Mi piacerebbe realizzare una scrittura collettiva o un collettivo di scrittura qui, su Substack. Questo è il quaderno n. 5 ma anche 7, modifichiamo la numerazione per seguire la newsletter.
mar 01, 2026
Mi sono accorta che forse il conteggio è un po’ sfalsato, perché ho iniziato i quaderni dopo la newsletter. Quindi questo che dovrebbe essere numerato 4-6 perché mette insieme due esercizi in uno, è diventato 5 e 7 per riconnetterci alla newsletter e capire un minimo a che lezione è collegato l’esercizio.
Nello specifico si tratta della newsletter #5 lo fren de l’arte, in cui sostenevo che il limite aiuta la creatività in quanto costringe a trovare soluzioni originali a imposizioni esterne e vincolanti. In questo caso mettiamo il limite del numero di parole: 500 parole.
E si tratta anche della newsletter #7 trasforma un oggetto in un “personaggio”: una riflessione sul ruolo degli oggetti nella narrazione e nella scrittura, quando smettono di essere semplici strumenti e diventano “cose”, cioè depositi di memoria, affetti e significati. Attraverso filosofia, cinema e pratica di scrittura, ho cercato di mostrare come gli oggetti possano trasformarsi in veri dispositivi narrativi capaci di far emergere storie, emozioni e identità.
Parola scelta: rossetto
Genere: racconto breve (realismo fantastico)
Voce narrante: prima e terza persona singolare
Livello di difficoltà: ★★★★☆
Rossetto
Di fronte al mio ufficio, aveva aperto da poco una piccola bottega di oggettistica varia. La vetrina era minuscola, adiacente all’ingresso, curata: facevano bella mostra di sé ventagli, parei, toelette, specchi piccoli e grandi, spazzole e portagioie dal gusto un po’ retrò. Alcuni erano oggetti decisamente vintage, altri riedizioni di gusti ottocenteschi. Mi soffermai su un rossetto in una meravigliosa custodia dorata, arabescata da lettere e disegni sconosciuti. La commessa, una vecchia signora con i capelli raccolti in un elegante chignon, colse il mio sguardo. Si avvicinò e si mise a parlare.
Una interpretazione di come potrebbe apparire quel rossetto nella piccola bottega della signora con lo chignon.
“Apparteneva ad una giovane donna, più o meno della sua età. Era il rossetto di sua madre, un oggetto che l’aveva sempre attratta. Quando la madre lo indossava, diventava bellissima, gli uomini non potevano non notarla ma lei restava inavvicinabile. La bambina pensava che avrebbe potuto trovare un marito, avrebbero avuto più sicurezza, magari un po’ di protezione in più, godere di qualche agio.
Un giorno l’aveva trovato abbandonato su una mensola e decise di passare il suo colore morbido e acceso sulla sua faccia di bambina.
La reazione di sua madre fu spropositata. Urlò che sarebbe stata la rovina di molti, che non era abbastanza matura per indossarlo, che non c’era una disgrazia più grande della mia impazienza.
Ma il rossetto rimase alla bambina. Scoprì che sua madre sapeva addolcirsi, quasi rimpicciolendosi in una pacifica resa. Non lo usò comunque per molto tempo, perché le parole che aveva scatenato la avevano ferita. I rapporti tra madre e figlia sono complicati, del rossetto si dimenticarono e lentamente smisero di parlarsi.
Capitò una sera che la giovane uscisse con un uomo che poteva farla felice. Spostò qualcosa in un cassetto e riemerse il rossetto con la custodia arabescata di segni e disegni. Grazie all’incantesimo di quel rossetto, l’avrebbe finalmente convinto a farle una proposta. La madre sentì una certa inquietudine quella sera. Chiuse le finestre, pensando che fosse il refolo di vento.
La figlia tornò a casa felice con la sua proposta. Ma il pretendente inspiegabilmente scomparve e non se ne seppe più nulla. Ci volle molto tempo perché riprendesse coraggio, ma il suo rossetto la faceva sentire sicura e ammirata. La storia si ripetè e si ripetè.
Una notte, la madre lasciò le finestre aperte. Un uomo camminava, allontanandosi dal portone. In mezzo all’asfalto, si fermò, emise un rantolo, si portò la mano al petto e senza rumore si afflosciò. La donna che osservava dalla finestra sbiancò e, mentre aspettava i soccorsi, si precipitò in strada. La tenue luce del lampione illuminava il volto cereo dell’uomo, gli occhi sbarrati e sulle labbra ancora una traccia del rossetto, del suo rossetto, il rossetto di sua figlia. Tornò in casa. Le impose di prendere il rossetto. Non riusciva più a comprendere quei segni. Le ordinò di leggere che cosa ci fosse scritto. La giovane lesse e tutto fu chiaro. Le due donne si abbracciarono spaventate e rincuorate dalla reciproca presenza. Quella notte lasciarono la città.
Lei è capace di leggere che cosa c’è scritto?”.
Ho usato 504 parole. Non so se sono riuscita a rendere il rossetto un vero dispositivo narrativo: questo lo diranno i lettori.
Condividere è uno dei modi più semplici per aumentare l’ispirazione.