🗣️#27 Usare la voce
"Non fatemi urlare", la preghiera degli insegnanti. In questa ventisettesima newsletter del 2025, parliamo del potere della voce in classe: come usarla per insegnare, guidare e farsi ascoltare
Perché la voce è lo strumento più potente per insegnanti ed educatori e come può trasformare la relazione educativa

Molte donne che hanno subito violenza, raccontano di non riuscire più a sentire la voce del loro aguzzino. Basta quella voce – non un gesto, non una parola – perché il sangue si geli.
È difficile immaginare qualcosa di più intangibile della voce. Eppure, il suo potere è assolutamente fisico, profondamente relazionale, e per chi insegna, può diventare lo strumento più incisivo per guidare, coinvolgere, ispirare.
Il paradosso della voce
Cosa rende la voce uno strumento così potente nella comunicazione educativa
Noi insegnanti, che strumenti abbiamo se non la voce?
La usiamo ogni giorno, ma spesso senza ascoltarla davvero. Senza conoscerla.
Gli insegnanti sono una delle categorie professionali in cui la voce è a rischio di disturbi importanti: addirittura nel lontano 2015 il Comune di Milano stampò un opuscolo realizzato dalla Fondazione San Raffaele per sensibilizzare i docenti fornendo alcuni consigli per mantenere una corretta igiene vocale.
La voce è un paradosso: è prodotta dal corpo, dall’aria che attraversa le corde vocali, ma poi si diffonde come soffio intangibile e incorporeo.
Per Leopardi, il suono, anche se isolato e senza armonia, ha un effetto elettrizzante e scuotente sull’individuo1. Nel suo Zibaldone, annota2:
“Dolor mio nel sentire a tarda notte seguente al giorno di qualche festa il canto notturno de’ villani passeggeri. Infinità del passato che mi veniva in mente, ripensando ai Romani così caduti dopo tanto romore e ai tanti avvenimenti ora passati ch’io paragonava dolorosamente con quella profonda quiete e silenzio della notte, a farmi avvedere del quale giovava il risalto di quella voce o canto villanesco”.
Il semplice canto di alcuni contadini fa riecheggiare memorie del passato.
In un meraviglioso articolo, Giorgio Patrizi, critico e storico della letteratura scomparso pochi anni fa, riporta la posizione di Paul Zumthor nell’Introduction à la poesie orale in cui sottolinea il paradosso della voce3:
“Essa costituisce un evento del mondo sonoro, mentre ogni altro movimento del corpo rientra nel mondo visuale e tattile. Eppure la voce in qualche modo sfugge al pieno controllo dei sensi: nel mondo della materia costituisce in una certa misura una sorta di misteriosa incongruità”.
La riflessione filosofica sulla voce affonda le sue radici nella tradizione greca antica, dove emerge una tensione fondamentale tra phoné e logos. Dall’intuizione di Aristotele che assegnava ai suoni l’espressione delle affezioni che hanno luogo nell’anima e alle lettere scritte i simboli degli stessi suoi, alla statuizione di identificare la voce come significante e la parola come significato, la contrapposizione tra suono e parola nella voce ha tentato altre strade4:
“Le riflessioni che Barthes conduce fino alla propria morte, avvenuta nel marzo dell’80, sono da quasi un decennio – potremmo dire da Le plaisir du texte del ’73 – orientate verso il riconoscimento sempre più preciso del rapporto tra processi di significazione – la produzione di segni e di sistemi semiotici – e la base materiale – fisica, corporea – di questa elaborazione. È la ricerca di una corporeità dei linguaggi che costituisce, in qualche modo una sorta di certificazione dell’ “autenticità” dei processi della significazione, secondo un lavoro di definizione e di riconoscimento degli statuti e delle modalità di funzionamento degli universi segnici”.
La voce viene abitata dalle parole e il linguaggio stesso prende una forma di corpo nel momento in cui la parola viene pronunciata. La voce potrebbe assomigliare alla forma, quindi al significante, e il contenuto, cioè la parola, al significato.
La questione è quanto la voce come significante possa trasmettere un contenuto adeguato e quanto il significante e il significato combacino.
E ancora non si esaurisce la poliedricità della voce.
Attraverso la maschera
Qual è il significato filosofico e psicanalitico della voce
La linguistica ci insegna che ogni segno linguistico (scritto) è composto da due elementi: il significante, cioè la sequenza di suoni che pronunciamo, e il significato, ovvero l’idea o il concetto a cui quei suoni rimandano. In questo schema, la voce corrisponde al significante: è la parte materiale del linguaggio, quella che si sente. Ma non è solo un mezzo per trasmettere parole: la voce dice molto di più.
Lo studio della psicanalisi, ad esempio, ha evidenziato come nella voce c'è una trasmissione della personalità.

La parola persona infatti indicava la maschera che nel teatro greco e romano ricopriva l'intera testa e poteva fungere da megafono per amplificare la voce dell’attore. Infatti è invalso l’uso di considerare l’etimologia di persona da per (attraverso) e sonare (suonare), a indicare la funzione di amplificazione della voce.
“La voce è il vettore dell’esperienza più vicino all’inconscio. La sua melodia ci canta, dice qualcosa di noi, delle nostre provenienze, dei bagni sonori in cui fin dall’origine siamo stati immersi e dei flussi vocali che ci hanno allattato, così come rivela gioie ricevute e sofferenze patite. La vita psichica soggettiva lascia sedimentazioni sul timbro, sulla pasta, sul tessuto, sulla materia stessa della voce, rendendola inconfondibile e unica. Per questo, come il corpo, non mente, nemmeno quando le parole lo vorrebbero”.
È così che Laura Pigozzi, psicanalista, presenta il suo studio sulla voce nella psicanalisi. Attraverso il tono, il ritmo, il timbro, la voce comunica emozioni, intenzioni, fantasie.
Non è solo il veicolo del messaggio: è già messaggio essa stessa.
Avvolge il contenuto che desideriamo trasmettere in un modo unico perché comunica la nostra identità. È attraverso la voce che avviene un contatto con l’altro perché attraversa i confini tra interno ed esterno.
Così attraverso la voce, si rivendica il diritto ad esistere. Ad avere una identità. Ad essere ascoltati.
Nelle corti dell'Occitania dei secoli XII-XIII esisteva una società dove le donne possedevano una certa importanza, e la loro voce si faceva sentire: cantavano i loro componimenti. Le trobairitz erano l'espressione di questa società femminile, dove nei partimen e nelle tensos5 le donne apparivano in ruoli autorevoli come consigliere ed educatrici.
La capacità di farsi seguire
Come usare la voce per coinvolgere gli studenti
Quando insegniamo, abbiamo la possibilità di trasmettere informazioni avvolte nel nostro modo unico di essere.
Dovremmo fare attenzione a quello di cui riempiamo la nostra voce. Molto del lavoro in classe si svolgerebbe più piacevolmente se decidessimo di utilizzare la voce e la sua capacità di affascinare e coinvolgere.
Nel Fedro di Platone, Socrate propone il racconto egizio di Theuth, dio che inventa i numeri, il calcolo, la geometria, l’astronomia e infine la scrittura. Si reca da Thamus, re d’Egitto, per proporre queste invenzioni come doni utili al popolo. Quando Theuth presenta la scrittura come un elisir della memoria e della sapienza, Thamus lo contraddice: sostiene che favorirà l’oblio, perché le persone daranno retta ai segni scritti piuttosto che memorizzare il sapere. La scrittura, secondo lui, offrirà un’apparenza di saggezza, piuttosto che la saggezza stessa.
Platone, attraverso Socrate, paragona la scrittura a un dipinto: può sembrare viva, ma non risponde. Non può difendersi né dialogare, e dunque non può trasmettere veramente conoscenza, perché è attraverso il dialogo vivo che si può apprendere e crescere.
La stessa cosa vale in classe: il libro scritto resta muto, è solo attraverso il dialogo che si apprende (si prende e si fa proprio) qualcosa di nuovo.
Ed è per questo che la voce di un insegnante è molto più di un semplice strumento per parlare: è un potente mezzo che influenza l’apprendimento.
Il potere persuasivo della voce si esercita attraverso caratteristiche precise: tono, volume, ritmo, velocità, intensità. Questi elementi paraverbali trasmettono emozioni, intenzioni e stati d’animo prima ancora che le parole vengano comprese.
Il carisma, come ad esempio quello di Socrate, è una forma di potere che non si fonda sulla gerarchia o sulla forza, ma sulla capacità di attrarre e ispirare. La voce, in questi casi, diventa veicolo di un potere gentile, che conquista senza imporsi, e che nasce dalla forza delle idee e della personalità.
Secondo Lisa Aziz-Zadeh e il suo team, le persone con una maggiore capacità prosodica (cioè che usano intonazioni, variazioni di ritmo e timbro in modo ricco, non monotono) tendono anche ad avere livelli più alti di empatia. La prosodia, infatti, gioca un ruolo cruciale nella comunicazione emotiva: ci permette di connetterci davvero con gli altri.
Questa funzione è così importante che il nostro cervello le ha dedicato uno spazio specifico: l’area di Broca. È qui che si attivano i circuiti neurali quando produciamo o ascoltiamo un discorso con una prosodia ricca e coinvolgente.
Non si tratta quindi solo di tecnica: la voce, nella sua musicalità, è uno dei principali strumenti attraverso cui costruiamo relazioni, affinità, comprensione reciproca.
Il filosofo Stefano Oliva in un recente articolo sull’opera La voce umana di Giorgio Agamben, riporta questa citazione che mi sembra condensare tutto il mio pensiero:
Libertà è possibile per l’uomo parlante solo se egli potesse venire in chiaro del linguaggio e, afferrandone l’origine, trovare una parola che fosse veramente e interamente sua, cioè umana. Una parola, cioè, che fosse la sua voce, così come il canto è la voce degli uccelli, il frinito è la voce della cicala e il raglio è la voce dell’asino (Agamben 2005, p. 90).
Attraverso la voce, un vero insegnante può guidare l’apprendimento perché la memoria è coinvolta.
Può coinvolgere ed emozionare e inscrivere ricordi piacevoli o traumatici.
Attraverso la voce può condurre i suoi allievi a trovare una propria voce, come espressione della libertà di essere se stessi.
La voce è corpo, pensiero, identità. È relazione, influenza, presenza.
È lo strumento invisibile con cui ogni giorno proviamo a farci ascoltare, a farci capire, a farci ricordare.
Se questo articolo ti ha fatto pensare alla tua voce in classe, condividilo con altri insegnanti, educatori, amici, con qualcuno che ha bisogno di scoprire il potere “gentile” della voce.
Buon caffè ☕
Simona
“L’effetto naturale e generico della musica in noi, non deriva dall’armonia ma dal suono, il quale ci elettrizza e scuote al primo tocco quando anche sia monotono. Questo è quello che la musica ha di speciale sopra le altre arti, sebbene anche un color bello e vivo ci fa effetto, ma molto minore”, pag. 185, G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, Einaudi.
Ibidem, pag 82. L’immagine è la stessa richiamata nell’idillio L’infinito.
pag. 56, G. Patrizi, Dalla grana della voce alla grana della scrittura. Alcune riflessioni sulla parola detta e scritta, in Atque materiali tra filosofia e psicoterapia, 20 n.s., 2017. “Se, come scrive Zumthor, «l’idioma puramente orale che fu proprio delle società arcaiche e della nostra infanzia ha marcato definitivamente il nostro comportamento linguistico» è «anche in virtù di una reminiscenza corporea profonda, soggiacente a ogni progetto di linguaggio (…). Un corpo è lì e parla: rappresentativo della voce che proviene da esso, dalla parte più flessibile di questo corpo e dalla meno limitata, perché lo oltrepassa con la sua dimensione acustica, variabile e capace di ogni gioco»”.
Ritorno ancora a G. Patrizi, Dalla grana della voce alla grana della scrittura. Alcune riflessioni sulla parola detta e scritta, in Atque materiali tra filosofia e psicoterapia, 20 n.s., 2017, pagg. 53-61.
Si tratta di componimenti poetici in cui si sviluppa un dibattito tra due voci: le tenzoni sono tipiche della letteratura medievale, nascono nell’alveo della lirica trobadorica e si diffondono nelle nuove letterature romanze. La più famosa in Italia è la tenzone tra Dante Alighieri e Forese Donati.

