#9 dai un senso al tempo
Come il tempo verbale rivela il rapporto con quello che raccontiamo. E come usarlo. Io sono Simona Sessini e questa è la nona (ma sempre in ritardo) newsletter del 2026 de Il caffè del lunedì.
Ogni settimana una parola, un racconto: un gioco serio per creare l’abitudine a scrivere insieme. Niente iscrizioni né costi, solo un sondaggio del lunedì (ma a volte ritardo) su Instagram: voi scegliete la parola, io scrivo — e se vi va, scrivete anche voi. La ricerca lo conferma: la scrittura creativa migliora umore, stress e perfino alcuni indicatori di salute. Partiamo? Buon caffè.
Mi sono chiesta a cosa serva oggi saper scrivere. Abbiamo strumenti per tutto: per produrre testi, per elaborare emozioni, per riempire il tempo. Francesco Oggiano scrive qui che l’AI ci persuade più di un essere umano. Il rischio non è semplicemente che ci sostituisca, è che smettiamo di avere bisogno di uno spazio per pensare e raccontare.
La scrittura è quello spazio.
Scrivere come raccontiamo.
Ricoeur diceva che ogni narrazione non è mai una copia fedele, è già un’interpretazione, non restituiamo solamente i fatti: raccontiamo il nostro rapporto con essi. E se questo è vero, allora anche le scelte grammaticali più banali dicono qualcosa di noi.
Tra tutti gli strumenti che usiamo per raccontare, il tempo verbale1 è uno dei più rivelatori, una spia del nostro punto di vista, e dei meno consapevoli.
Il grande super potere del tempo verbale consente di mettere in ordine i fatti secondo una logica che è quella della “consecutio temporum”, cioè i rapporti di anteriorità, contemporaneità e posteriorità che legano tra di loro gli efenti (insomma: mettiamo i fatti in fila secondo le leggi del prima-ora-dopo, perché successivamente possiamo spiegare causa-effetto). È il primo organizzatore del pensiero che interviene in una narrazione.
Il come è l’aspetto del verbo
Ma scegliere un tempo verbale non serve solo a collocare un’azione nel passato, nel presente o nel futuro.
Serve a mostrare come stai rappresentando quell’azione, se la vedi come un punto preciso e concluso, come un processo ancora in corso, come qualcosa che si ripete. Questa dimensione si chiama aspetto2, ed è ciò che distingue “cadde” da “cadeva”, “capisce” da “stava capendo.” (NdA. I verbi fraseologici permettono proprio di sottolineare un aspetto di ciò che il verbo vuole dire: stava capendo, non dice solo che capiva, dice che era nel mezzo di quel capire, che il processo era ancora aperto).
Se il fatto avviene in un momento preciso e concluso, come un punto su un asse, abbiamo l’aspetto momentaneo: “cadde”, “capisce”. Se invece l’evento ha una durata nel tempo oppure non si è ancora chiuso, abbiamo l’aspetto durativo: “cadeva”, “stava capendo”. Questa sottile differenza implica la percezione che abbiamo rispetto all’evento, ed è ciò che cambia, prima ancora delle parole.
Il tempo rivela come si colloca il verbo: nel passato, nel presente o nel futuro, ma ci dice anche come passato, presente e futuro si trovano in rapporto a chi “parla” e rispetto al tempo degli altri verbi della frase.
Lo stesso banalissimo presente che diligentemente i miei alunni individuano come il tempo di ciò che accade adesso, non si utilizza quai mai nel senso con cui è decritto nei manuali di grammatica.
Pensa se dovessimo parlare al presente di quello che stiamo facendo! Dovremmo parlare sempre come cronisti sportivi, in presa diretta:
“E siamo qui, signore e signori, in diretta dalla terza fila, lato finestra. Mancano venti minuti all’intervallo e la situazione si fa critica: il languorino si fa sentire, eccome se si fa sentire. Gli occhi si spostano, attenzione! si spostano sulla cartella di Diego, fila due, posto centrale. C’è un panino lì dentro, lo sappiamo tutti, lo sa anche la prof. La tensione è palpabile. Ma cosa succede?! La mano si alza, la mano si alza!! e parte il grido: PROFFFFFFF. Che momento, che momento incredibile. Tutto sospeso. Il panino può aspettare.”
Usiamo il presente in molti modi: per abitudini, per verità generali, al posto del futuro prossimo, per trascinare il lettore dentro una scena del passato come se la stesse vivendo. Dovremmo smetterla di chiudere le parole in definizioni statiche.
Quattro versioni della stessa mattina
Proviamo a trovare tre modi di dire la stessa vicenda di una mattina qualunque in classe:
“Arrivarono le otto e la classe entrò rumorosamente.” → distanza: il racconto è concluso, l’io che narra è già oltre, per questo sceglie il passato remoto;
“Erano già le nove e la classe non si calmava” → durata: l’imperfetto dice qualcosa che non si è concluso nell’animo di chi racconta, agisce ancora anche se riguarda il passato;
“Sono le otto, la classe non si calma.” → immersione: il presente storico invece trascina chi ascolta dentro quel momento insieme al narratore, come se si rivivesse;
“Avevo già capito che sarebbe stato difficile calmare la classe quel giorno.” → retrospezione: un io che sa già, che guarda indietro con consapevolezza e ottiene questo effetto con il trapassato (il più che perfetto per chi studia le lingue classiche).
Sono tempi diversi che non modificano il succo di quello che sto dicendo, tuttavia ogni scelta temporale tradisce un approccio differente. Questo accade perché la narrazione è il modo in cui la mente organizza i fatti e trasforma un flusso di dati (ricordi, sensazioni, pensieri improvvisi, emozioni, rimpianti e rimorsi…), altrimenti ingestibile per dargli un senso per noi comprensibile, non solo nell’organizzazione temporale ma anche del nostro vissuto.
Come raccontiamo rivela il nostro rapporto con ciò che è accaduto. Il tempo che scegliamo per organizzare i fatti è dunque una miniera di informazioni.
Negli esempi sopra cambia il rapporto che ho con quel fatto che sto raccontando e quindi anche il significato. Ad esempio, l’imperfetto3 (”la classe non si calmava”) dice che questo vissuto non è ancora elaborato, sono ancora lì, chi mi ascolta potrebbe magari aspettarsi che mi domandi se domani succederà lo stesso. Il trapassato (”avevo capito”) mostra invece ho già fatto il lavoro di mettere distanza e prospettiva.
Soffermarsi su questi dettagli, osservare come i tempi verbali si inseriscono nella narrazione significa saper ascoltare un pochino di più se stessi e gli altri. Ma comporta anche saper dare significato a quello che si racconta e a quello che si vive rispetto a ciò che si racconta.
Vale per chiunque racconti.
Vale soprattutto per chi insegna.
Mediare il sapere
Ricoeur distingue tra tempo cosmico, misurabile, oggettivo, uguale per tutti, e tempo vissuto, che si dilata o si contrae a seconda di chi lo attraversa. La narrazione, per Ricoeur, è il ponte tra questi due tempi: il modo in cui trasformiamo una sequenza di eventi in qualcosa di comprensibile e significativo.
Un insegnante fa esattamente questo, ogni giorno. Che stia spiegando il teorema di Pitagora o la crisi del Trecento, il suo compito non è trasmettere dati: è costruire un tempo vissuto condiviso intorno a eventi che i ragazzi non hanno potuto vivere.
La scelta del tempo verbale in questo lavoro non è un dettaglio stilistico: è uno strumento di mediazione. Chi narra al presente storico invita dentro; chi usa il trapassato mostra che c’è già stata una comprensione, un prima e un dopo.
Come scrive Lorenzini a partire da Ricoeur: se non siamo noi a raccontare la nostra storia, qualcun altro lo farà per noi. Vale per le persone, vale anche per le discipline. Un insegnante che presta attenzione al tempo in cui narra non sta solo insegnando diritto o biologia: sta dicendo ai suoi studenti che facciamo parte di una storia collettiva, e che di come la raccontiamo siamo tutti responsabili.
Questo comporta che in ogni lezione, un insegnante che “narra” prestando attenzione al tempo verbale diventa un mediatore che permette di costruire un senso a ciò che gli studenti non possono avere vissuto, dà quindi senso al tempo umano collettivo, fatto di eventi, di scoperte, di esperimenti che portano risposte e lasciano aperte domande.
Scrivere serve a dare spazio al senso di quello che facciamo e viviamo.
Esercizi:
Scrivi un episodio recente, in classe, con un collega, con uno studente difficile, quattro volte, usando ogni volta uno dei tempi degli esempi nell'articolo: passato remoto, imperfetto, presente storico, trapassato. Poi rileggili e chiediti: quale versione ti è venuta più naturale? Cosa dice di te e di come stai vivendo quell'episodio?
Prendi una spiegazione che dai spesso in classe, due o tre frasi, e riscrivila sostituendo sistematicamente i tempi verbali. Passa dal passato al presente storico, o dall'imperfetto al trapassato. Poi leggi le due versioni ad alta voce. Quale crea più coinvolgimento? Quale mette più distanza? Quale vorresti usare, e perché?
Buon caffè ☕
Simona
PS: Questi esercizi non hanno scadenza. Ma possono essere, a mio avviso, utili anche per chi vuole lavorare in classe con i ragazzi sulla scrittura. Gli spunti possono essere innumerevoli…
Ovviamente non posso fare a meno di citare una grammatica di pregio (non l’onnipresente Sensini), che mi ha sostenuta nel pensare alla didattica della lingua: Notarbartolo, D., & Branciforti, G. (2024). Capire come… funziona la grammatica. Milano: Principato, pag 249 e segg.
Si possono consultare a completamento di quanto accennato: https://www.lagrammaticaitaliana.it/it/corsi/1/grammatica/lezioni/25/l-aspetto; https://www.treccani.it/enciclopedia/aspetto-verbale_(La-grammatica-italiana)/.
Tra le differenze che interessano l’aspetto verbale c’è proprio quella tra perfettivo per l’azione conclusa e imperfettivo, l’azione deve essere ancora terminata e per forza di cose resta incompiuta.


