#8 impara la leggerezza da Calvino
Per sperimentare la leggerezza è sufficiente sottrarre peso? E come si impara? Io sono Simona Sessini e questa è l'ottava (ma sempre in ritardo) newsletter del 2026 de Il caffè del lunedì.
Ogni settimana una parola, un racconto: un gioco serio per creare l’abitudine a scrivere insieme. Niente iscrizioni né costi, solo un sondaggio del lunedì (ma a volte ritardo) su Instagram: voi scegliete la parola, io scrivo — e se vi va, scrivete anche voi. La ricerca lo conferma: la scrittura creativa migliora umore, stress e perfino alcuni indicatori di salute. Partiamo? Buon caffè.
In una sorta di urgenza semplificatoria, sono arrivata a classificare l’adolescenza come il trionfo della leggerezza, nel senso di superficialità beninteso, e il suo contraltare adulto, la maturità, come il regno incontrastato della pesantezza di ogni cosa.
Evidentemente è ingiusto. L’adolescenza ha una sua pesantezza feroce, vissuta con ogni fibra del corpo. Quello che noi adulti reputiamo minuzie, uno sguardo, una parola fuori posto, un dialogo silenzioso, per i nostri adolescenti sono macigni insormontabili, su cui versano lacrime, stordimenti e qualche fesseria di troppo. Non accorgersene significa non offrire quello spiraglio che può dare un po’ di respiro.
Ma dove trovo uno spiraglio?
Ora che osservo dalla distanza dell’ufficio il panorama di cui ho goduto in tanti anni, mi sembra capire meglio in quale prospettiva guardare tutto ciò.
Vorrei poter dire che noi adulti abbiamo imparato qualcosa nel frattempo. Ma la leggerezza appartiene forse agli estremi della vita, all’adolescenza e, chissà, alla vecchiaia, mentre la maturità rischia di diventare il tempo del continuo, opprimente, tedioso voler dare peso a tutto.
Mentre mi si aggrovigliano i pensieri nel tentativo di intercettare i drammi dei miei figli adolescenti, spunta fuori Calvino. Le città invisibili, per la precisione.

Esiste su Instagram un profilo che ricrea con con l’intelligenza artificiale ciascuna delle città invisibili di Calvino. Città dopo città, immagine dopo immagine, qualcuno ha deciso di dare un volto visivo a ciò che Calvino aveva costruito solo con le parole. È un esperimento affascinante, perché rivela, più di qualsiasi analisi critica, la straordinaria capacità evocativa delle parole che Calvino cercò per tutta la vita (e che quindi vi proporrò nell’esercizio).
Le parole sono già immagini. E mi sembrano una lente adatta per guardare il variopinto labirinto adolescenziale. Anche l’adolescenza, a ben guardare, è un luogo che esiste e non esiste allo stesso tempo, reale e immaginario, abitato da una intensità che gli adulti faticano a vedere.
Come nasce un libro senza piano
“Quando Italo Calvino cominciò a scrivere Le città invisibili, scrive Pietro Citati, molti anni prima della pubblicazione (1972), non aveva nessuna teoria, o filosofia, o architettura chiara davanti a sé. Scriveva lentamente, senza un piano d’insieme, con occhi ciechi, città dopo città, senza sapere cosa avrebbe fatto di quelle strane immagini gotiche, dedicate a città-donne o a donne-città1”.
Non si tratta di un dettaglio di poco conto. Calvino non sapeva dove stava andando. Si rese conto solo dopo che aveva trovato una nuova forma, nel tentativo di trovare la combinazione per fondere concentrazione e leggerezza.
Il libro è composto da 55 brevi prose, organizzate in 11 categorie tematiche, ognuna con 5 città, e incorniciate dai dialoghi tra Marco Polo e Kublai Khan.
Le categorie sono: Le città e la memoria, Le città e il desiderio, Le città e i segni, Le città sottili, Le città continue, Le città e gli scambi, Le città e gli occhi, Le città e il nome, Le città e i morti, Le città e il cielo, Le città nascoste.
Ogni città porta un nome di donna. Isidora, Dorotea, Anastasia, Zora, Despina. Nomi che sembrano usciti da un sogno o da una mappa impossibile. E in effetti si tratta di piccole miniature che come marchingegni svelano e producono significati. A questi si aggiungono piano piano i ricordi e le emozioni.
Dietro il velo della struttura
Citati racconta che c’è dell’altro che dell’ingegnosità nelle Città invisibili:
“Così il libro è pieno di emozioni e di malinconie, come forse nessun’altra di Calvino: un istante e vengono alla luce, si rivelano in un’immagine o in un aggettivo; e poi subito l’arte impeccabile della discrezione le rimuove, le allontana, le circonda di veli elegantissimi2”.
Quello che emerge dalle pagine delle Città invisibili è esattamente ciò che Calvino teorizza nelle Lezioni americane, il ciclo di conferenze che avrebbe dovuto tenere ad Harvard nel 1985 e che non riuscì mai a pronunciare (morì poche settimane prima, nel settembre di quell’anno).
Voler sostenere le ragioni della leggerezza non significa negare l’esistenza del peso.
Nelle città spesso incontriamo una cosa e il suo contrario, non come opposizione, bensì come completamento. Anzi, mi verrebbe da dire che questo è il livello più alto dell’arte combinatoria di Calvino, al di là delle composizioni numeriche che lo hanno sempre affascinato e che gli riuscivano così facili.
Non si tratta semplicemente di un gioco di opposizioni, ma di caleidoscopiche verità in cui la realtà si rifrange. L’una non è il contrario dell’altra, non si negano a vicenda, ne sono presupposto e completamento. È così che abbiamo la città giusta che nasce dalla città ingiusta, e quella felice che sorge già nell’infelice…

C’è la leggerezza e c’è il peso: entrambi hanno spazio e giocano in scenari sempre uguali e sempre diversi, con combinazioni che non smettono di esaurirsi e stupirci.
“La mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio.3”
Togliere peso non vuol dire neanche svuotare. Vuol dire rendere capace di volare (per questo l’esempio di Perseo nella Lezione americana). E questo sottrarre il peso inutile senza negare quello reale, è forse la competenza più difficile che possiamo aiutare i nostri figli a sviluppare.
Quasi una mappa dell’anima
Il grande Kublai Khan chiede a Marco Polo di raccontargli le città del suo immenso impero, luoghi che il Khan non riuscirà mai a visitare tutti. E Marco Polo racconta.
Le città che descrive Marco Polo sono tutte reali e tutte immaginarie, perché vivono in una realtà simbolica la cui verità non è scalfita dalla leggerezza della narrazione.
La mia ammirazione va al lavoro, all’arte di chi affetto da una malattia cerebrale da sempre, ha sottratto instancabilmente minuti alla morte, giocandola con le parole4, incantando lo scorrere del tempo con la creazione di mondi in cui viviamo immersi solo a saperli guardare.
La posizione filosofica di Calvino, secondo Citati, è di non scegliere né per un sì né per un no. È una posizione da equilibrista: accettare che il mondo contenga in sé tanto inferno quanto paradiso, e che il compito non è scegliere da che parte stare, ma imparare a muoversi tra i due senza perdere l’equilibrio o la meraviglia.
“Dalla sua ipotesi filosofica, Calvino desume una morale. Se vogliamo capire una cosa, dobbiamo coltivare quella opposta: se vogliamo conoscere l’alto, dobbiamo studiare il basso: se vogliamo sapere quanta tenebra c’è intorno a noi, dobbiamo «aguzzare lo sguardo sulle fioche luci lontane», se crediamo che la realtà sia luminosa e perfetta, simile a un immenso diamante sfaccettato e trasparente, dobbiamo ricordarci il dolore, l’infelicità e la sventura, «che nessuna pietra preziosa arriverà a risarcire». Quale è dunque l’ultima parola di questo universo polare?5”
Se la risposta fosse nella struttura combinatoria del libro, nella leggerezza che si oppone al peso, nella felicità che contrasta la tristezza, non potremmo uscire dal labirinto. Invece le città di Calvino sono infinite e bisogna guardare tra gli interstizi delle parole per scoprirlo.
Tutti ricordano (è una delle più instagrammate, divulgate sui social, spammate in giro) la frase che conclude Le città invisibili:
“… cercare e saper riconoscere chi e cosa in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio6”.
Quando lessi il libro per la prima volta, ricordo che mi domandai per quale motivo, ogni tanto c’erano delle città che si intromettevano nella struttura. Questa è la mia preferita e sta quasi al centro della narrazione:
“Ti racconterò cosa ho sognato stanotte, - dice a Marco. - In mezzo a una terra piatta e gialla, cosparsa di meteoriti e massi erratici, vedevo di lontano elevarsi le guglie di una città dai pinnacoli sottili, fatti in modo che la Luna nel suo viaggio possa posarsi ora sulla’uno ora sulla’altro, o dondolare appesa ai cavi delle gru.
E Polo: La città che hai sognato è Lalage. Questi inviti alla sosta nel cielo notturno i suoi abitanti disposero perché la Luna conceda a ogni cosa nella città di crescere senza fine.
- C’è qualcosa che tu non sai, -aggiunse il Khan. - Riconoscente la Luna ha dato alla città di Lalage un privilegio più raro: crescere in leggerezza7”.

Questo, secondo me (ma forse Calvino non la pensava così), è il senso della leggerezza ne Le città invisibili: imparare a cogliere negli spazi nascosti tra una cosa e il suo contrario ciò che apre ad altro, lontano, infinito.
Il viaggio diventa così una mappa dell’anima. Ed è il tipo di viaggio che chiunque, che lavori con gli adolescenti o no, dovrebbe essere disposto a fare.
Come per gli adolescenti, ma perché no? per tutti gli esseri umani, la vita è il tempo in cui si impara che le cose hanno un peso, che sottrarre peso insegna la leggerezza, ma a che serve volare se non si trova il pertugio, la fessura, per scoprire spazi infiniti?
E se le città invisibili potessero essere infinite, come ci lascia immaginare Calvino, che città invisibile creeresti? Quale parola sceglieresti per darle vita?
Buon caffè ☕
Simona
PS: Questi esercizi non hanno scadenza. Ma possono essere, a mio avviso, utili anche per chi vuole lavorare in classe con i ragazzi sulla scrittura. Gli spunti possono essere innumerevoli…
P. Citati, La malattia dell’infinito, Mondadori Milano 2008, pag. 392.
Ibidem, pag 393.
I. Calvino, Sei lezioni americane, http://faculty.las.illinois.edu/rrushing/440b/Percorso_files/Calvino-Leggerezza.pdf
Citati ricorda che aveva una malformazione cerebrale congenita che avrebbe dovuto condurlo alla morte all’età di venticinque, trent’anni. “Come era stato accorto nel sottrarre tempo…”, scrive nel libro già ricordato, pag. 515. O nel sottrarre peso, potremmo dire noi…
P. Citati, La malattia dell’infinito, Mondadori Milano 2008, pag. 396.
I. Calvino, Le città invisibili, Mondadori Milano 1993, pag. 164.
Ibidem, pag. 74.
