#7 trasforma un oggetto in "personaggio"
Perché gli oggetti diventano cose quando si caricano di memoria e affetti? Io sono Simona Sessini e questa è la settima (ma in estremo ritardo) newsletter del 2026 de Il caffè del lunedì.
Ogni settimana una parola, un racconto: un gioco serio per creare l’abitudine a scrivere insieme. Niente iscrizioni né costi, solo un sondaggio del lunedì (ma a volte ritardo) su Instagram: voi scegliete la parola, io scrivo — e se vi va, scrivete anche voi. La ricerca lo conferma: la scrittura creativa migliora umore, stress e perfino alcuni indicatori di salute. Partiamo? Buon caffè.

Mentre penso a come iniziare questa newsletter impegnativa, alla TV va (perché lo ha messo mio figlio) la voce narrante di Uma, all’inizio dell’episodio 7 della terza stagione di Only murders in the building:
“Le cose, però.
Le cose di cui mi fido.
(miagolio)
(Howard che canta yodel)Le cose sono fatte per durare.
Da un posto all’altro.
Di generazione in generazione.
(miagolio continua)
(clic delle luci)
Ecco perché prendo le cose e le conservo,
così le persone restano con me.
Se questo mi rende una cleptomane, pazienza.
Perché quando le persone che amiamo se ne vanno
e i ricordi svaniscono,
chi diavolo resta a tenerle in vita?”
Era esattamente questo il mio pensiero: le cose fanno parte della nostra vita e come tali entrano nelle nostre narrazioni quasi come dei personaggi.
Ma se l’esercizio fosse come quello orribile proposto da decenni di libri di antologia, tipo: “Descrivi l’albero, la penna, il cappello usando questo schema, in modo oggettivo, soggettivo, con la descrizione fisica, con la descrizione simbolica…”, non varrebbe la pena perderci del tempo.
Nella maggior parte dei casi questi esercizi sono fallimentari perché riducono la scrittura ad arida ripetizione. Come se per imparare a scrivere non fosse necessario pensare e ragionare e trovare motivi e significati, ma bastasse una meccanica successione di parole.
Perché gli oggetti sono importanti? Perché gli scrittori si incaponiscono a descriverceli? E per quale motivo dovrei perdere tempo a imparare a scriverne?
Queste sono domande che dovrebbero essere poste.
Oggetti e cose non sono la stessa cosa
Secondo Remo Bodei1 esiste una differenza tra oggetti e cose, che vengono nel parlare comune usati indistintamente come sinonimi.
Un oggetto è ciò che sta di fronte a noi come objectum o Gegenstand: qualcosa che usiamo, compriamo, vendiamo, manipoliamo, che consideriamo con relativa indifferenza perché ne privilegiamo solo il valore d’uso o di scambio. In questa prospettiva il mondo è una distesa di oggetti che si oppongono al soggetto e che il soggetto cerca di inglobare o dominare, riducendoli a semplice materiale disponibile. La cosa, invece, è un oggetto che ha subito una trasformazione: su di essa si sono depositati significati affettivi, simbolici, intellettuali.
“Il malinteso dipende dalla mancata distinzione tra «cosa» e «oggetto», parole che il tempo ha confuso, provocando una serie di fraintendimenti a cascata che intorbidano tanto il pensiero filosofico, quanto il senso comune. (…) L’italiano «cosa» (e i suoi correlati nelle lingue romanze) è la contrazione del latino causa, ossia di ciò che riteniamo talmente importante e coinvolgente da mobilitarci in sua difesa (come mostra l’espressione «combattere per la causa»)2”.
Bodei qui ricorda l’etimo di cosa come contrazione di causa e richiama la res latina: la cosa è ciò che ci sta a cuore, intorno a cui ci riuniamo, per cui lottiamo, come nella res publica. A differenza dell’oggetto, che trattiamo in modo strumentale, la cosa è qualcosa su cui pensiamo a fondo e che addirittura amiamo; in questo senso diventa un vero nodo di relazioni, un “centro” che collega soggetti, tempi, luoghi, memorie.
Quando è l’oggetto a far andare avanti una storia
Quando si racconta una storia, (e quando scriviamo raccontiamo sempre una storia) accade che gli oggetti si trasformino in dispositivi narrativi, in cose che hanno un significato.
Nel cinema (ma anche nelle serie tv) è facile individuare il meccanismo per cui degli oggetti contengono, suggeriscono o rivelano delle informazioni. Se si eliminassero quegli oggetti, la storia smetterebbe di funzionare. Addirittura esiste una particolare tipologia: il Mac Guffin.
Il MacGuffin è un espediente narrativo fondamentale nel cinema e nella letteratura, reso celebre da Alfred Hitchcock, che lo definì come un elemento (oggetto, informazione, persona o obiettivo) cruciale per spingere i personaggi all’azione e far avanzare la trama, ma del tutto irrilevante per lo spettatore o lettore.
Lo sceneggiatore Angus MacPhail coniò il termine che l’amico regista Hitchcock spiegò così nel 1939 ad una conferenza:
“Potrebbe essere un nome scozzese, tratto da una storia di due uomini su un treno. Un uomo dice: “Cos’è quel pacco lassù nel portabagagli?”. E un altro risponde: “Oh, quello è un MacGuffin!”. Il primo chiede: “Cos’è un MacGuffin?”. “Beh”, dice l’altro uomo, “è un apparato per intrappolare i leoni nelle Highlands scozzesi!”. Il primo uomo dice: “Ma non ci sono leoni, nelle Highlands scozzesi”. L’altro risponde: “Allora, quello non è un MacGuffin!’. Quindi vedi che un MacGuffin in realtà non è niente.”
Abbiamo sempre usato questo stratagemma, sin dai racconti popolari: un Mac Guffin iconico ad esempio può essere la scarpetta di cristallo di Cenerentola, che spinge la storia verso il lieto fine che desideriamo. E non a caso tra le funzioni di Propp esiste “l’oggetto magico” (anello, spada, mantello, scarpe, ecc.), cioè proprio il punto in cui l’oggetto entra in scena come aiutante decisivo. È la funzione 14: “l’eroe acquisisce l’uso di un agente magico sotto varie forme (trasferimento diretto, localizzazione, preparazione, ingestione, ecc.)”.
Dall’oggetto alla cosa-personaggio
In alcuni casi assistiamo al trasmutare degli oggetti di scena in cose, nel senso di cui parla Bodei, nel linguaggio del cinema quasi dei personaggi.
Ma come si trasformano degli oggetti in cose-personaggi?
Si trovano on line articoli3 di sceneggiatura che ne parlano, da cui ho tratto questa check list.
“Sometimes a prop even becomes a character”, scrive una sceneggiatrice nel suo articolo, in cui secondo me, al di là delle tecniche di scrittura si avvicina al motivo profondo per cui gli oggetti diventano quasi personaggi (o come dice Bodei cose).
“In the end, props are just objects but objects are things everyone can relate to. They are things we can hold ourselves and when we see characters doing the same it’s a mutual experience that draws us in.4”
Le cose come promemoria emotivi
Gli oggetti diventano cose quando vengono investiti da una carica affettiva e valoriale: su di essi proiettiamo desideri, paure, lutti, ricordi, al punto che la loro “vita” non si esaurisce nella funzione materiale (come dice Uma all’inizio di questa newsletter), ma consiste nella stratificazione di significati che li avvolge. Bodei parla di una sorta di “transustanziazione” dell’oggetto in cosa: attraverso l’uso, il tempo e il legame con le persone, la cosa acquista quasi una sua autonomia, una propria “personalità”, continua a “parlarci” anche quando chi l’ha posseduta non c’è più.
In questo senso le cose che ci circondano intellettualmente ed emotivamente, contribuiscono a definire chi siamo.
È così che gli oggetti possono trasformarsi in “promemoria emotivi”, come dice Lucia Todaro, nel suo libro-raccolta di piccoli dispositivi narrativi di felicità possibile:
“Le cose inanimate non hanno un unico significato oggettivo e universalmente riconosciuto, ma l’animo umano, mediante la mente, può attribuire loro senso e valore e rendere preziosa ogni cosa, ogni situazione (…). È questa possibilità di aprire la mente, percepire e attribuire un valore nuovo alle cose che abbiamo intorno, a rendere accessibile a tutti la felicità. Il pensiero creativo offre un contenitore trasparente in cui possiamo contenerla, vederla, versarla e con un contagocce… assaporarla!5”
Non si spiegherebbe altrimenti l’incalcolabile beneficio in termini di salute mentale che la scrittura opera su coloro che la praticano (anche in quella modalità amatoriale che è il journaling, che resta pur sempre scrittura): uno degli aspetti è che, spesso inconsapevolmente, arriviamo a descrivere oggetti che ci sono cari, che diventano cose, che sono promemoria emotivi, e quindi si trasformano in “personaggi”.
Ora la domanda è: come posso far accadere questo nello scrivere?
“Gli oggetti, diventati cose, non hanno evidentemente, in quanto tali, alcun linguaggio, non rispondono con parole alle nostre domande. Appaiono dapprima inerti e non sembrano ricambiare i nostri investimenti ideali, simbolici ed emotivi. A considerarle in maniera non distratta o superficiale, abbandonando il nostro analfabetismo nei loro confronti, esse ci fanno però parlare a nome loro, guidandoci nella direzione del loro progressivo rivelarsi (o, per usare fuori contesto il titolo di un libro di René Girard, ci inducono a prestare orecchio alla «voce inascoltata della realtà») [cfr. Girard]6”.
Uno dei modi in cui gli oggetti assurgono a contenitori di cose, quindi di significati, è quando diventano metafore. Allora la trasformazione è completa.
Non necessariamente questo accade sempre, a volte però capita che una cosa sia capace di spiegare di noi e rappresenti di noi e della nostra storia più di qualunque parola. Quella è una cosa-metafora.
Restituire vita alle cose
Il problema della modernità, per Bodei, è che il nostro modo di pensare ha spogliato le cose della loro vita: per classificare e razionalizzare abbiamo compresso la loro polisemia, il consumismo accelera questa riduzione, impedisce che gli oggetti si carichino di memoria e di affetti. Da qui l’idea che uno dei compiti etici e intellettuali del nostro tempo sia restituire “la vita delle cose”, cioè imparare a vedere negli oggetti non solo strumenti, ma portatori di storie, relazioni, conflitti, e trasformarli in cose riconoscendone l’autonomia, la differenza, la capacità di “spingere i nostri pensieri”, così come nei film “spingono le storie”.
Il nostro rapporto con le cose non è decorativo, come le descrizioni dei manuali tendono a farci pensare, ma costitutivo: quanto più conosciamo e amiamo le singole cose, tanto più conosciamo e amiamo il mondo, perché ogni cosa è un piccolo crocevia di emozioni, ricordi, storie personali e collettive.
L’esercizio (che doveva essere per la scorsa settimana) è di scrivere in non più di 500 parole su un oggetto facendo diventare una cosa, come scrive Bodei. La parola scelta è: rossetto.
A questo proposito, oppure no, ho seguito un laboratorio sulla creatività e il pensiero divergente proposto da Altisensi, di cui credo ho già parlato. Lo step finale consiste nel proporre il laboratorio che ho progettato nel mio gruppo (è sui miti quindi si presta a diverse discipline) che sarà lunedì 23 febbraio 2026 dalle 19 alle 20 on line. Mi piaceva l’idea di far provare agli adulti quello che possono proporre ai ragazzi.
E siccome c’entra con gli oggetti e le cose di cui ho parlato qui, e la cosa ha destato interesse, scrivetemi qui o su Instagram @2kgdiscuola così vi invio il link per partecipare.
Buon caffè ☕
Simona
PS: Questi esercizi non hanno scadenza. Ma possono essere, a mio avviso, utili anche per chi vuole lavorare in classe con i ragazzi sulla scrittura. Gli spunti possono essere innumerevoli…
Remo Bodei è stato un filosofo italiano, con orgoglio aggiungo che è nato a Cagliari e ha frequentato il mio stesso liceo classico, il mitico Siotto. Affronta questo tema ne La vita delle cose, Ed. Laterza, Bari 2009. Ha insegnato a lungo Storia della filosofia ed Estetica alla Scuola Normale Superiore e all’Università di Pisa, poi Filosofia alla UCLA di Los Angeles, ed è stato tra i massimi esperti di idealismo tedesco e pensiero romantico. Ha indagato tematiche come la teoria delle passioni, memoria, soggettività e rapporto tra individui e cose nel mondo contemporaneo.
R. Bodei, La vita delle cose, Ed. Laterza, Bari 2009, pag 13.
“In definitiva, gli oggetti di scena sono solo oggetti, ma gli oggetti sono cose con cui tutti possono relazionarsi. Sono cose che possiamo tenere in mano anche noi, e quando vediamo i personaggi fare lo stesso, si crea un’esperienza condivisa che ci coinvolge e ci attira dentro la storia”.
L. Todaro, La felicità possibile, Feltrinelli, Milano 2024, pag 13
R. Bodei, La vita delle cose, Ed. Laterza, Bari 2009, pag 89.
