#48 limiti
Non sono gli studenti a irritarci: sono i nostri limiti riflessi in loro. Io sono Simona Sessini e questa è la quarantottesima newsletter del 2025 de Il caffè del lunedì
Non è quello che fanno a ferirci: è quello che ci riflettono addosso. L’insegnare è (anche) sopportare il proprio specchio. Prima dei talenti, a scuola si imparano i limiti: i nostri e quelli dei ragazzi.
Questa newsletter doveva parlare di alti potenziali cognitivi. Lo farò, ma alla prossima.
Prima c’è un tema che preme più a fondo: non come gestiamo i talenti, ma come gestiamo i limiti. I nostri e quelli degli altri.
Quando non sopportiamo uno studente
A tutti noi docenti capita, prima o poi, di non sopportare uno studente. Non è un incidente di percorso: è umanamente fisiologico. Nella vita “normale” facciamo fatica a tollerare certi colleghi, certi conoscenti, certe forme di vita più o meno intelligente; in classe, con in mezzo ormoni, diagnosi più o meno certificate e disagi adolescenziali, il tutto si amplifica.
Che cosa rende così insopportabile la sola vista di una persona?
Che cosa attiva quel misto di rabbia, fastidio e frustrazione che in aula dobbiamo comprimere a forza, mentre vorremmo solo sbattere la porta?
Di solito ci diamo spiegazioni perfettamente accettabili: mancanza di rispetto, scarso impegno, distrazioni continue, interruzioni, infantilismo, lavoro fatto male, negligenza, quella che chiamiamo “stupidità imperante”, impegno quasi nullo.
Tutto vero. Tutto, direi, anche legittimo.
Eppure non basta a spiegare la punta del coltello che sentiamo dentro.
Specchio, specchio delle mie brame…
Quello che davvero ci fa scattare è il limite umano che quella persona esibisce e rende visibile, come uno specchio.
Non è come dovrebbe essere.
Non è come noi la vorremmo.
È… limitata.
La scoperta che gli esseri umani sono limitati non è nuova: ce lo diciamo da secoli.
Anche sui social è una narrazione vincente per molti influenzerà raccontare quanto hanno sbagliato clamorosamente per tornare sulla cresta dell’onda (ci sono proprio tanti post/reel/storie che si propongono con l’hook “ho sbagliato…”).
Il limite che vediamo nell’altro ci ricorda, senza gentilezza, che anche noi siamo limitati.
Tra colleghi ci capita spesso di dire: “Ma sì, anch’io a scuola ero ribelle, indolente, scazzato… però non così”. La traduzione simultanea suona più o meno così:
anche io ho dei limiti, certo, ma non quelli lì. Io sono difettoso in modo più elegante.
Balle. Il limite è lo stesso: essere umani.
Non riuscire a dire, fare e diventare ciò che vorremmo. Non essere all’altezza della nostra stessa idea di noi.
Per anni, complice un po’ di qualche lettura nella biblioteca delle scienze sociali, ho pensato che detestassimo negli altri soprattutto i difetti che non riconosciamo come nostri. Altre volte mi dicevo che ciò che mi faceva perdere davvero la testa erano le menzogne, il tentativo di manipolarmi, l’ipocrisia dichiarata.
Ultimamente, però, mi si è affacciata una domanda diversa: e se quello che proprio non sopportiamo negli altri fosse la nostra stessa fallibilità?
Non un tratto specifico, quell’abitudine, quel comportamento, quella “mancanza”, ma la nuda constatazione che l’altro sbaglia esattamente come posso sbagliare io?
Se fosse questo legame indissolubile nei confronti degli altri che perturba le nostre sicurezze? Bernanos faceva dire così al suo curato di campagna:
“Credo che se Dio ci desse una chiara idea della solidarietà che ci lega gli uni con gli altri, nel bene e nel male, non potremmo più vivere, infatti1”.
Se fosse così, da questa presa d’atto deriverebbero almeno due atteggiamenti opposti (con una bella scala di grigi in mezzo):
da una parte la vendetta, o qualcosa che le assomiglia: voler “uccidere” il limite dell’altro annientando, di fatto, la persona. Lo zittisco, lo ridicolizzo, lo etichetto, lo espello dalla mia possibilità di rispetto;
dall’altra, l’abbraccio: riconoscere il mio e il suo limite, la nostra comune condizione di esseri umani fallibili allo stesso modo, compagni di fragilità prima ancora che di banco o di cattedra.
Accogliere non significa giustificare
Solo che, in questa seconda posizione, si nasconde una trappola pedagogica: abbracciare chi sbaglia, studente, figlio, amico, collega, non significa accettare qualunque stronzata in nome della comprensione.
Accettare il limite umano non vuol dire rassegnarsi al peggio, ma riconoscere che se sbagliare è possibile, è possibile anche vedere l’errore, nominarlo e lavorarci sopra per correggerlo.
Se il mio limite è ciò che mi fa cadere, la mia umanità è anche ciò che mi permette di rialzarmi. E rialzarsi è enormemente più semplice se, invece di darmi l’ultima spinta per terra, qualcuno sceglie di tendermi una mano.
Tendere la mano è possibile solo quando ci si accorge che qualcuno è caduto a terra: senza il riconoscimento del limite, il gesto del tendere la mano sarebbe del tutto irragionevole.
Ecco, prima di parlare di alti potenziali cognitivi, forse abbiamo bisogno di questo:
riconoscere che, in ogni aula, prima dei talenti, si allenano i limiti. I nostri e quelli dei ragazzi.
E che il modo in cui trattiamo i limiti dice di noi molto più di qualsiasi “eccellenza” a curriculum. Perché al di là del risultato didattico, questa è la più grande lezione che possiamo insegnare: se sono capace di tenderti la mano, continuerai a rialzarti in forza di quella mano che ti è stata tesa. Il limite esiste ma non è invalicabile.
Buon caffè ☕
Simona
PS: Se leggere questa newsletter ha cambiato la tua prospettiva o ti ha offerto spunti di riflessione, condividila. E se non sei ancora iscritto, che aspetti?
pag. 204, Diario di un curato di campagna, G. Bernanos, Mondadori, 2017.


