#47 per-dono
Contro la tirannia della relazione affettiva a scuola. E uno sguardo agli stereotipi di genere. Io sono Simona Sessini e questa è la quarantasettesima newsletter del 2025 de Il caffè del lunedì
Agli insegnanti viene chiesto di costruire relazioni affettive con tutti gli studenti. Ma la retorica della “relazione affettiva” come condizione dell’apprendimento è diventata una gabbia. Non possiamo amare tutti, e non dobbiamo sentirci in colpa per questo.
Per-donare significa accettare la nostra umanità: quando possiamo, doniamo; quando non possiamo, ci per-doniamo.
Su di noi insegnanti pesa una pressione costante, sottile e pervasiva: dobbiamo costruire una relazione affettiva con gli studenti, altrimenti l’apprendimento è impossibile.
Sembra una verità assodata, quasi una legge pedagogica incisa nella pietra. La sentiamo ripetere nei corsi di formazione, nelle riunioni, nei corridoi.
E se non ci riusciamo?
Se con quello studente proprio non scatta nulla? Se siamo stanchi, svuotati, in burn out?
Qual è davvero il nostro ruolo? Non dovremmo limitarci a quanto prevede il contratto? Che cosa succede quando per mille e mila motivi non sono nelle condizioni (emotive, psicologiche, qualsiasi) di stabilire una relazione affettiva con gli studenti?
Diventiamo automaticamente cattivi insegnanti?
La tirannia della relazione
La questione è più complessa di quanto questo imperativo pedagogico lasci intendere. Certo, la relazione educativa è importante. Ma trasformarla in un obbligo assoluto, in una condizione necessaria e sufficiente per ogni apprendimento, rischia di schiacciarci sotto un peso insostenibile.
Non che sia falso: da Socrate in poi sappiamo che una relazione affettiva con chi insegna rende l’apprendimento più solido.
Ma le relazioni non si costruiscono per obbligo né per dovere morale: non nascono perché qualcuno ci dice che devono nascere. Non si possono imporre, nemmeno a noi stessi.
Partiamo da un dato di fatto: nessuno può costringerci ad amare i nostri studenti. Non è scritto in nessun contratto, non è misurabile, non è esigibile. Il nostro ruolo è insegnare, trasmettere saperi, aprire porte sulla conoscenza. Certo, educare senza relazione è difficile, spesso inefficace.
Ma educare in una relazione che non può essere neutra significa anche accettare che quella relazione sarà diversa con ciascuno studente, a volte forte, a volte flebile, a volte proprio assente.
E questo non ci rende automaticamente inadeguati.
Quando le forze non bastano
Allora dobbiamo costruire relazioni affettive con TUTTI? Qui il cuore si stringe, perché le forze sono quelle che sono. Non abbiamo il muscolo cardiaco di Madre Teresa, e forse nemmeno dovremmo averlo.
Ci sono giorni, settimane, interi periodi in cui semplicemente non ce la facciamo. Abbiamo problemi personali, siamo esausti, il carico di lavoro ci travolge. In quei momenti, pretendere da noi stessi di costruire relazioni affettive profonde con trenta studenti per classe è semplicemente irrealistico. È chiedere l’impossibile.
Se amiamo la nostra materia, quell’amore può ancora traboccare in qualche modo. Ma se anche questo viene meno? Se la passione si è temporaneamente spenta sotto il peso della burocrazia, delle classi difficili, della fatica?
Non significa che dobbiamo smettere di insegnare. Non significa che siamo finiti. Significa che siamo umani.
Una psicologa mi disse una volta qualcosa di liberatorio: basta il rapporto con un adulto sano per far crescere un ragazzo. Un solo adulto. Non tutti gli adulti. Questo cambia radicalmente la prospettiva.
Non dobbiamo essere noi l’unico punto di riferimento per quello studente. Non possiamo esserlo. E non dovremmo sentirci in colpa per questo.
La rete che ci sostiene
Siamo quello che siamo, con le nostre preferenze, i nostri limiti, le nostre giornate storte. Non saremo mai LA prof o IL prof per tutti. Ci saranno studenti che porteremo nel cuore per sempre e altri che perderemo di vista. Ci saranno quelli con cui scatta quel feeling inspiegabile e altri con i quali non riusciremo mai ad abbattere il muro del silenzio.
E va bene così.
Perché accanto a noi ci sono i colleghi. Quelli che difenderanno proprio lo studente che a noi non arriva. Quelli che vedranno qualcosa che noi non vediamo. La classe non è un’isola e noi non siamo soli. C’è una rete invisibile di sguardi, attenzioni, piccole cure che si intreccia ogni giorno.
Il punto non è stabilire una relazione affettiva profonda con ogni singolo studente. Il punto è non abdicare completamente alla nostra umanità quando insegniamo, anche nei giorni peggiori. Quel pezzetto di umanità che mettiamo noi costruisce qualcosa. Un altro collega ne metterà un altro, diverso. E così, pezzo dopo pezzo, si tesse qualcosa di più grande di noi.
Non arriviamo a tutto. Non possiamo arrivare a tutto. E dobbiamo perdonarci per questo.
Perdonare e per-donare: riconoscere che quando ci affezioniamo, quando riusciamo a stabilire quella connessione, quel viso, quella classe, quell’anno diventano un dono. È proprio questa donazione che ci permette di andare avanti. Ma non è sempre possibile. E non essere sempre in grado di donare non ci rende persone o insegnanti peggiori.
Quando basta la simpatia
Forse non serve nemmeno arrivare all’amore, con tutta la sua grandezza e il suo peso. Forse basterebbe partire dalla simpatia. Quella cosa semplice, immediata, che è sicuramente un dono ma che non richiede l’investimento emotivo totale che ci viene chiesto. Non è tutto l’amore del mondo, ma essere visti “con simpatia” è già un regalo prezioso.
Lo so anche come genitore: quando gli insegnanti dei miei figli mi restituiscono qualcosa che io non avevo visto, mi sento rincuorata. Qualcun altro ha guardato con attenzione. Qualcun altro ha colto qualcosa di buono.
E qui sta forse il segreto: possiamo riconoscere qualcosa negli altri solo se qualcuno, prima, ha riconosciuto qualcosa in noi. Se non siamo mai stati guardati con simpatia, sarà difficile provare simpatia per gli altri. Per questo il nostro sguardo conta. Più di quanto pensiamo.
Non dobbiamo salvare nessuno. Non dobbiamo essere eroi. Non dobbiamo nemmeno essere sempre in grado di costruire relazioni affettive profonde. Dobbiamo essere umani, con tutti i limiti che questo comporta.
Guardare con simpatia quando possiamo. Costruire il nostro pezzetto di relazione, sapendo che altri colleghi costruiranno il loro. Perdonarci quando proprio non ce la facciamo, quando il burn out bussa alla porta, quando quello studente resta un mistero impenetrabile.
E forse, alla fine, è proprio questo intreccio imperfetto di sguardi, questa rete fragile ma resistente, che salva davvero, senza schiacciarci sotto il peso di aspettative impossibili.
Una riflessione necessaria
Questa newsletter ha preso una piega più lieve di quanto la mia inquietudine iniziale prevedesse. Eppure c’è qualcosa che non posso lasciar perdere, qualcosa che mi sembra urgente condividere proprio in questa settimana in cui si celebra la Giornata contro la violenza sulle donne.
La retorica della relazione affettiva alla base dell’apprendimento, il mantra della cura delle relazioni, ha una presa fortissima. E questa presa è particolarmente stretta sulle insegnanti donne. Non è un caso. Il femminile è culturalmente associato alla cura, all’accudimento, alla capacità di creare legami. Siamo cresciute con l’idea che questo sia il nostro territorio naturale, il nostro talento innato.
Ma c’è un prezzo nascosto in questa narrazione.
Quando si trasforma la relazione affettiva in un imperativo pedagogico, quando diventa un prerequisito del “buon insegnamento”, si genera una pressione che grava in modo sproporzionato sulle donne. Ci si aspetta che noi siamo naturalmente capaci di stabilire quelle relazioni. Che sia facile per noi. Che sia giusto pretenderlo da noi.
Questo è uno stereotipo di genere. E questo stereotipo può diventare violenza.
Violenza sottile o no, è violenza comunque, perché pretende di comandare qualcosa che per sua natura deve essere libero: l’affetto, la cura, l’amore. Quando queste cose diventano un obbligo, un dovere professionale da assolvere, perdono la loro essenza. E noi perdiamo un pezzo di noi stesse nel tentativo impossibile di corrispondere a un’aspettativa che non dovrebbe esistere.
Stiamo attente alle narrazioni che circolano nella nostra professione.
Interroghiamole. Chiediamoci chi si avvantaggia di queste storie, chi ne paga il conto, quali modelli stiamo perpetuando senza accorgercene.
Perché queste narrazioni possono fare danni. A noi stesse. Alle nostre colleghe. Alle nostre studentesse, che imparano osservandoci cosa significa essere donne in un ruolo professionale, quali pesi ci carichiamo sulle spalle, quali libertà ci concediamo o ci neghiamo.
L’amore nell’insegnamento, quando accade, è un dono. Non può essere un debito da saldare.
Buon caffè ☕
Simona
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