#50 bullshit job
Scuola, burocrazia e lavori inutili: come evitare che l’insegnamento diventi un bullshit job. Io sono Simona Sessini e questa è la cinquantesima newsletter del 2025 de Il caffè del lunedì
Che cosa succede quando il lavoro perde senso? Come fare quando il lavoro è inutile anche per chi lo fa? Ecco perché insegnare ci protegge dal senso di inutilità. Se non perdiamo di vista gli studenti.
All’incirca un anno fa, i miei pensieri sotto l’albero si focalizzavano su una questione che, almeno alla me di allora, appariva cruciale: quali competenze sviluppiamo giorno dopo giorno e anno dopo anno insegnando?
La pratica migliora la prestazione, certo, ma quali altre skills, oltre quelle standard che ci vengono richieste (ad esempio durante la sagra interminabile di questi concorsi), hanno una spendibilità al di fuori del mondo scuola?
Così a gennaio avevo provato a pianificare un invio sistematico di cv, poi naufragato miseramente nel nulla, perché sono stata ulteriormente seppellita di “cose da fare”. Ma in quell’inizio anno, mi contattò Viviana Pinto, co-founder di Discentis, una start up che propone innovazione didattica a noi docenti. È così, per farla breve, che sono atterrata nel team di Discentis, una delle novità di cui sono maggiormente grata di questo 2025. Perché mi ha permesso di respirare nel soffocante mondo del lavoro a scuola.
Nel frattempo ho partecipato al concorso per dirigenti scolastici e ho pensato per un anno di lavorare in distacco all’USR1, il “vecchio” provveditorato.
La mia idiosincrasia nei confronti della burocrazia è stata, in questi ultimi mesi, duramente messa alla prova. Lo sapevo, ma prima o poi bisogna affrontare quello che ci fa paura. Mi dibatto perciò nell’intricata selva delle pratiche, delle normative, dell’inutilità dell’ufficio amministrativo pubblico.
Più volte ho pensato che Dante fosse riuscito a sfuggire alle tre fiere e alla selva oscura solo perché ancora non esisteva la pubblica amministrazione: neanche Beatrice sarebbe riuscita ad aggirare (o far funzionare) il sistema.
Lavori di merda
Mi sono scontrata con quello che in generale viene definito “bullshit job”. La definizione di bullshit job (lavoro di merda, nel senso di inutile o assurdo) fornita dall’autore, l’antropologo americano David Graeber2, è chirurgica: una forma di impiego retribuito così inutile che l’impiegato stesso non può giustificarne l’esistenza, sebbene possa fingere che non sia così.
La natura fondamentale di un bullshit job è l’inutilità percepita, o il senso di inutilità generato dalla mancanza di valori sociali e aspirazionali in ciò che si fa.
Il concetto chiave è l’auto-identificazione: è l’impiegato stesso a credere segretamente che il compito svolto non debba essere eseguito, e che il suo lavoro non abbia una buona ragione di esistere. Se a scuola il “contorno” burocratico mi pesava, in ufficio, il contorno sembra diventare il piatto principale.
“Huge swathes of people, in Europe and North America in particular, spend their entire working lives performing tasks they secretly believe do not really need to be performed. The moral and spiritual damage that comes from this situation is profound. It is a scar across our collective soul. Yet virtually no one talks about it.3”
È l’evidente frustrazione che spesso ci assale a scuola quando, da docenti, ci troviamo impicciati in mille fogli, autorizzazioni, richieste, verbali, piani, schemi, giudizi.
Vivo nella percezione nettamente fisica che quello che faccio non porta ad alcun risultato né nell’immediato né nel lungo periodo4. Graeber propone un test semplice:
“Again, an objective measure is hard to find, but one easy way to get a sense is to ask: what would happen were this entire class of people to simply disappear?5”
Se scomparisse l’apparato amministrativo che sorregge (?) la scuola, questo non costituirebbe la fine degli insegnanti. Io ne sono sicura.
L’intervento dello Stato
Alexis Sémanne, nel suo articolo del 2025 “Beyond David Graeber: How state intervention creates ‘bullshit jobs’,“ concorda con David Graeber sul fatto che l’esistenza di lavori che i lavoratori stessi percepiscono come inutili sia un fenomeno reale e degno di attenzione. Tuttavia, Sémanne sostiene che la persistenza dei lavori inutili non è una conseguenza di un fallimento intrinseco del mercato, ma è dovuta all’intervento dello Stato.
Sémanne usa l’aneddoto di Joaquín García (un funzionario spagnolo assente dal lavoro per sei anni) per evidenziare che il lavoro di García era nel settore pubblico, protetto dalla concorrenza di mercato, e che l’assenteismo sarebbe stato probabilmente rilevato prima in un’azienda privata orientata al profitto:
Graeber opens his book with a striking real-world anecdote: the case of Joaquín García, a Spanish civil servant who reportedly failed to show up for work for six years while continuing to draw a salary. His absence was discovered only when he was nominated for a long-service award. During this period, according to sources close to the man, García dedicated himself to studying the works of philosopher Baruch Spinoza (Graeber, 2018, p, 10).6
Secondo Sémanne, un bullshit job è generalmente un lavoro che non sopravvivrebbe senza regolamentazione, sussidi o privilegi legali.
Il box-ticking
Se traslassimo il risultato dello studio di Sèmanne nel contesto italiano, l’inefficienza della PA non risiederebbe nella burocrazia stessa, cioè nel personale che applica regole, bensì nella legislazione sovrabbondante che il personale è tenuto ad applicare. Il risultato è che ci sono troppe persone competenti impiegate in compiti non-produttivi per gestire una complessità normativa non necessaria.
Il contributo più rilevante proviene da un resoconto autoetnografico Galuppo, Ripamonti e Lozza (2024), pubblicato su Management Learning, sull’Accreditamento Periodico nelle università italiane, utilizzando la lente dei bullshit jobs per analizzare gli effetti nel mondo accademico7.
Lo studio identifica il fenomeno del box-ticking burocratico come esemplificativo di bullshit work. Gli autori documentano alcuni episodi emblematici. In particolare, la vignetta “Scrivete tutto!” illustra il nodo centrale. Quando la commissione di esperti incontra un coordinatore di corso, che menziona conversazioni spontanee e incontri casuali durante conferenze alla base di innovazioni didattiche, la stessa commissione domanda: “Conversazioni informali? In quali contesti? Dove sono le registrazioni di questi incontri? Non è chiaro sulla base di quali elementi proponete queste innovazioni“.
L’innovazione è nata dalla vita reale, da scambi autentici e spontanei. Ma siccome non è stata verbalizzata, protocollata, documentata in tempo reale... non esiste. Non vale. È come se non fosse mai accaduta.
Una fortuna per chi insegna
Spesso coloro che insegnano si sentono insoddisfatti del proprio lavoro e sembrano aver bisogno di giustificarne l’utilità.
In realtà gli insegnanti hanno una immensa fortuna: il significato del loro lavoro è sempre davanti ai loro occhi, gli studenti.
È possibile che ci dimentichiamo del senso del nostro lavoro perché non vediamo immediatamente i risultati, ma sappiamo per esperienza che il tempo e la pazienza sono indispensabili.
Altrimenti rischiamo di trasformare anche il lavoro del docente in bullshit job.
Lavorare a scuola ci “protegge” dal senso di inutilità di quello che facciamo, non dalla stanchezza e neanche dalla frustrazione. Insegnare mi ha insegnato (sic!) che per costruire qualcosa bisogna partire dal gruppo.
Quiet quitting
Si tratta di non cedere al fenomeno del “quiet quitting”, una delle manifestazioni più significative di questo svuotamento di senso, diventando persone che limitano il loro lavoro al minimo richiesto dal contratto, sganciandosi da compiti che vanno oltre le specifiche del ruolo. Una ricerca qualitativa dalla Finlandia ha rivelato come il quiet quitting sia una razionale auto-protezione piuttosto che pigrizia, per difendersi dal non-senso percepito ed evitare di sentirsi inutili.
In che modo si può aggirare o addirittura sconfiggere il senso di inutilità quando ci assale sul lavoro? E più precisamente, come faccio a non cedere a fare il minimo indispensabile o perdermi nel bullshit job?
La via d’uscita non è l’ennesimo strumento, ma il tessuto del lavoro: relazioni vere, obiettivi chiari, rituali di squadra, fiducia che autorizza a provare e a sbagliare. È in questo clima che (a scuola) si costruisce apprendimento, appartenenza, responsabilità. È lì che i ragazzi capiscono che il lavoro non è solo “quanto prendo”, ma a chi serve quello che faccio. E noi adulti ricordiamo che il significato non si impone: si coltiva (e si può distruggere in un attimo con ingiustizie, controlli arbitrari, compiti inutili).
Per me il punto è questo: se in ufficio non trovo il perché, me lo porto da scuola. Lì ho imparato che si parte dal gruppo: si crea il clima, si danno sfide vere, si allineano aspettative e si protegge la motivazione. Non so se riuscirò a “dare un senso” a tutto il castello; so però che posso mettere senso nel modo in cui lavoro con le persone.
Vale per noi, vale per i ragazzi. Perché il contrario del bullshit job non è il lavoro della vita: è utilità condivisa, piccola ma concreta.
Credo sia un buon motivo per fare gli auguri di buon Natale a tutti i colleghi (anche quelli antipatici) che lavorano a scuola.
Buon caffè ☕ e buon attesa del santo Natale.
Simona
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Ogni anno gli USR e gli UST pubblicano bandi per assegnare in comando un certo numero di docenti a compiti amministrativi e di supporto presso gli uffici scolastici e altri enti, sulla base di due cornici normative diverse: legge 107/2015 (comandi annuali) e legge 448/1998 (fuori ruolo pluriennale).
Davide Graeber, Bullshit Jobs: A Theory, London: Penguin Books, 2019. 368 pp. La prima apparizione è sulla rivista Strike! Magazine, n. 3, agosto 2013, con un articolo dal titolo: On the Phenomenon of Bullshit Jobs: A Work Rant.
“Enormi fasce di persone, in Europa e Nord America in particolare, trascorrono l’intera vita lavorativa svolgendo compiti che segretamente credono non debbano essere eseguiti. Il danno morale e spirituale che deriva da questa situazione è profondo. È una cicatrice sulla nostra anima collettiva. Eppure praticamente nessuno ne parla”.
Personalmente i principi di equità, pari trattamento e pari opportunità, mi sembrano spesso fagocitati da un sistema costruito per giustificare se stesso e non per sostenere la missione della migliore istruzione possibile per tutti.
“Ancora una volta, è difficile individuare una misura oggettiva, ma un modo semplice per farsi un’idea è chiedersi: che cosa accadrebbe se questa intera categoria di persone scomparisse improvvisamente?”
“Graeber apre il suo libro con un aneddoto reale e sorprendente: il caso di Joaquín García, un funzionario pubblico spagnolo che, secondo quanto riportato, non si presentò al lavoro per sei anni continuando comunque a percepire lo stipendio. La sua assenza venne scoperta solo quando fu candidato a un premio per la lunga carriera. Durante questo periodo, secondo fonti a lui vicine, García si dedicò allo studio delle opere del filosofo Baruch Spinoza (Graeber, 2018, p. 10).”
Galuppo, L., Ripamonti, S. C., & Lozza, E. (2024). Addressing “bullshit” work in neoliberal academia: Tales from an audit experience and a call to action. Management Learning. Advance online publication, 10 dicembre 2024.



