#quaderno di scrittura 3-5
Mi piacerebbe realizzare una scrittura collettiva o un collettivo di scrittura qui, su Substack. Questo è il quaderno n. 3 ma anche 5, l'esercizio è la copiatura da un autore, un riassunto.
In questo quaderno degli esercizi, in aggiunta alla newsletter del Caffè del lunedì, giochiamo sull’arte di copiare da un autore.
Qualche tempo fa, partendo da Ruba come un artista, avevo messo a fuoco un’idea semplice: liberarsi dall’ossessione dell’originalità è una forma di sollievo.
Si impara copiando, osservando da vicino, smontando i testi per capire come funzionano.
Poi, provando davvero a “copiare” uno stile, mi sono bloccata. La pagina bianca.
E lì ho riconosciuto qualcosa di familiare, mio e degli studenti. A sbloccare la scrittura non è stata l’invenzione, ma la riscrittura: tornare al testo, rileggerlo, riassumerlo.
Il riassunto, quando smette di essere una riduzione meccanica, diventa esattamente questo: un esercizio di copiatura consapevole. Serve a tenere insieme la storia, il ritmo, la voce. A imparare come scrive qualcun altro, per poter poi scrivere anche noi.
In fondo, riscrivere è copiare meglio. E cominciare, finalmente, a scrivere.
Il suggerimento operativo, allora, è molto concreto: proporre riassunti di testi che abbiano una storia intera, con un inizio, uno sviluppo e una fine. Racconti lunghi, excursus interni a un romanzo, favole, leggende. Qualsiasi cosa, purché ci sia un arco narrativo compiuto.
Riassumere un frammento o una scena isolata lascia sempre un senso di incompiutezza: il lettore resta insoddisfatto perché manca il filo, manca il destino della storia. Il riassunto funziona davvero solo quando può ricostruire tutto il percorso narrativo.
Per questo ho scelto una favola: la storia di Proto, una lunga leggenda incastonata in Cosima di Grazia Deledda. È un racconto che nasce e si chiude dentro se stesso, perfetto per essere riassunto senza tradire il piacere del racconto.
Quando c’è una storia completa, il riassunto non toglie: restituisce. E il lettore, anche se legge “in breve”, sente di aver attraversato davvero qualcosa.
Racconto scelto: La storia di Proto, da Cosima, Grazia Deledda
Genere: contos, racconti popolari
Voce narrante: terza persona singolare
Livello di difficoltà: ★★★★☆
Premessa
I contos sono storie antiche, favole tristi e crudeli, governate dalle leggi della natura, l‘eterna storia dell’errore, del castigo, del dolore umano. Come la storia di Proto, un servo dalla barba rossiccia che raccontava lunghe favole di cose grandiose e terribili.
La storia di Proto
Nel suo paese sui monti scintillanti di neve, l’inverno fa chiudere le porte di casa alle donne, i pastori portano in pianura le greggi e i mufloni si avventurano in cerca di cibo. Il muflone, per chi non lo conosce, è una specie di capra selvatica agilissima, con i grandi occhi pacifici.
Una volta, uno di questi mufloni, scese fino a una delle ultime case del paese. Dovete sapere che in questa casa abitava la fidanzata di un ricco pastore di pecore, che era partito da un mese almeno ma durante il viaggio si era ammalato di polmonite e adesso giaceva in un paese lontano in preda alla febbre.
La ragazza avrebbe voluto andare ad assisterlo, ma i genitori non lo permettevano. E piangeva, piangeva… non dormiva neanche per piangere tutte le sue lacrime. Quella notte però sentì un fruscio e si spaventò, potevano essere dei ladri, poi pensò che fosse lo spirito del fidanzato morto, tornato a cercarla per un ultimo saluto.
Allora si alzò e aprì la finestra. La notte era fredda, limpida, senza neve. Al chiarore della luna che illuminava la strada dei monti, la ragazza vide il muflone con gli occhi grandi e scintillanti. E penso che fosse lo spirito del suo fidanzato morto. Provò a farlo entrare in casa e ad avvicinarsi, ma il muflone affamato scappò. Allora la ragazza mise fuori dalla porta un canestro con fieno e orzo, e poco dopo sentì il ruminare del muflone. Così accadde la notte seguente, e anche la terza notte, ma decise di porre il canestro di fieno e orzo sulla soglia della porta aperta. La quarta notte il canestro era in cucina, la porta della casa spalancata, la bestia si fece coraggio ed entrò. A poco a poco, la ragazza e il muflone dagli occhi dolci divennero amici, lei si affezionò talmente al suo protetto che provò quasi sollievo alla sua pena. Lo aspettava tutte le notti, come un innamorato e non raccontava a nessuno del muflone comparso in una notte di luna.
Lo raccontò solo al suo fidanzato, Alessio, quando finalmente guarito, tornò in primavera al paese. Il muflone ormai non si faceva più vedere eppure Alessio ne era stranamente geloso. La ragazza si sposò in autunno e in inverno lo sposo ripartì con la greggia, i servi, i cani. La ragazza rimase sola. Ed ecco che in quella freddissima notte di luna e gelo, il muflone ritornò. Lo sentì battere le corna alla porta e scese ad aprire col cuore che batteva come per un appuntamento clandestino. La storia ricominciò: il muflone si aggirava nella cucina, come un cane, si avvicinava al fuoco; e la sposa gli raccontava sottovoce tutte le sue vicende. Non credeva, come le altre donne del paese che gli spiriti e gli uomini vivi, si potessero trasformare in bestie, soprattutto di notte, anche se l’aveva pensato per un momento al primo apparire del muflone. Il muflone era solo una bestia che le voleva bene e anche lei gliene voleva, e avrebbe anche desiderato tenerlo in casa, ma le dispiaceva tenerlo prigioniero.
A Natale ritornò lo sposo. La ragazza era incerta se raccontare l’accaduto, aveva paura che qualcuno potesse avergli sparato.
Il muflone non tornò in tutte le notti in cui Alessio restò in paese. E qualcuno in paese gli riferì le voci secondo cui la sua sposa apriva la porta di notte a un uomo misterioso che correva talmente veloce da non poter essere riconosciuto. Ed ecco che Alessio riparte e la ragazza aspetta il suo amico, ma senza troppa speranza di rivederlo. Invece il muflone, come avvertito da un istinto sovrannaturale, ritorna: la ragazza lo accoglie tremante, lo nutre, lo accarezza, lo sente palpitare e ansare, quasi aspetta di sentirlo parlare. La bestia non ha fretta di andarsene e lei vorrebbe tenerselo in casa, apre la porta e il muflone scappa. Da dietro il muretto intorno alla casa parte un colpo di fucile.
La bestia cade, i cani abbaiano. La sposa resta immobile, poi quando tutto è di nuovo quieto, cammina nel chiarore della neve fino al muretto. Il muflone ucciso ha ancora gli occhioni spalancati che brillano di dolore. Piange, lo copre con la neve, e piange.
Non se ne parlò più. In settembre nacque alla giovane sposa un bambino: era bello, coi capelli color rame e gli occhi grandi e dolci come quelli del muflone: ma era sordomuto.
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Simona

