⏳#28 Tempo di educare
Come trasformare la scuola in uno spazio tridimensionale di apprendimento. Io sono Simona Sessini e questa è la ventottesima newsletter del 2025 de Il caffè del lunedì (ma di martedì)
Il tempo scorre? Sì, ma forse non come pensiamo.
Per tutta la vita ci hanno insegnato che il tempo è una linea: dal passato al futuro, come un binario dritto. Ma se ci fosse un altro modo di vederlo?
Un recente studio scientifico ha proposto una teoria sconvolgente: il tempo potrebbe avere tre dimensioni, essere la tela dell’esistenza, mentre lo spazio emerge come una conseguenza.
E se questa visione rivoluzionaria ci aiutasse a ripensare la scuola? Non più solo uno “spazio educativo”, ma un tempo da abitare consapevolmente, giorno per giorno.
In questa newsletter esploriamo una nuova prospettiva: la scuola come esperienza nel tempo, tra momenti da cogliere (Kairòs), relazioni che trasformano e apprendimento che matura nel presente.
Il tempo non è una linea, ma una profondità
Che il tempo scorra in avanti, è una esperienza di tutti i giorni. Siamo cresciuti dentro un’idea lineare del tempo: una freccia che va dal passato al futuro, dritto come un binario.
In uno studio pubblicato ad aprile 2025 sul Reports in Advances of Physical Sciences, Gunther Kletetschka1, ricercatore dell’Università dell’Alaska Fairbanks, ha recentemente proposto qualcosa di radicale: e se il tempo non fosse una sola dimensione, ma tre?
Il tempo, e non lo spazio (o lo spaziotempo), sarebbe la vera tela su cui si dipinge l’esistenza. Il tempo in questo modello non è solo un parametro di sfondo, ma una struttura fondamentale tridimensionale che dà origine a proprietà osservabili dell'universo, dalle particelle elementari ai fenomeni cosmologici, e fornisce soluzioni a problemi a lungo irrisolti.
Questa non è (ancora) una verità riconosciuta dalla comunità scientifica.
Ma è una visione suggestiva, che offre prospettive inusuali.
E se non vivessimo nello spazio, ma nel tempo?
Il tempo educativo
Questo concetto fisico può suggerire che forse occorre guardare più al tempo che viviamo a scuola che allo spazio.
In aula, infatti, il tempo assume forme diverse, quasi avesse anch’esso “più assi” come nella teoria di Kletetschka.
C'è un tempo esteriore, degli eventi fuori dall'aula, il mondo fuori che scorre mentre siamo in classe. C’è un tempo interiore, impercettibile dall’esterno, che attraversa le teste degli studenti.
Chi vive la scuola conosce questa molteplicità di tempi che si incontrano: ci sono ore di lezione che sembrano non finire mai, in cui ogni minuto pesa, e intanto fuori dalla finestra il resto del mondo procede al suo ritmo. Al contrario, ci sono momenti in cui la classe è immersa in un'attività stimolante, e allora il tempo dentro vola mentre quello fuori resta sullo sfondo.
A scuola convivono due dimensioni temporali: una cronologica e condivisa (il “fuori” dell’orologio) e una psicologica e interiore (il “dentro” della mente).
Il filosofo Henri Bergson2 distingueva tra il tempo misurabile della scienza e la “durata” vissuta della coscienza, qualitativa e continua. Allo stesso modo, nella vita scolastica un’ora può dilatarsi o contrarsi a seconda di come viene percepita e vissuta.
La terza dimensione
C'è anche il tempo che scorre in classe, scandito dalle attività che svolgiamo insieme, come in una monade senza finestre. Esiste dunque quella terza dimensione del tempo scolastico, la monade della classe: il tempo educativo, quello del processo di apprendimento e della relazione in classe. Non coincide né con l’orologio né con la soggettività individuale, ma è il tempo collettivo del formarsi e del crescere insieme.
È il flusso di momenti di dialogo, di attesa, di attenzione condivisa, un tempo di qualità che si sviluppa nell’incontro tra docente e studenti.
In quei frangenti il “tempo della scuola” diventa diverso dal tempo esterno e da quello interiore: un tempo significativo in cui un concetto può maturare pian piano oppure scoccare l’istante della comprensione.
Quel tempo condiviso
Siamo abituati a parlare di spazio educativo, l’aula, la scuola come luogo fisico, ma forse è più incisivo parlare di tempo educativo. La scuola infatti non è solo un edificio, ma un’esperienza nel tempo.
Il tempo condiviso in classe è la vera risorsa preziosa: un capitale da utilizzare per costruire conoscenza e crescita.
Oppure da sprecare in attività vuote. Riflettere sul tempo educativo significa chiedersi come spendiamo le ore a scuola e con quale qualità.
Kairòs, il momento favorevole
Don Claudio Burgio racconta la sua esperienza educativa richiamando il significato di kairós, che in greco indica il momento opportuno3.
Stando con i miei ragazzi in comunità e in carcere ho compreso: ogni istante è un kairós, è un momento favorevole, un'occasione importante per non consegnarsi all'angoscia e all'inutilità della vita.
La pedagogista Gabriella d’Aprile osserva che la dimensione temporale in educazione non va piegata alla “tirannia dell’urgenza” (il ticchettio di Kronos), ma aperta al Kairós, cioè al momento opportuno in cui qualcosa di significativo può accadere. In educazione non conta solo quanto tempo si impiega, ma come lo si vive.
Kairòs è il fratello minore di Krònos, il figlio più giovane di Zeus, una divinità dell'attimo unico e irripetibile. L’antica statua4 lo raffigura con un lungo ciuffo che gli scende sulla faccia, ma la parte posteriore della sua testa è completamente calva. Chi lo incontra deve afferrarlo per i capelli proprio nell'istante in cui si presenta. Perché, se lo si lascia correre via, non sarà più possibile prenderlo da dietro.

L’occasione, una volta perduta, è inattingibile.
È il momento in più entro il quale prende forma la coscienza umana.
È quel momento in cui uno studente all'improvviso fa una domanda profonda, o una classe, dopo settimane di resistenza, si mostra improvvisamente curiosa verso un argomento. Quello è il kairós: il momento in cui l’educatore può “entrare” in quella finestra aperta e facilitare una vera trasformazione, invece di lasciarla scorrere via. Se l'insegnante non coglie quel momento, se lo lascia scorrere via, diventa inattingibile: non si può tornare indietro e “riprenderlo”.
In questa metafora del momento generativo di cambiamento, dovremmo interrogarci di quale possa essere la nostra postura esistenziale quando le circostanze si rendono favorevoli e come possiamo arrivare al compimento di un’azione consapevole.
È attraverso il tempo che viene veicolata l’esperienza: parlare di tempo educativo significa enfatizzare il carattere vivo e qualitativo del tempo della formazione – anziché ridurlo a una quantità da riempire. In questi momenti l’aula non è più un semplice spazio fisico: diventa tempo abitato, vissuto per crescere insieme.
Abitare la scuola
Abitare il tempo della scuola vuol dire sfruttare appieno tutte queste dimensioni temporali per lo sviluppo degli studenti e dei docenti. Significa riconoscere che l’educazione avviene nel tempo: occorre tempo per l’ascolto, per l’errore, per il pensiero critico, per la creatività. Vivere consapevolmente il tempo condiviso permette (forse) di svilupparsi in tre dimensioni, cioè in modo completo e armonico.
La suggestione di un tempo a tre dimensioni, pur non essendo ancora comprovata scientificamente, è una metafora illuminante per la scuola. Ci ricorda che il tempo non è una prigione lineare: anche in aula esistono piani temporali molteplici e intrecciati. Riconoscerli e abitarli consapevolmente significa trasformare la scuola in un’esperienza viva, in cui ogni istante può fare la differenza. Il tempo della scuola cessa di essere qualcosa da consumare in attesa del futuro e diventa terreno di crescita, un presente ricco di possibilità.
L’importanza del tempo
Seneca5 (e così tanti altri antichi) aveva intuito che, tra tutti i beni, il tempo è quello meno visibile ma più prezioso.
“Tutto il resto, o Lucilio, appartiene agli altri, solo il tempo è nostro; la natura ci ha dato il possesso di quest'unico bene fuggevole e malsicuro, e da questo possesso ci scaccia chiunque lo voglia. Ma la stoltezza dei mortali è tanto grande, che accettano di farsi mettere in conto, se li hanno ottenuti, oggetti insignificanti e di nessun valore, comunque sostituibili con altri, mentre nessuno ritiene di essere debitore di alcunché per aver ricevuto in dono il tempo; eppure questo è l’unico bene che neanche chi è riconoscente può restituire”.
Il dono del tempo è, senza retorica, dono di sé, proprio perché nessuno può restituire, neanche a se stesso, il tempo trascorso. Dietro l’apparente leggerezza, quasi insignificanza di un attimo, visto da questa prospettiva, il tempo acquista uno spessore e un peso che altrimenti non avrebbe.
La leggerezza della pensosità
Ed è il Calvino della Leggerezza, nelle Lezioni americane che mi viene in mente, quando racconta il mito di Perseo e Medusa6:
“Dal sangue della Medusa nasce un cavallo alato, Pegaso; la pesantezza della pietra può essere rovesciata nel suo contrario”.
Per Calvino esiste una leggerezza della pensosità, la possibilità di librarsi in aria per vedere le cose da un’altra prospettiva7.
Mi piacerebbe lasciarmi suggestionare da queste immagini (Kairós dal ciuffo inafferrabile, Pegaso che nasce dal sangue della Medusa, l'eroe che vola verso altri regni…) per portare una consapevolezza nuova nel tempo educativo che affrontiamo a scuola.
Ripensare la scuola come tempo del kairòs, il tempo che ci viene offerto in dono per la ricerca di un non ancora che può esistere e divenire.
È il tempo della cura di noi stessi e degli altri, il tempo che dà forma al nostro esistere e che conduce alla scoperta dell’irripetibilità del senso di ogni accadere umano. Un tempo fuggevole, un soffio appunto leggero, che proprio per la sua evanescenza acquista un valore inestimabile, come quei momenti di volo che permettono di vedere tutto da una prospettiva diversa.
E allora, la prossima volta che entrerò in classe, proverò a fermarmi un attimo sulla soglia.
Respirerò.
Guarderò i volti davanti a me.
Mi chiederò: quale kairòs mi sta aspettando oggi? Quale ciuffo di occasione potrò afferrare? Quale momento di volo condiviso possiamo creare insieme?
Il tempo educativo mi sta aspettando. È lì, pronto per essere abitato.
Se anche tu cerchi un kairòs da prendere al volo, iscriviti alla newsletter o inoltra questo numero a chi condivide il tuo stesso sguardo educativo.
Buon caffè ☕
Simona
Kletetschka sviluppa una metrica a sei dimensioni, dove accanto alle classiche tre dello spazio, ci sono tre dimensioni temporali ortogonali: t₁ (tempo quantistico, scala subatomica), t₂ (tempo dell'interazione, intermedio tra mondo quantico e classico), t₃ (tempo cosmologico, evoluzione dell'universo). Ogni dimensione temporale avrebbe una sua "profondità", e le particelle emergerebbero dalla combinazione delle loro onde-tempo. Preciso che sebbene la teoria del tempo tridimensionale di Kletetschka sia affascinante, non ha ancora ottenuto il consenso della comunità scientifica. Pubblicata su una rivista di nicchia e non ancora sottoposta a una verifica sperimentale indipendente, la proposta resta una speculazione teorica. Per essere accolta come svolta scientifica, dovrà superare il vaglio di riviste ad alto impatto e offrire previsioni riproducibili coerenti con le evidenze note. Se così fosse potrebbe unificare la teoria della meccanica quantistica con quella della gravità: si arriverebbe alla “teoria del tutto”.
“Quando seguo con gli occhi sul quadrante di un orologio il movimento della lancetta che corrisponde alle oscillazioni del pendolo, non misuro la durata, come potrebbe sembrare; mi limito invece a contare delle simultaneità, cosa molto diversa. Al di fuori di me, nello spazio, vi è un'unica posizione della lancetta e del pendolo, in quanto non resta nulla delle posizioni passate. Dentro di me, si svolge un processo d'organizzazione o di mutua compenetrazione dei fatti della coscienza, che costituisce la vera durata. Mi rappresento ciò che io chiamo le oscillazioni passate del pendolo, nello stesso tempo in cui percepisco l'oscillazione attuale, proprio perché io duro in questo modo”. Henri Bergson, Saggio sui dati immediati della coscienza, in Opere 1889-1896, a cura di P. A. Rovatti, trad. it. di F. Sossi, Mondadori, Milano, 1986, p. 63.
La citazione successiva è tratta dal volumetto Claudio Burgio, Non esistono ragazzi cattivi, 2010 Ed. Paoline Milano, pag 71. Suggerisco che anche la mia collega ha significativamente chiamato Kairòs, il tempo dell’evento, la sua newsletter.
La sua effigie più celebre, attribuita allo scultore greco Lisippo di Sicione nel IV secolo a.C., era un vero e proprio monito visivo, si suppone per Alessandro Magno. Di quella originale in bronzo resta un calco romano in marmo.
“Fa’ così, caro Lucilio: rivendica a te il possesso di te stesso, e il tempo, che finora ti veniva sottratto apertamente, oppure rubato, oppure ti sfuggiva, raccoglilo e conservalo. Convinciti che le cose stanno così come ti scrivo: una parte del tempo ci viene portata via, una parte ci viene rapita furtivamente, una parte scorre via. La perdita più vergognosa, tuttavia, è quella che avviene per la nostra negligenza. E se vorrai far bene attenzione, ti accorgerai che gli uomini sprecano gran parte della vita facendo il male, la massima parte non facendo nulla, la vita intera facendo altro. Chi mi troverai che fissi un prezzo al tempo, che dia valore ad un giorno, che si renda conto di morire ogni giorno? In questo infatti c’inganniamo, che vediamo la morte dinanzi a noi: ma gran parte di essa è già passata, tutto il tempo che abbiamo dietro le spalle lo possiede la morte. Fa’ dunque, caro Lucilio, quello che mi scrivi di star facendo: afferra e tieni stretta ogni ora; dipenderai meno dal domani se ti impadronirai saldamente dell’oggi. Mentre rinviamo al futuro, la vita se ne va”. Seneca, Epistulae ad Lucilium, I, in Storia e testi della Letteratura latina, G. Garbarino, pag 249.
Italo Calvino, Leggerezza in Lezioni americane. Sei proposte per il nuovo millennio, Milano 1993, pag 9.
“Tra le «funzioni» catalogate da Propp nella Morfologia della fiaba esso è uno dei modi del «trasferimento dell’eroe» così definito: «Di solito l’oggetto delle ricerche si trova in un “altro” “diverso” reame, che può essere situato molto lontano in linea orizzontale o a grande altezza o profondità in senso verticale». Propp passa in seguito a elencare vari esempi del caso «L’eroe vola attraverso l’aria»: «a dorso di cavallo o d’uccello, in sembianza d’uccello, su una nave volante, su un tappeto volante, sulle spalle d’un gigante o d’uno spirito, nella carrozza del diavolo, ecc.» Ibidem, pag 33-34.



