vadano alla lettera come da programma, evitando al massimo le deviazioni, in questo caso più dannose che utili. E per questo che il fragile ha bisogno di un approccio previsionale molto dettagliato mentre, viceversa, i sistemi previsionali portano fragilità. Antifragile è invece chi desidera le deviazioni e non si preoccupa della possibile dispersione dei risultati che il futuro potrà portare, poiché sa che saranno quasi tutti utili5.
Abbiamo costruito una pedagogia dell’errore che inserisce lo sbaglio nella previsione, rendendo il sistema scuola sempre più fragile, trasformando tutti in soggetti estremamente fragili, studenti e docenti.
Non abbiamo bisogno di una pedagogia dell’errore che deresponsabilizza. Abbiamo bisogno di una pedagogia dell’antifragilità: dove l’errore fa male, ha conseguenze, ma proprio per questo ci rende più robusti.
Buon caffè (ancora) ☕
Simona
PS: Se anche tu hai commesso un errore che ti ha fatto stare male, condividi questa newsletter. Perché forse è l’unico modo per trasformarlo in qualcosa che serve a qualcun altro. E se non sei ancora iscritto, che aspetti?
Giusto per amore di trasparenza, non sono in alcun modo contro la pedagogia dell’errore. Contesto il fatto che a) esiste una differenza tra porre delle ipotesi che non sai se a priori siano corrette, come accade con il falsificazionismo della scienza di Karl Popper, e il commettere un errore, magari anche involontariamente; b) l’errore non diventa più divertente per chi se lo porta sulle spalle, perché lo stigma dell’errore resta a livello sociale e si inscrive anche nella qualità delle relazioni che si instaurano. Un po’ di sitografia interessante: qui una panoramica teorica e una possibile applicazione sbagliata della pedagogia dell’errore, se non viene intesa come possibilità di formulare ipotesi che non devono essere a priori corrette; qui una riflessione sulla diversità di approccio nei confronti dell’errore nelle materie umanistiche e nelle materie scientifiche; qui invece un interessante report sull’evoluzione della percezione dell’errore in ambito scolastico.
Questo passaggio è tratto dall’ultimo articolo della nota precedente. Anna Cuzzi, “Insegnare attraverso gli errori: la valutazione formativa per favorire l’apprendimento e il benessere degli studenti”, IUL Research, Vol. 5 n. 9 (2024)
pag. 92, Nassim Nicholas Taleb, Antifragile, Il Saggiatore 2012.
pag. 93, Nassim Nicholas Taleb, Antifragile, Il Saggiatore 2012.
pag. 91, Nassim Nicholas Taleb, Antifragile, Il Saggiatore 2012.



